Deboli, svantaggiati - Poveri -  Redazione P&D - 17/01/2011

METAFISICA DELLA POVERTA' - Giampaolo AZZONI

Ma è proprio dal sospetto etico che deve accompagnare ogni parola sul povero e, in particolare, dalla presunzione, in tema di povertà, di una superiorità etica dell’azione rispetto alla parola che si impone il compito di pensare la povertà, e di inserire tale pensare in una dimensione intersoggettiva. Ovunque vi sia un primato dell’azione, la filosofia è chiamata a rendere possibile tale primato. Agire verso il povero richiede preliminarmente sapere cosa significhi essere povero e in che cosa consista l’essenza della povertà. Vanno cioè nuovamente poste le domande che Martin Heidegger pose in una conferenza del 27 giugno 1945:

“Was heißt “arm”? Worin besteht das Wesen der Armut?”.

“Cosa significa ‘povero’? In che cosa consiste l’essenza della povertà?”.

Infatti, come Heidegger disse in un successiva conferenza, “Un terribile immiserimento si sta diffondendo. L’esercito dei poveri continua a crescere. 
Eppure l’essenza della povertà si cela”, “Eine grausige Verelendung geht um. Das Heer der Armen wächst und wächst. Aber das Wesen der Armut verbirgt sich”. 


Il pensiero vigente sulla povertà.

Oggi come si pensa la povertà?
La domanda sulla povertà è interamente risolta nella domanda sulla Bedeutung, sulla estensione, del termine ‘povertà’; l’unica domanda ritenuta interessante è “quando si è poveri?”, e quindi domande analoghe del tipo “quanti sono i poveri?”, “chi è più povero?”.
Se la domanda sulla Bedeutung di ‘povertà’ è ritenuta interessante, la domanda sul Sinn, sul senso, di ‘povertà’ è ritenuta superflua. Il senso di ‘povertà’ è presentato come evidente: la povertà è un “fenomeno spaventoso” che “intrappola un quinto di tutti gli abitanti della terra rendendo loro impossibile utilizzare i talenti che posseggono per realizzare il loro potenziale” e costituisce, dunque, uno “spreco […] non più giustificabile”. Così si esprime il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) in una campagna per “sradicare la povertà” e, con essa, “umilianti e condiscendenti elemosine” Come bene scrive Majid Rahnema, il povero universale “svolge il ruolo del personaggio negativo, un personaggio definito “per sottrazione”, ovvero per ciò che non ha, contrariamente al “ricco”, che invece viene ammantato di tutte le qualità positive”; pertanto, il povero diventa “un peso costante per un economia che peraltro rappresenta la sua unica possibilità di salvezza, ma nella quale non riesce ad integrarsi”.
Il pensiero vigente sulla povertà è efficacemente sintetizzato da Francesco D’Agostino in uno dei pochi tentativi contemporanei di pensiero cristiano sulla povertà :

La povertà è vista e sentita da tutti oggi come uno stato né più né meno che disumano [...]. In quanto scandalosa, la povertà chiede di essere combattuta, non attraverso singole buone azioni benefiche, ma attraverso un’accorta strategia planetaria [...]. [L]a povertà è perversa, perché toglie loro [ai poveri] ogni - doverosa - capacità di iniziativa economica”.

Accenti simili li troviamo anche in pagine recenti di Giuseppe Dalla Torre, che scrive di una “eclissi della povertà” come “altra faccia del processo di secolarizzazione”.
Pertanto, oltre un secolo dopo, sembra essere divenuto universale il “luogo comune” sulla povertà che Léon Bloy attribuiva al “Borghese”. Secondo Bloy (che apriva i propri diari con le parole del salmista “Mendicus sum et Pauper” ), il “Bourgeois” ritiene che la povertà sia “un blasphème atroce dont il n’est pas possible d’exprimer l’horreur”: 

la pauvreté est l’unique vice, le seul péché, l’exclusive noirceur, l’irrémissible et très singulière prévarication. [...] Le devoir de l’homme est tellement d’être riche que la présence d’un seul pauvre clame vers le ciel, comme l’abomination de Sodome”.

