Lavoro - Lavoro -  Maria Rita Mottola - 14/04/2018

Mobbing? No, straining - Cass. Sez. Lav. ordinanza 23 gennaio – 29 marzo 2018, n. 7844

Perché sia possibile censurare una condotta aziendale e qualificarla quale mobbing da tempo la giurisprudenza di merito e di legittimità ha individuato alcuni parametri necessari e, tra questi, il collegamento teleologico tra le varie azioni frequenti e ravvicinate nel tempo tutte dirette a escludere, emarginare e allontanare il lavoratore preso di mira, tutte sorrette da intento persecutorio, quindi.

La sentenza in commento, in realtà, non aggiunge nulla a quanto, sino ad ora, proposto. L’interprete non deve farsi suggestionare da termini e terminologie inglesismi o neologismi. Che l’art. 2087 c.c., sin dal 1942, imponeva il datore di lavoro di porre in essere condotte che non generassero pregiudizio psichico al lavoratore è esplicitamente scritto. Si tratta dunque non di nuovi “fenomeni” o di “sottocategorie” di altre categorie ormai riconosciute. Piuttosto, si tratta di modalità differenti della giurisprudenza di “motivare” i propri provvedimenti. Per un certo verso, a modesto avviso di chi scrive, anche talvolta criticabili. Il proliferare di “novità” non aiuta l’operatore del diritto e neppure aiuta il cittadino che è il titolare del diritto.

Che la torre di Babele sia un grande dono è già stato detto in altro scritto:

<<La torre di Babele è vista da sempre come una maledizione del Signore, una divisione insanabile tra gli uomini. Ma siamo sicuri che sia così? Non è forse vero che Dio vedendo ciò che gli uomini stavano costruendo, una città disumanizzata e disumanizzante, ove vigeva un pensiero unico che si traduceva nell’unico pensiero di superbia, non li ha indotti e costretti a usare altre forme di linguaggio, più complesse e più difficili da comprendere e per questo motivo richiedenti più attenzione, più capacità d’ascolto dell’opinione dell’altro? Non è forse vero che nella diversità, nella varietà, nella complessità troviamo la fantasia, l’arte, il bello, il confronto e il dialogo? Per provare a capire se sia vero che la molteplicità sia ricchezza e se la divisione delle lingue e la dispersione per il mondo non abbia generato benessere e progresso, fermiamoci ad analizzare ciò che sta accadendo ora. In questo momento e in questa epoca che esclude la possibilità di avere sentimenti e pensieri differenti da quelli stabiliti e voluti dall’establishment. Parlare lingue differenti e per lo più incomprensibili è stato uno “stratagemma” divino perché l’uomo possa decidere di andare incontro ad altri uomini con l’intento di comprendere e di comprendere la verità che ognuno di noi porta con sé>>.

In questa rivista : https://cms.exsigma.com/dotAdmin/#/c/site-browser?url=%2Farticolo%2Fil-pensiero-unico-e-la-forza-del-pensiero-riflessioni-pre-elezioni-continua-maria-rita-mottola

Se la diversità è ricchezza la possibilità di avere una lingua comune per comprendersi con semplicità è importante. Perché se questa lingua comune è certamente in “movimento”, si arricchisce e si impoverisce, è come una marea ma ha necessità di “stabilità” per il mondo scientifico. È necessario comprendersi e non confondersi.

Per tornare alla decisione in commento la Suprema Corte respinge il ricorso della Banca condannata dai giudici di merito al risarcimento dei danni perché il ricorso denunzia un vizio di motivazione, sotto entrambi i profili dell’insufficienza o della contraddittorietà. Ma tale formulazione “non conferisce a questa Corte il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, ma solo quello di controllare - sotto il profilo della continuità logico-formale della concatenazione delle proposizioni e della coerenza di ciascuna di esse con tutte le altre, in relazione ad un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio - le argomentazioni svolte dal giudice di merito” (ex plurimis, Cass. 29404 del 2017).

Chiamata la S.C. a verificare la congruità della motivazione della Corte territoriale la ritiene conforme all’orientamento della giurisprudenza in tema di “straining". I fatti dedotti e accertati hanno determinato una situazione conflittuale di <<stress forzato - accresciuto dall’allontanamento del M. dalla direzione generale, nonché dall’invio di lettere di scherno diffuse in banca - in cui il lavoratore avrebbe subito azioni ostili anche se limitate nel numero e in parte distanziate nel tempo (quindi non rientranti, tout court, nei parametri del mobbing) ma tali da provocare in lui una modificazione in negativo, costante e permanente, della situazione lavorativa, atta ad incidere sul diritto alla salute, costituzionalmente tutelato, essendo il datore di lavoro tenuto ad evitare situazioni "stressogene" che diano origine ad una condizione che, per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto possa presuntivamente ricondurre a questa forma di danno anche in caso di mancata prova di un preciso intento persecutorio.

A conferma dell’assunto iniziale da noi proposto si veda recente sentenza della Cassazione citata e richiamata dalla stessa sentenza oggi in commento: <<ai sensi dell'art. 2087 c.c., norma di chiusura del sistema antinfortunistico e suscettibile di interpretazione estensiva in ragione sia del rilievo costituzionale del diritto alla salute sia dei principi di correttezza e buona fede cui deve ispirarsi lo svolgimento del rapporto di lavoro, il datore è tenuto ad astenersi da iniziative che possano ledere i diritti fondamentali del dipendente mediante l'adozione di condizioni lavorative "stressogene" (cd. "straining"), e a tal fine il giudice del merito, pur se accerti l'insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare gli episodi in modo da potersi configurare una condotta di "mobbing", è tenuto a valutare se, dagli elementi dedotti - per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto - possa presuntivamente risalirsi al fatto ignoto dell'esistenza di questo più tenue danno>> (Cass. 19 febbraio 2016, n. 3291, GCM, 2016).

La S.C. chiosa, al fine, ricordando i limiti di accertamento della decisione di legittimità in relazione al  vizio di motivazione, <<sotto entrambi i profili dell’insufficienza o della contraddittorietà, non conferisce a questa Corte il potere di riesaminare e valutare autonomamente il merito della causa, ma solo quello di controllare - sotto il profilo della continuità logico-formale della concatenazione delle proposizioni e della coerenza di ciascuna di esse con tutte le altre, in relazione ad un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio - le argomentazioni svolte dal giudice di merito>>

Del resto non è consentito alla parte censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impegnata, contrapponendo alla stessa una sua diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione da parte del giudice di legittimità degli accertamenti di fatto compiuti dal giudice di merito, sicché le censure poste a fondamento del ricorso non possono risolversi nella sollecitazione di una lettura delle risultanze processuali differente da quella operata dal giudice di merito, o investire la ricostruzione della fattispecie concreta, o riflettere un apprezzamento dei fatti e delle prove difforme da quello dato dal giudice di merito (Cass. 7 dicembre 2017, n. 29404).