Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Michela del Vecchio - 04/06/2019

Michela del Vecchio racconta

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Amo il diritto, ho la consapevolezza che nello studio dello stesso si possano trovare le chiavi di lettura delle questioni umane. Amo il confronto, amo la ricerca fra dottrina e giurisprudenza di quelle chiavi di lettura (mi piace ricordare le giornate faticose e stanche degli incontri con  i prof.ri G.B. Ferri e A. Masi nelle aule universitarie o quelle in cui mi dilettavo a seguire i lavori del prof. Alpa): una passione che non mi abbandona perché la lettura delle leggi, delle relazioni, dei pareri, i libri e gli studi di maestri del diritto nell confronto con la giurisprudenza, la critica costruttiva e la spinta ad essere più audaci o “creativi” perché la risposta è lì, dietro quelle parole, dietro quelle affermazioni, in quella ratio da cogliere e nella regola da osservare. E così, in uno dei tanti pomeriggi uggiosi di questa strana primavera, mentre mi soffermavo sugli studi intorno al diritto a non soffrire per dare continuità ad una ricerca iniziata lo scorso anno (già consegnata alle stampe) e  mille riflessioni si accavallavano (una confusione di dati, di elementi, di norme, di notizie e di testimonianze) ho d’istinto contattato l’unica persona che, per studi e ricerche, poteva guidarmi nel panorama giuridico del diritto a non soffrire: l’autore dei tanti libri sul danno e sulla persona, sui diritti dei più deboli. L’esponente più autorevole della dottrina in materia di diritto della persona, ovvero il prof. Cendon.

La conversazione che ne è seguita è stata ricca di spunti, di indicazioni, di sollecitazioni: dal dolore alla sofferenza non in termini ontologici ma come limite all’affermazione della realizzazione della persona. Dal disordine che nella vita della persona si genera in conseguenza della sofferenza all’assistenza nella riorganizzazione della quotidianità in termini più esterni e anche riparatori o risarcitori.

Dalla necessità di alleati e terapie che accompagnino la persona nella sua fragilità sofferente all’articolazione di sponde in cui la vita può ritrovare il suo significato.

L’analisi di testi che avevo letto (“L’ orco in canonica”, ad esempio, ma anche brani di Tolstoj) attraverso una diversa chiave di lettura che mi era sfuggita ma era lì, possibile anzi forse la sola.

Le mie mille osservazioni, i miei mille dubbi ora sono orientati, la ricerca continua: una ricca bibliografia consigliatami dal prof. Cendon mi aspetta per poi affidare alla penna  i risultati di tanto studio, guidata dal padre del diritto dei più fragili, che ringrazio per avermi ascoltata come un maestro fa con il suo allievo più distratto.