1.2. Il pensiero classico sulla povertà: un testo esemplare.

Ciò che il luogo comune denunciato da Bloy oscura non è solo un pensiero cristiano o post-cristiano sulla povertà, ma è lo stesso pensiero classico, anche pre-cristiano, sulla povertà.
Esemplare risulta il riferimento al Simposio e a come Platone, attraverso il racconto di Diotima , presenti Povertà, Penía.
Nella lingua greca ‘penía’ è sostantivo derivante dal verbo ‘pénomai’ che significa “essere povero”, ma anche “lavorare per vivere” e, innanzitutto, “lavorare per la sussistenza come accade nei lavori domestici”. Cioè, l’essere povero non è solo pensato come passività, ma anche come costitutivamente connesso all’attività.
Ma torniamo al Simposio.
Nel racconto di Diotima, Povertà è introdotta sulla scena come una mendicante che chiede l’elemosina fuori della porta della sala in cui si tiene la festa allestita per la nascita di Afrodite:

Dopo che [gli dèi] ebbero tenuto il banchetto, venne Penía (Povertà) a mendicare, poiché c’era stata una grande festa, e se ne stava vicino alla porta”.
 

È da notare un profilo importante (su cui tornerò nel § 3.3.): fino dalle origini del pensiero occidentale, la povertà è connessa alla mendicità: chi è povero, è mendicante, prosaítes; chi è povero, chiede sulla porta, perì tàs thúras.
Il racconto di Diotima prosegue però in modo imprevisto mostrando i meriti di Povertà e la sua specifica importanza per gli uomini.
Diotima, infatti, ci dice che tra i partecipanti alla festa in cui Povertà mendicava vi era Póros, Espediente, figlio di Metis, Perspicacia, prima sposa di Zeus. E poiché Povertà era priva di tutto ciò che Póros, Espediente, possedeva, escogitò di avere un figlio da lui e, approfittando del fatto che Póros, Espediente, si fosse addormentato ubriaco, giacque con lui e concepì Eros, Amore.
Dal racconto di Diotima si apprende dunque che Povertà ha avuto un ruolo centrale per gli uomini: è non solo colei che ha generato Éros, Amore, ma anche, e prima, è colei che sola lo ha voluto: Éros, Amore, è stato primamente causato da Povertà (essendo Póros, Espediente, totalmente inconsapevole).
Nel Simposio si legge che Amore ha ereditato le seguenti caratteristiche dalla madre Povertà:

Amore “è sempre povero [pénes], ed è tutt’altro che bello e delicato” , “è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperte, e dorme all’aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada […], sempre accompagnato dal bisogno [endéiai]”.

In Platone, poi, Povertà non è solo madre di Amore, ma, per il tramite dello stesso Amore, è connessa alla filosofia. Infatti, Amore, per la natura interstiziale che ha acquisito dalla congiunzione delle opposte caratteristiche del padre sapiente e della madre non sapiente, è strutturalmente filosofo (per Platone, fanno filosofia coloro che stanno in mezzo tra sapienza ed ignoranza, mentre non fanno filosofia né i sapienti, né gli ignoranti).
Dunque, in Platone, Povertà è pensata in termini apparentemente contraddittori: Povertà è, da un lato, una barbona dei giorni nostri (scalza, senza casa o coperte, che dorme all’aperto, sempre accompagnata dal bisogno), e, dall’altro lato, è la madre di Éros (che nella filosofia di Platone consente di conoscere il Bello-in-sé) e, per il tramite di Éros, è connessa alla filosofia.
Ho detto che si tratta di termini solo apparentemente contraddittori. La contraddizione è apparente, in quanto è una contraddizione portatrice di significato poiché riproduce una dialettica che costituisce, come si vedrà, il nucleo stesso del concetto di povertà. 

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