Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Carol Comand - 22/12/2018

Maltrattamenti ad anziani: circa l’antigiuridicità penale dei fatti considerati - Cass. pen. 57888/18

La questione esaminata dalla Corte riguarda il reato di maltrattamenti contro i familiari e conviventi. Nel caso di specie dalle indagini esperite emergeva che un’anziana (ultraottantenne) subiva, fra l’altro, una serie di condotte ingiuriose, minacce e violenze psicologiche da parte del nipote con lei convivente e l’imputato veniva successivamente condannato, sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello, (anche) per il menzionato delitto.

Nel ricorso per la cassazione della pronuncia il difensore dell’imputato deduceva altresì vizio di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza di tale reato e la corte di legittimità, pur non accogliendo l’impugnazione, ha avuto modo di chiarire che il reato considerato si concretizza in un quadro di abituale sottoposizione ad una serie continua di atti di vessazione tali da cagionare sofferenze, privazioni ed umiliazioni offensive della dignità della vittima.

Rientrano nello schema del delitto oltre alle percosse, le lesioni e le ingiurie anche le privazioni e le umiliazioni imposte, gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità della vittima che si risolvono in vere e proprie sofferenze morali.


RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 21/10/2016 il Tribunale di Brindisi condannava T. alla pena di anni otto di reclusione per tentato omicidio e maltrattamenti in famiglia. Rilevava il Giudice che la vicenda era iniziata il 23/09/2014 alle ore 20.36, quando il servizio di emergenza sanitaria "118" di Brindisi veniva chiamato per un intervento presso l'abitazione doveva viveva D., soggetto ultraottantenne: era stato il T., nipote convivente, a invocare aiuto sostenendo che la zia mostrava segni di una caduta; i medici si accorgevano presto che l'anziana donna non mostrava segni di una caduta, bensì sintomi di strangolamento ed asfissia, quali petecchie sul viso e segni al collo come se esso fosse stato stretto da una corda; l'imputato sosteneva che la donna o era caduta o era stata vittima di un'aggressione di un ladro, ma nulla mancava nella abitazione, la quale non mostrava disordine; nella donna anziana si riscontravano la frattura di una costola, ecchimosi sul collo, contusione alle ossa nasali e forte dolore al collo in caso di palpazione: il solco sul collo era profondo sulla parte anteriore, come se una trazione violenta fosse stata esercitata da tergo con un laccio; i medici concludevano che vi era stata un'azione di strangolamento, idonea ad uccidere, ma non abbastanza prolungata. La persona offesa mostrava subito di non voler collaborare alle indagini e a ciò doveva aggiungersi una sindrome psicorganica con decadimento globale: tuttavia faceva comprendere di essere stata aggredita alle spalle da un individuo che l'aveva afferrata per il collo e l'aveva colpita al fianco con pugni e il Tribunale concludeva che non si trattava della narrazione di una mente disordinata, ma il segno di un forte condizionamento. Le indagini si appuntavano sull'imputato e così si esaminavano immagini registrate di telecamere, tabulati telefonici: emergeva che, da un lato, l'imputato risultava essere stato chiamato dal figlio alle 19.54 perché aveva trovato la prozia aggredita, ma l'imputato aveva chiamato i soccorsi soltanto mezz'ora dopo, facendo prima altre telefonate, dimostrando di non avere a cuore la sorte dell'anziana; si intercettavano i colloqui tra padre e figlio ed emergeva che essi avevano concordato una versione da offrire agli inquirenti e che il figlio nascondeva particolari a tutela del padre; le intercettazioni delle conversazioni nella casa della vittima e dell'imputato facevano trasparire un quadro di continue condotte ingiuriose, minacce e violenza psicologica verso l'anziana, bersagliata da continui