Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 05/06/2019

Nelle more dell’entrata in vigore del “Codice Rosso”, revenge porn e violenza sessuale - Cass. Pen., sez. III, n. 38845/2018 - Diletta Oliviero

In attesa che il disegno di legge introduttivo della disciplina sul revenge porn passi al Senato (si veda, volendo, su questa rivista https://www.personaedanno.it/articolo/la-disciplina-della-violenza-di-genere-de-iure-condendo-revenge-porn-e-nuovi-altri-reati-secondo-la-lettera-del-codice-rosso-diletta-oliviero), si è deciso di tornare sull'argomento prendendo spunto da un arresto della Corte di Cassazione che si è pronunciata su un caso affine.
La sentenza in commento è la n. 38845/2018, con la quale la Terza Sezione Penale ha profuso il suo sforzo interpretativo nella risoluzione di un caso pratico, inquadrato dalla magistratura di merito e di legittimità come ipotesi di violenza sessuale.
Si è, invero, più volte osservato in letteratura come la futuribile disciplina ex art. 612 ter c. p. (che sarà rubricato come diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti) sia stata sinora sussunta nell’alveo di numerose fattispecie di rilievo penale, tra cui – giustappunto – anche il delitto di violenza sessuale. Ed, infatti, con la pronunzia summenzionata gli Ermellini hanno ritenuto configurabile, condividendo il capo d’accusa formulato dal P. M., il reato di cui all’art. 609 bis c. p., sebbene nella declinazione di delitto tentato, a fronte della minaccia di diffondere indebitamente video a contenuto erotico, ritenendo pertanto il sequestro probatorio di suddetto materiale (disposto dall’ufficio di Procura bolognese) come assolutamente legittimo.
Il fatto sembra pienamente sovrapponibile all’ipotesi contemplata dall’art. 612 ter c. p. attualmente all’esame del Senato della Repubblica. L’agente, difatti, nel caso concreto tentava di estorcere alla vittima la concessione di favori sessuali dietro la minaccia di diffondere contenuti foto e videografici hot ottenuti (durante un pregresso rapporto amoroso) all’insaputa e senza il consenso di quest’ultima. In assenza di una normativa specifica, venivano così contestati gli artt. 56 e 609 bis c. p., dal momento che la tentata condotta dispiegata dal soggetto attivo risultava comunque inequivocabilmente indirizzata alla lesione della sfera sessuale della persona offesa (essendo diretta, in effetti, all’ottenimento da parte di questa di prestazioni sessuali), così escludendo – perché non dirimente - la proposta ermeneutica della difesa di inquadrare il fatto a titolo di tentata estorsione.
L’opzione esegetica prima vista, del resto, sembra condivisa a pie’ sospinto da un granitico orientamento giurisprudenziale, di cui si è fatta portavoce, da ultimo, la Corte di Cassazione, sez. III Penale, con la sentenza n. 38845/18, «secondo cui il tentativo di estorsione, nel caso in cui sia prospettata l'imposizione di atti sessuali, non è configurabile ove il fatto non presenti ricadute patrimoniali e gli atti imposti denotino una caratterizzazione di sessualità, che in quanto tale rende applicabile, in forza del principio di specialità, l'art. 609 bis e non l'art. 629 cod. pen.».
Di talché, opinando da siffatto angolo prospettico, nella versione della Suprema Corte non si può che convenire pure sulla legittimità dell’atto di sequestro del materiale probante (consistente, per l’esattezza, nell’acquisizione delle immagini e dei video interessati, unitamente ai relativi supporti di memoria informatica), avvenuto in occasione di perquisizione personale e domiciliare.
Calate le illustrate coordinate esegetiche al fatto concreto, la qualificazione giuridica del caso di specie quale ipotesi tentata di violenza sessuale è stata ritenuta dai Giudici di piazza Cavour, pertanto, perfettamente aderente al tessuto normativo richiamato, nonché alla ratio legis sottesa al precetto penale infranto. D’altro canto, sono innumerevoli le forme di manifestazione con cui può essere perfezionato il reato p. e p. in forza dell’art. 609 bis c.p., non corrispondenti necessariamente ad azioni perpetrate solo e soltanto a livello fisico. Minacciare la divulgazione di immagini talmente intime e riservate, ritraenti una persona nel compimento di atti sessuali, dunque, non può che essere ascritta al concetto di violenza. Anzi, si potrebbe dire che questo punto sia incontrovertibile.
Per ulteriori approfondimenti in ordine ad analoga casistica e al consolidato indirizzo giurisprudenziale in materia, si guardi anche D. Oliviero, Profilo cyber degli atti persecutori. Amore e ossessione nell’era di internet. Rilievi penali e criminologici, Key Editore, 2019 (ultimo numero pubblicato nell’ambito della collana Periferie esistenziali, diretta da A. Gasparre).
