Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Mazzotta - 20/03/2018

Nessuna colpevole inerzia per il figlio che rifiuta il lavoro nell'azienda paterna

L'obbligo del genitore di provvedere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età di quest'ultimo, ma perdura finché il genitore onerato non provi che il figlio è divenuto economicamente indipendente, ovvero che lo stesso si rifiuti ingiustificatamente di cogliere le occasioni ordinarie per raggiungere la propria indipendenza (c.d. colpevole inerzia).

Il mantenimento in favore dei figli maggiorenni è disciplinato dall'art. 337 septies comma 1 c.c. che non menziona la colpevole inerzia quale causa della cessazione dell’obbligo a carico del genitore. Si tratta infatti di un concetto elaborato in dottrina e successivamente adottato dalla giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, sino ad assurgere a principio ormai consolidato. Pare corretto sostenere che esso rientri nell’ambito delle diverse “circostanze” che, in base alla citata norma, il Giudice deve valutare nel caso concreto per poter decidere in ordine alla debenza dell'assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne.

Ma quando di può parlare di colpevole inerzia?

Il tema non è di poco conto poiché il protrarsi dell’onere di mantenere un figlio oramai ultramaggiorenne incide sulle risorse del genitore obbligato, che nutre chiaramente l’interesse di liberarsi di detto onere. Mantenere i figli è certamente un dovere che permane in capo al genitore in forza della responsabilità che sorge per effetto della procreazione, ma esiste anche una correlata responsabilità del figlio che, pur serbando il diritto di portare di compimento il ciclo di studi prescelto in ragione delle sue aspirazioni, ovvero di svolgere l’attività lavorativa consona alle sue aspettative, deve comunque adoperarsi per non dare adito a ingiustificate rendite a carico del genitore.

La sentenza n. 30540 del 20.12.2017 si colloca sulla scia della giurisprudenza oramai maggioritaria che interpreta il concetto di inerzia colpevole e rilevante con riferimento al rifiuto di occasioni di lavoro ordinarie, che attestino lo stabile inserimento nel modo del lavoro. Invero nel caso all’esame della Suprema Corte, si trattava del figlio ancora studente universitario, di giovane età, che era stato inserito nell’azienda di cui titolare era il padre, con il quale esisteva tuttavia un forte conflitto. Dopo una breve esperienza, il ragazzo decide di interrompere la collaborazione e il padre chiede la revoca dell’assegno di mantenimento ritenendo che il figlio non avesse adeguatamente sfruttato l’opportunità lavorativa e quindi fosse sussistente la prova della colpevole inerzia, in conformità del principio di diritto sancito dalla Cassazione con la sentenza n. 1858/2016 secondo cui l'obbligo al mantenimento cessa anche quando il genitore onerato provi che il figlio pur posto nella condizione di addivenire ad una autonomia economica non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di un'attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita) e la sussistenza nel caso di specie della prova della colpevole inerzia del figlio.

Ma i Giudici si mostrano sensibili alle esigenze del figlio ritenendo che l’inserimento nell’azienda paterna non possa essere qualificato come un’occasione lavorativa ordinaria ma, stante le circostanze, sia da considerare più propriamente come un tentativo nell’ambito della dialettica genitore-figlio per cercare magari di ricostruire un rapporto difficile. Se il tentativo fallisce, l’assegno è comunque dovuto sino a che il ragazzo, magari solo al termine del ciclo di studio intrapreso, non avrà reperito un lavoro ordinario che gli offra l’occasione per raggiungere la piena indipendenza economica. Solo il rifiuto di svolgere un'attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita assurge a motivo di revoca dell’assegno.