maltrattamenti, rimproveri, offese, urla e bestemmie; l'imputato in modo evidente non tollerava più la donna nella sua casa ed anche altri condomini riferivano delle sue urla; si ricostruivano i movimenti dell'imputato nel giorno 23/09/2014 e, tra uscite e rientri, risultava che soltanto lui era tornato a casa alle ore 18.40 circa, si era ivi trattenuto, e poi era uscito scendendo con l'ascensore: si trattava dell'ora dell'aggressione alla vittima ed era evidente che egli aveva perso il controllo e in un momento di rabbia aveva cercato di strangolare la zia; una condomina l'aveva sentita urlare ed aveva udito poi il rumore di un uomo che, dopo avere urlato, si allontanava bestemmiando con l'ascensore, il che escludeva si trattasse della fuga di un ipotetico ladro. Il Tribunale rilevava che l'imputato viveva nella casa della zia che gli assicurava un sostegno economico, ma ormai non tollerava più le difficoltà di vivere con una persona pluriproblematica e litigava con lei per ogni banalità, augurandole continuamente la morte; del resto, non aveva mai sporto una vera denunzia per l'ipotetico intruso e tutto il suo contegno dopo i fatti era stato anomalo; l'abitualità delle condotte aggressive e violente sostanziavano i maltrattamenti, mentre la sua azione di strangolamento sostanziava un tentato omicidio senza desistenza (poiché molti fattori potevano aveva interrotto l'azione e l'imputato non aveva mai nemmeno invocato una desistenza).
2. Interponeva appello l'imputato.
3. Con sentenza in data 15/09/2017 la Corte di Appello di Lecce confermava la condanna di primo grado. Rilevava la Corte di Appello che le ferite provocate alla vittima erano gravi, che l'imputato aveva tenuto un comportamento strano all'atto del ricovero, non aveva segnalato l'urgenza ed aveva cercato di accreditare una caduta accidentale; al momento dell'aggressione (cristallizzato da una condomina che aveva udito le urla della persona offesa) vi era in casa soltanto l'imputato e non anche il figlio né alcun elemento faceva pensare ad un terzo individuo ivi presente; le conversazioni intercettate avevano dimostrato l'atteggiamento minaccioso, litigioso, ingiurioso verso la vittima da parte dell'imputato; si rimarcava poi l'atteggiamento omertoso di due testimoni le quali, pur avendo intuito che l'imputato aveva aggredito la zia, tentavano di fornire risposte vaghe e non compromettenti (ma erano state intercettate mentre si riferivano reciprocamente considerazioni e ricordi che conducevano all'imputato); non si accoglieva la richiesta di tentare acquisire le immagini delle telecamere i sino all'intervento dell'ambulanza, poiché dopo tre anni non vi era possibilità di reperirle né quella di acquisire i dati di localizzazione GPS dei telefoni cellulari dell'imputato, poiché essi risultavano agevolmente modificabili e quindi non attendibili. La condotta veniva ritenuta idonea a provocare la morte e si ribadiva che la desistenza, qualora non vi fossero elementi che la avvaloravano, doveva essere dimostrata da chi la invocava e non poteva bastare il mancato verificarsi della morte per attestarla.
4. Avverso detta sentenza propone ricorso il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Lecce, deducendo, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità della motivazione: sostiene che la Corte di Appello aveva mantenuto la qualificazione di tentato omicidio nei confronti di un'azione che andava considerata come lesioni personali, con conseguente declaratoria di non doversi procedere per mancanza di querela; ciò perché l'azione posta in essere dimostrava la condotta di compressione delle vie aeree della vittima, ma non dimostrava lo scopo delittuoso omicidiario, ostacolato dalla interruzione dell'azione stessa e dant modalità medesime del fatto, che attestavano un momento di rabbia e di percosse nell'ambito di un quadro di maltrattamenti, mentre molte congetture aveva connotato la decisione sulla desistenza.