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 1 dicembre 2017 – 23 agosto 2018, n. 38845 - Presidente Cavallo – Relatore Zunica
Ritenuto in fatto
1. Con decreto del 27 marzo 2017, il P.M. presso il Tribunale di Bologna disponeva una perquisizione domiciliare e personale dei confronti di G.J., indagato in ordine al reato di tentata estorsione, per aver tentato di costringere E. V. a compiere atti sessuali con la minaccia di divulgare al pubblico e nel comune ambiente di lavoro del Policlinico Sant'Orsola Malpighi di Bologna le sue immagini fotografiche e videografiche a sfondo erotico acquisite dall'indagato, all'insaputa della vittima e senza il suo consenso, nel corso di una loro precedente relazione, fatto commesso in Bologna il 7 marzo 2017. All'esito della perquisizione, venivano rinvenuti e sottoposti a sequestro probatorio un tablet, due telefoni cellulari, cinque supporti informatici e una micro sd, strumenti compiutamente descritti nel relativo verbale.
2. Con ordinanza emessa il 24 maggio 2017, il Tribunale del Riesame di Bologna, nel decidere sull'istanza di riesame reale proposta nell'interesse di J., confermava il sequestro, riqualificando il fatto contestato nella fattispecie di cui agli art. 56 e 609 bis cod. pen., osservando in proposito che la minaccia posta in essere dall'indagato era in realtà finalizzata a ottenere una prestazione sessuale da parte della persona offesa, andando in tal modo a ledere, sia pure in forma tentata, la sua sfera sessuale e non patrimoniale.
2. Avverso l'ordinanza del Tribunale del Riesame, J., tramite il suo difensore, ricorre per cassazione, sollevando un unico motivo, con cui contesta l'asserita carenza logico-argomentativa del provvedimento impugnato, nella parte in cui ha ritenuto di riqualificare il fatto, inizialmente inquadrato nella fattispecie di tentata estorsione, in quella di tentata violenza sessuale; si sostiene al riguardo che il Tribunale non aveva dato conto degli elementi concreti valutati ai fini della riqualificazione giuridica del reato contestato, richiamando in termini eccessivamente generici la nozione di prestazione sessuale, senza esplicitare la natura e il contenuto della condotta eventualmente pretesa.
Considerato in diritto
1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza. Occorre evidenziare innanzitutto che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte (cfr. ex multis Sez. Un. n. 16 del 19.6.1996, Rv. 205617; Sez. 1, n. 4274 del 23.6.1997, Rv. 208416 e Sez. 3, n. 37282 del 12.06.2008 Rv. 241067), il giudice del riesame di un sequestro preventivo o probatorio, sia pure ai soli fini incidentali, ha il potere di riqualificare giuridicamente il fatto ipotizzato dal pubblico ministero, pur non potendo prescindere dalle concrete risultanze fattuali che l'organo dell'accusa ha indicato a giustificazione della misura.
Orbene, tanto premesso, deve ritenersi che la qualificazione giuridica operata dal Tribunale di Riesame, oltre che corretta dal punto di vista processuale, sia immune da censure anche sotto il profilo sostanziale, posto che la condotta del ricorrente, per come delineata dalle risultanze investigative disponibili (fatti salvi ovviamente i successivi sviluppi probatori), appare effettivamente riconducibile allo schema non della tentata estorsione, ma della tentata violenza sessuale. Ed invero nella vicenda in esame la minaccia telefonica rivolta da J. alla sua ex è risultata diretta a costringere la persona offesa a consumare un rapporto sessuale, non assumendo la condotta un risvolto patrimoniale idoneo a orientare la sussunzione del fatto nell'alveo della previsione di cui all'art. 629 cod. pen., avendo peraltro i giudici cautelari richiamato in modo pertinente il costante indirizzo ermeneutico (Sez. 3, n. 34128 del 12.10.2006, Rv. 234779 e Sez. 3, n. 21577 del 24.4.2011, Rv. 218833), secondo cui il tentativo di estorsione, nel caso in cui sia prospettata l'imposizione di atti sessuali, non è configurabile ove il fatto non presenti ricadute patrimoniali e gli atti imposti denotino una caratterizzazione di sessualità, che in quanto tale rende applicabile, in forza del principio di specialità, l'art. 609 bis e non l'art. 629 cod. pen. Né appare dirimente il rilievo difensivo circa l'asserita genericità dell'espressione "prestazione sessuale", in quanto i messaggi inviati dal ricorrente alla persona offesa, cui il Tribunale nel suo provvedimento ha fatto espresso rinvio, erano espliciti nell'indicare il contenuto delle pretese avanzate, non essendo necessaria la dettagliata specificazione dei comportamenti sessuali richiesti, tanto più ove si consideri che la fattispecie di violenza sessuale è ravvisabile nella forma tentata. L'apparato motivazione dell'ordinanza impugnata, in definitiva, risulta congruo ed esaustivo, non solo rispetto alla corretta qualificazione giuridica del fatto, ma anche nella parte in cui è stata ribadita la sufficiente giustificazione, nel decreto del P.M., del nesso di pertinenzialità dei beni attinti da cautela reale con l'ipotesi di reato ascritta, essendo stati oggetto di sequestro non qualunque foto o video, ma solo quelli ritraenti la persona offesa in occasione di atti sessuali, cioè quelli utilizzata per le minacce finalizzate a ottenere indebitamente nuovi rapporti, oltre che gli apparati elettronici nella cui memoria erano contenute tali immagini. In definitiva, stante la manifesta infondatezza delle doglianze proposte, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto poi conto della sentenza della Corte costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza "versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità", si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.