Cultura, società  -  Paolo Cendon  -  18/05/2022

Medico, amico, intellettuale I mille volti di Franco Panizon (morto da qualche anno)

«Bastian contrario per natura, lucido nell’analisi: il nome gli si addiceva»

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Quanti ce n’erano di Franco Panizon? Non so se riesco a contarli tutti.

C’era anzitutto il pediatra, che tanti bambini e bambine di Trieste, d’Italia e del resto del mondo hanno avuto la fortuna di incontrare, a un certo punto della loro vita (per questo sono ancora vivi e stanno bene), a partire da quelli che avevano un’ora di vita, via via a crescere: bambini di un mese, di sei mesi, di un anno, di cinque anni, di dieci, adolescenti, e poi ancora più grandi. 

C’era il marito, il padre, il patriarca, che aveva accanto a sé una moglie speciale (Anita, che ha diviso con lui ogni momento della loro lunga vita, aveva 87 anni Franco) e un ventaglio di figli e di nipoti devotissimi.

C’era il caposcuola, con tanti di quegli allievi pediatri che non riuscirei a contarli tutti neanche se volessi, molti dei quali in questo preciso momento sono - a congedarsi da lui - all’Ospedale Maggiore, dove Franco è spirato due ore fa (non so neanche la botta finale quale è stata, esattamente, Panizon stava abbastanza male da tempo, aveva una malattia del sangue che gli procurava parecchie noie, negli ultimi anni, anche se fino a un po’ di settimane fa usciva ogni tanto per la città, verso il mare, ciondolando - solitario e provato - col braccio dietro la schiena).

C’era l’intellettuale rinascimentale, interdisciplinare, carico di passione civile, una figura che ha svolto per decenni ruoli di leader e di promotore culturale/politico a Trieste, funzioni culminate nella fondazione di una rivista “Lettere triestine”, a tutto campo, che lui dirigeva e che è uscita in edicola per anni di seguito, lasciando un forte segno di sé.

C’era il Franco conviviale, banchettante, che aveva intorno a sé una rosa eccelsa di amici scienziati, scrittori e artisti di spicco qui in città, del comparto medico (Fulvio Camerini, Ludovico dalla Palma), biologico (Arturo Falaschi), fisico (Daniele Amati, Erio Tosatti), giuridico e letterario (i Dorfles) architettonico (Dino Tamburini, Luciano Semerani, Gigetta Tamaro), e tanti altri che non sto a nominare, e che era facile incontrare tutti insieme a cena fino a pochi mesi, soprattutto da “Giovanni”, qui sottocasa in via San Lazzaro, a mangiare pesce impanato e moli fritti e a bere malvasia sulle tovagliette di carta gialla.

C’erano gli amici letterati importanti di Trieste, alcuni dei quali lo veneravano letteralmente: penso ad esempio a Claudio Magris, di cui sono amico anch’io, e dalla bocca del quale giuro che non ho mai sentito lodare - da che lo conosco - nessuno al mondo tanto quanto Franco Panizon (chiedete a Claudio di Panizon, era stato il medico dei suoi figli, avrete in risposta una cascata fiammeggiante di episodi e citazioni che durerà almeno tre ore: e sono sicuro che sul Corriere ci sarà qualcosa, di commosso e riconoscente, ma anche di buffo e selvaggio, già nei prossimi giorni).

C’era il Franco scrittore (fra l’altro) di importanti e originali libri di pediatria, pieni di vita vissuta, gonfi di saggezza, sdrammatizzanti, uno dei quali ha avuto parecchio successo, ricordo bene anni fa Giuseppe Laterza come se lo coccolava qua a Trieste, dove l’editore barese era venuto per cercare di indurlo a consegnare presto una nuova edizione. 

C’era il Franco pittore di cose varie, soprattutto di acquerelli e disegni delicati, con un tratto preciso e limpido.

C’era il collaboratore occasionale di “Persona e Danno”. 

Potrei continuare a lungo.

I miei rapporti personali con lui? Non saprei dirvi. Credo mi facesse la stessa impressione che faceva a tanti. Aveva qualcosa di speciale Panizon, inimitabile: burbero e tenero allo stesso tempo, un nome che gli si addiceva, parlava scherzando a voce altissima, sempre contro, sempre polemico, sempre inconquistabile, bastian contrario per natura, sottile e lucido nell’analisi, semplice e determinato, cervello veloce, schivo, passionale e disincantato, ironico con indugenza, con un mondo tutto suo dentro di sé, laico e sognante, luminoso e arrabbiato, di sinistra ma alla Panizon, all’antica eppure in primissima fila nelle cose, in lotta costante contro i preconcetti, gli slogan, le semplificazioni, i massimalismi.