5. Avverso la sentenza propone ricorso anche l'interessato a mezzo del difensore Avv. omissis.
5.1. Con il primo motivo deduce, ex art. 606, comma 1 lett. c) ed e), cod.proc.pen., inosservanza di legge e manifesta illogicità della motivazione: sostiene che la sentenza impugnata aveva dato per presupposto l'accertamento dei fatti operato dal Tribunale senza procedere ad una verifica critica e giungendo ad una replica della prima sentenza con i medesimi errori di ricostruzione logica, soprattutto consistiti nel correggere e dare termine a monconi di frasi intercettate, così sostituendo il proprio pensiero a quello dei testimoni: fondamentale è quello per cui la dirimpettaia ode i probabili rumori dell'aggressione alle ore 17.30 ma la Corte di Appello reputa che abbia errato nell'indicazione dell'orario, attribuendo i rumori all'asserito rientro in casa del ricorrente alle ore 18.40 e non dando spazio all'ipotesi alternativa del ricorrente che - rimasto fuori di casa senza chiavi - non era riuscito a rientrare ed era così andato via con l'ascensore in modo rumoroso; ogni altra ricostruzione era una congettura influenzata da un'ottica colpevolistica dovuta al pessimo carattere del ricorrente: per esempio, veniva tratto argomento di valutazione dal fatto che egli era stato tranquillo nel chiamare i soccorsi e non si era precipitato al telefono, ma si ignora che la vittima non aveva mai corso un pericolo di vita; così lo stato di confusione della vittima viene scambiato per volontà di coprire l'imputato; non era stata accolta la richiesta di acquisire i filmati dell'ingresso del palazzo oltre le 17.30; era stata ritenuta illogicamente l'esistenza di una sorta di strategia attuata tra padre e figlio sulla base di inesattezze di ricordi e congetture; era stata arbitrariamente considerata una condomina come una sorta di teste oculare quando invece aveva solo sentito dei rumori ed avanzato delle ipotesi.
5.2. Con il secondo motivo deduce, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità di motivazione: sostiene che la qualificazione giuridica del fatto era stata comunque imprecisa e apodittica poiché non riusciva a dimostrare l'inequivoca direzione degli atti, poiché l'atto dello stringimento al collo di per sé non è solo indicativo del tentato omicidio una in più esso era stato limitato nel tempo; inoltre non si spiega perché sia stata esclusa la desistenza, giacchè certamente la vittima era vigile poiché urlava e nessun elemento spiegava l'interruzione dell'azione, considerate le limitatissime conseguenze causate.
5.3. Con il terzo motivo deduce, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità di motivazione: sostiene che non poteva parlarsi di maltrattamenti a causa del fatto che la persona offesa non percepiva più le contumelie a causa delle sue condizioni; il ricorrente era soltanto blasfemo, ma ormai faceva monologhi e la zia non sentiva gli atti di disprezzo per cui non poteva sentirsi vittima di un regime di vita vessatorio.
5.4. Con il quarto motivo deduce, ex art. 606, comma 1 lett. b) ed e), cod.proc.pen., erronea applicazione di legge e manifesta illogicità di motivazione: sostiene che non era stato valutato se realmente il nuovo reato era sintomo di riprovevolezza, finendo così per applicare una recidiva ingiustificata e particolarmente severa.
6. In udienza le parti hanno concluso come indicato in epigrafe.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Nessuno dei due ricorsi può essere accolto.
Va premesso che, nel caso portato alla cognizione di questa Suprema Corte, ci si trova di fronte a due pronunzie, di primo e di secondo grado, che concordano nell'analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle conformi rispettive decisioni, con una struttura motivazionale della sentenza di appello che viene a saldarsi perfettamente con quella precedente, sì da costituire un corpo argomentativo uniforme e privo di lacune, in considerazione del fatto che entrambe le pronunzie hanno offerto una congrua e ragionevole giustificazione del giudizio di colpevolezza formulato nei confronti del ricorrente.
Discende da tale evenienza, secondo una linea interpretativa in questa Sede da tempo tracciata, che l'esito del giudizio di responsabilità non può certo essere invalidato da prospettazioni alternative, risolventisi in una "mirata rilettura" degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell'autonoma assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferirsi a quelli adottati dal giudice del merito, perché illustrati come maggiormente plausibili, o perché assertivamente dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 22256/2006, Rv. 234148; Sez. 1, n. 42369/2006, Rv. 235507).
2. Il ricorso del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Lecce censura la ritenuta qualificazione di tentato omicidio della condotta di strangolamento della persona offesa, sostenendo che la mera azione di compressione delle vie aeree della vittima non dimostrava, di per se stessa, un intento omicidiario e che le conclusioni sul punto della Corte di Appello erano di natura congetturale. L'argomentazione non è accoglibile.
Come è noto, nel caso del tentato omicidio, la valutazione che deve essere compiuta non può essere condizionata dagli effetti realmente raggiunti: così opinando,infatti, l'azione per non aver conseguito l'evento, sarebbe sempre inidonea nel delitto tentato. Il giudizio di idoneità, come è stato ripetutamente sottolineato, consiste in una prognosi con riferimento alla situazione che si presentava all'imputato al momento dell'azione, in base alle condizioni umanamente prevedibili nel caso particolare. I giudici di merito si sono attenuti a tali parametri ed hanno correttamente concluso, riconoscendo la idoneità degli atti in funzione omicidiaria.
Già in primo grado era stato precisato che l'istruttoria aveva appurato che l'azione di compressione delle vie respiratorie era stata idonea a provocare la morte, nel senso che la forza impressa era stata sufficiente per uccidere, ma era difettata una adeguata durata dell'azione costrittiva: inoltre la profondità della lesione sulla regione anteriore del collo della vittima, con assenza di lesioni nella regione posteriore dello stesso, faceva ragionevolmente dedurre che l'ansa del laccio era stata posizionata sulla regione anteriore predetta e che quindi la trazione veniva esercitata da tergo con entrambe le mani; la conseguenza era stata la perdita di coscienza, la difficoltà respiratoria, la disforia, la disfagia e i deficit mnesici.
Dal punto di vista soggettivo, l'animus necandi è stato inferito da un compendio che imponeva tale giudizio, poiché ritenuto correttamente dotato di inequivoca incidenza dimostrativa: basti pensare alla potenzialità offensiva dell'azione posta in essere, al laccio che aveva stretto la gola della vittima, alla forza impressa al laccio stesso, all'età della persona offesa, alla violenza dei colpi che prima erano stati sferrati contro di essa, tutti fattori deponenti, senza possibilità di errore, per una manifesta volontà diretta di uccidere (Sez. 1, n° 32851 del 10.06.2013, Rv 256991).
3. Il primo motivo di ricorso dell'imputato censura l'intera ricostruzione dei fatti operata dalla Corte di Appello, asseritamente mancante di analisi critica verso la sentenza di primo grado e intrisa di una sorta di pregiudizio colpevolistico determinato da comportamenti del ricorrente non qualificabili diversamente da un cattivo carattere.
Tuttavia, questa valutazione critica non risponde al contenuto della sentenza impugnata: in primo luogo, non è possibile considerare le doglianze del ricorrente relative al significato delle conversazioni intercettate, poiché «costituisce questione di fatto, rimessa all'esclusiva competenza del giudice di merito, l'interpretazione e la valutazione del contenuto delle conversazioni, il cui apprezzamento non può essere sindacato in sede di legittimità se non nei limiti della manifesta illogicità ed irragionevolezza della motivazione con cui esse sono recepite» (Sez. 2, n. 35181 del 22/05/2013, Rv 257784); gli stessi principi risultano ribaditi anche con riguardo all'esegesi del linguaggio adoperato dai soggetti intercettati, per quanto criptico o cifrato (Sez. 6, n. 46301 del 30/10/2013, Corso).
Tale consolidato orientamento ha ricevuto definitivo avallo anche da parte delle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 22471 del 26/02/2015, Sebbar), mentre la possibilità di prospettare una interpretazione del significato di un colloquio intercettato, diversa da quella proposta dal giudice di merito, è stata affermata «solo in presenza del travisamento della prova, ovvero nel caso in cui il giudice di merito ne abbia indicato il contenuto in modo difforme da quello reale, e la difformità risulti decisiva ed incontestabile» (Sez. 5, n. 7465 del 28/11/2013, Rv 259516).