Andava al sodo nella cura dei bambini, consapevole delle controindicazioni e dei rischi di tante scelte, in grado ogni volta di montare e suggerire la combinazione diagnostica o terapeutica più appropriata, più equilibrata. 

A parlargli si aveva sempre l’impressione di imparare qualcosa, scuoteva la testa sorridendovi, guardandovi in tralice, un po’ dal basso (l’età lo aveva incurvato), dolce e tagliente, brontolando sui suoi malanni, volando rasoterra e altissimo allo stesso tempo, sempre sconcertandovi con qualcosa di fresco, di inedito.

Era un po' come John Ford (è noto come Orson Welles, a chi gli chiedeva quale fosse il più grande regista del cinema, rispondesse: «I registi più grandi della storia del cinema sono tre: John Ford, John Ford, John Ford»), la cui dote sublime era, notoriamente, quella di sapere sempre "dove" mettere la cinepresa. Anche Panizon era così: gli si parlava di una cosa e lui rovesciava immediatamente tutto, vi ritrovavate il discorso scucito e rimontato al 100%, Franco aveva messo la telecamera in un punto impensabile, tutto suo, da cui ogni cosa si vedeva in altro modo.

Era anche contento di venir corteggiato, lodato, cercato da amici e allievi vecchi e nuovi, era sdegnosamente affamato d’amore e di riscontri, come tutti a questo mondo, si schermiva certo, ma l’ammirazione rapita o divertita («Franco, non ti darei più di sessant’anni, come fai?» gli dicevo spesso; «Eh, è perché ho i capelli ancora scuri, è una cosa di famiglia», gongolava però) che leggeva ad esesempio nei miei occhi e sentiva nelle mie parole gli procurava - mi è sempre parso - un enorme piacere!

Non ha praticamente mai fatto un soldo in vita sua (stipendio a parte), non ha mai utilizzato l’enorme credito spirituale - di cui godeva in mille ambienti - per chiedere niente in cambio del suo lavoro di medico, niente mai a nessuno.

Stiamo occupandoci in questi giorni – dentro “Persona e Danno” - del problema delle staminali per i bambini sofferenti di sla, dovrei predisporre adesso. un parere pro veritate, noi siamo in effetti favorevoli a questa soluzione, fin che la scienza non trovi qualcosa di meglio, mi ripromettevo proprio di parlarne con Panizon, ora non sarà più possibile.

Sono stato anch’io un suo paziente, 18 anni fa. Ero andato a un convegno ad Alessandria, la sera sentii un acuto dolore alla schiena, riuscii a guidare con difficoltà fin qui a Trieste, arrivato a casa piombai a letto febbricitante; fu proprio Franco che venne a visitarmi, diagnosticò subito una (probabile) polmonite, finii in ospedale per quasi un mese. All’uscita alcuni pneumologi dichiaravano che per evitare future aderenze, invalidanti dicevano, era necessario mi facessi separare i “villi corticali” nei polmoni, o qualcosa del genere, onde evitare di restare ingobbito e senza fiato, più tardi; una sorta di intervento chirurgico non pericoloso, ma scocciante, forse doloroso. Ne parlai con Franco, «Cosa devo fare?», lui mi disse di no, «È una cosa orrenda!– tuonò – Io ai miei bambini non lo faccio mai fare, non farlo, non ti accadrà niente!»; così feci, gli ubbidii, e non mi è successo nulla in effetti, respiro bene, forte come un cipresso di montagna.

Due anni dopo questo episodio mi trovai in mano un po’ di soldi, e dove decidere di comprare un appartamento? Ovvio, qua in via Ponchielli, lo stesso palazzo in cui abitava lui, che da allora in poi è diventato mio condomino, quindi; alle assemblee non ci siamo mai visti in verità, non ci andava lui e non ci andavo io: dalla finestra della mia stanza da letto, che si affaccia sul cortile, potevo scorgere però (come James Stewart) le finestre del suo appartamento di fronte, al secondo piano, ogni giorno.

Non l’avevo più visto in queste ultime settimane, ma i suoi ultimi pensieri li indovino con facilità, non saranno stati diversi da quelli di G. B. Shaw, il quale diceva: «Sono vegetariano, e mi rallegro al pensiero che alla mia morte seguiranno il corteo, sino al cimitero, tutti gli animali che in vita mia non ho mangiato». Così anche Franco: «Ho fatto il pediatra per sessant’anni e sono contento che alla mia morte mi accompagneranno al camposanto, con le gambe o con il cuore, tutti i bambini che in vita mia ho guarito»

 

 




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