Tanto premesso, i punti fermi rilevati dalla Corte territoriale non mostrano alcuna connotazione congetturale e non hanno determinato, di conseguenza, valutazioni ingiustificatamente pregiudizievoli.
Così, non risponde al vero che la conclusione del Giudice sia stata influenzata dal fatto che il ricorrente era rimasto tranquillo anche nel chiamare i soccorsi: in realtà, la Corte territoriale evidenzia che il ricorrente non era stato semplicemente lento nel chiedere soccorso per via telefonica, ma aveva bensì telefonato a tutt'altre persone nel mentre la persona offesa mostrava evidenti segni di una aggressione, e la telefonata invocante l'aiuto era tardata di almeno mezz'ora dal momento in cui il figlio lo aveva contattato. E questo dato non può essere superato dall'argomentazione del ricorrente che ciò era giustificato dal fatto che la vittima non aveva mai corso un concreto pericolo di vita: correttamente la Corte territoriale constata che i segni dell'aggressione erano evidenti, che l'imputato non aveva cognizioni tecniche tali da escludere i rischi e che tutto il suo comportamento denotava un disinteresse per le sorti dell'anziana congiunta; del resto, lui stesso aveva sostenuto che la causa di ogni problema era stata una inverosimile caduta dell'anziana donna e, pur a fronte delle dichiarazioni di ella (che tentava di coprire le responsabilità del nipote con una poco credibile aggressione di un misterioso sconosciuto), l'imputato aveva sporto una denunzia con grande ritardo e soltanto su sollecitazione espressa della sorella (appartenente alla polizia giudiziaria), e la stessa denunzia, in realtà, era una.sorta di segnalazione che non indicava nulla di rilevante.
Parimenti, non risponde al vero che la Corte territoriale ha errato nel ritenere la confusione della vittima come un tentativo di discolpare l'imputato: in realtà, già durante le indagini, gli operatori sanitari e giudiziaria si erano resi conto della inverosimiglianza delle dichiarazioni rese dalla donna, la quale, per esempio, sosteneva di non avere udito la voce dell'aggressore ma di avere udito l'ascensore che lo portava. Già in primo grado era stato rilevato che la vittima non intendeva cooperare alle indagini, pur se alcuni elementi erano molto evidenti (le sue ferite, per esempio, ed il fatto che in casa non vi era alcun segno di disordine dovuto all'azione di un ladro): le dichiarazioni della donna descrivevano efficacemente l'azione aggressiva che aveva subìto e diveniva vaga soltanto nella indicazione di elementi riconducibili all'aggressore, per cui la deduzione di un forte condizionamento, in luogo di quella di una confusione mentale, veniva spiegata con motivazione logicamente dipanata e priva di vizi giuridici.
Ed ancora, la mancata ricerca di ulteriori immagini registrate da telecamere nell'androne del palazzo non poteva considerarsi un'ingiustificata decisione della Corte territoriale, attestante un pregiudizio istruttorio: in realtà, era stato spiegato che, a distanza di anni dall'occorso, era impensabile ritenere di poter recuperare quei
filmati, ormai non più disponibili, e che comunque il fatto era ricostruibile anche senza detti supporti.
Tutti questi elementi erano stati poi uniti alla constatazione che l'imputato risultava essere entrato nel palazzo, proprio nello spicchio di tempo in cui una condomina aveva udito la vittima urlare a seguito dell'aggressione: era stato correttamente dedotto che egli doveva essere in casa con la vittima, che egli l'aveva aggredita e che egli era poi andato via rumorosamente con l'ascensore; non vi era stata quindi una fuga precipitosa di un ladro, e ciò anche perché altra testimone lo aveva udito andare via, riconoscendo il suo consueto argomentare blasfemo. E correttamente la Corte territoriale faceva notare che proprio il fatto di avere udito e riconosciuto l'imputato poteva spiegare l'atteggiamento tanto reticente di due testimoni (portate in aula soltanto con accompagnamento coattivo), le quali non gradivano il dover ribadire informazioni già fornite in precedenza e relative al cattivo comportamento del ricorrente nei confronti della anziana congiunta.
Peraltro, a questo dato si aggiungeva il contenuto di conversazioni intercettate tra il ricorrente ed il figlio nelle quali si evidenziava il fatto che i due avevano concordato ciò che doveva essere dichiarato alla polizia giudiziaria al fine di corroborare la versione dei fatti offerta dal ricorrente.
Così, nel constatare la predisposizione di una motivazione completa, logica e plausibile, il compito di questa Corte non può che arrestarsi essendo doveroso rilevare che non le è demandato di valutare nuovamente emergenze istruttorie che hanno formato oggetto di considerazione debita da parte dei giudici di merito e che non potrebbero trovare apprezzamento da parte di questa Corte neppure se fossero idonei a condurre, nella prospettiva del ricorrente, ad una interpretazione alternativa dei fatti.
In tema di vizi della motivazione, infatti, il controllo di legittimità operato dalla Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente la migliore possibile ricostruzione dei fatti, ne' deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se tale giustificazione sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (Rv 215745).
4. La seconda doglianza del ricorrente attiene al tema della qualificazione giuridica della condotta e del mancato apprezzamento della desistenza.
Circa la qualificazione giuridica della condotta, sia qui sufficiente richiamare quanto scritto nel precedente paragrafo 2, al quale si rinvia per evidenti ragioni di sintesi.
In ordine alla desistenza, correttamente i giudici di merito hanno rilevato che, in tema di delitto tentato, la desistenza volontaria ha natura di esimente; pertanto la riconducibilità alla volontà dell'agente e non a fattori esterni del mancato compimento dell'azione o del mancato avverarsi dell'evento, qualora non risulti chiaramente agli atti, va dimostrata da chi la invoca che deve quindi dedurla (Sez. 6, n 7937 del 10/03/1995, Rv. 202577; Sez. 1, n. 21955 del 02/02/2010, Rv. 247402; Sez. 1, n. 48418 del 08/03/2017, Rv 271316); e parimenti, correttamente è stato sottolineato che il ricorrente non ha mai indicato da quali elementi poter desumere che sia stata posta in essere una desistenza volontaria dall'azione.
Peraltro, già in primo grado si evidenziava che nessun elemento acquisito consentiva di giungere in via logica all'ipotesi della desistenza volontaria poiché vi erano plurimi ed alternativi motivi che potevano aver condotta alla cessazione dello strangolamento (la convinzione di avere ormai ucciso oppure la reazione della vittima oppure il sopraggiungere di vicini che udivano le urla). A questi fattori di valutazione, espressamente condivisi, la Corte territoriale aggiunge il fatto che la sola mancanza dell'evento morte non autorizza a sostenere la desistenza, poiché ontologicamente questa figura postula la mancata verificazione dell'evento avuto di mira. Oltre a ciò, si è notato che la condotta criminosa si era ormai realizzata quale tentato omicidio: l'esame obiettivo della vittima ha fatto concludere che la condotta posta in essere era idonea a cagionare la morte; e questa conclusione è corretta: la norma difensivamente citata testualmente recita: "se il colpevole volontariamente desiste dall'azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora questi costituiscano per sé reato diverso") e rende palesi ragioni e senso della norma, la quale è collocata (ed è questo il dato giuridico da tenere presente per interpretarla correttamente) nell'ambito della disciplina del tentativo, istituto che pone la questione giuridica fondamentale, posta dal principio di legalità, di delimitare con certezza l'ambito della condotta tipizzata alla quale riconoscere rilevanza penale.
Ebbene, ai sensi dell'art. 56 cod.pen., comma secondo, tale ambito di rilevanza, allorché l'agente desista dall'azione delittuosa, deve essere riconosciuto soltanto se gli atti comunque consumati fino alla desistenza di per sé integrino ipotesi di reato, anche se di natura diversa da quella inizialmente concepita e dalla quale l'agente ha poi desistito. Nel caso in esame, per quanto innanzi argomentato, al momento dell'allontanamento dalla scena del delitto, l'imputato aveva ormai posto in essere una condotta la quale, per sé considerata, conteneva ogni elemento di fatto idoneo a configurare il tentato omicidio della persona offesa.
In altri termini, in ipotesi di esecuzione monosoggettiva del reato, in tanto può sussistere la desistenza, in quanto l'agente abbandoni l'azione criminosa prima che questa sia completamente realizzata (Sez. 1, 23/09/2008, n. 39293; Sez. 6, 09/04/2009, n. 32830; Sez. 1, Sent. 02/10/2007, n. 42749). La desistenza è infatti istituto giuridico che si concretizza allorché l'agente interrompa il corso dell'azione o impedisca l'evento, ma se l'azione ha comunque portato alla concretizzazione di fatti di rilevanza penale, e questo è il senso della norma in esame( l'art. 56 cod.pen., comma 3), detti eventi soggiacciono alla disciplina penale per essi prevista dalla legge. A maggior ragione se tali eventi di per sé già comprendono i requisiti di quel tentativo del reato che il desistente ha voluto. Insomma: la desistenza volontaria, se esclude la responsabilità penale per gli atti compiuti in quanto questi costituiscano tentativo del delitto cui erano rivolti, non esclude tale responsabilità per gli atti medesimi se e in quanto questi costituiscano di per sé un reato diverso; a maggior ragione se il reato non è diverso da quello inizialmente voluto ma realizza, in forma tentata, quello voluto (Sez. 1, n. 43036 del 23/10/2012, Rv. 253616).
5. La successiva doglianza del ricorrente censura la ritenuta sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia, sostenendo che la persona offesa ormai non percepiva più le offese e gli atti di disprezzo, per cui le parole pronunziate dal ricorrente erano sostanzialmente un monologo.
Questa affermazione non trova rispondenza con gli accertamenti istruttori: infatti, la Corte territoriale, di fronte a questa specifica censura, ha correttamente evidenziato che la persona offesa era in condizioni di udire le parole e di interloquire, di rispondere al citofono e di dialogare regolarmente con le altre persone: del resto, nel corso delle indagini e del processo non risultavano problemi particolari da questo punto di vista, per cui le sue condizioni psico-fisiche generali non le impedivano di sentire e di comprendere quanto accadeva.
Peraltro, le intercettazioni ambientali nella abitazione della donna, oltre a porre in evidenza le continue e quotidiane vessazioni e mortificazioni poste in essere contro di lei dal ricorrente,
consentivano di constatare che l'anziana donna percepiva le offese, tanto che aveva
detto che sarebbe stato meglio mangiare da sola ed evitare le contumelie ripetute.
Quanto alle espressioni usate dal ricorrente ed alla sua condotta nell'abitazione,
correttamente i giudici di appello hanno sottolineato la sussistenza di un quadro di sistematiche aggressioni verbali, ingiurie, bestemmie ed imprecazioni tali da determinare un complesso vessatorio. Infatti, il reato di maltrattamenti, com'è noto, è un reato di tipo abituale e, quindi, caratterizzato dalla sussistenza di una serie di fatti che, se isolatamente considerati, potrebbero assumere scarsa rilevanza, o addirittura non costituire reato, ma che in realtà rinvengono la ratio dell'antigiuridicità penale proprio nel dato della loro reiterazione protratta nel tempo ed assistita da un elemento intenzionale tendenzialmente orientato ad unificare la serie di condotte in cui si concretizza il reato, e cioè un quadro di abituale sottoposizione ad una serie continua di atti di vessazione tali da cagionare sofferenze, privazioni ed umiliazioni offensive della sua dignità. È noto, del resto, che nello schema del delitto di maltrattamenti in famiglia non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie, le minacce, le privazioni e le umiliazioni imposte alla vittima, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali (Sez. 6, n. 44700 del 08/10/2013, Rv. 256962).
6. L'ultimo motivo di ricorso concerne la ritenuta recidiva, asseritamente applicata senza una puntuale verifica del significato della nuova commissione di un reato.
In realtà, la Corte territoriale non ha mancato di effettuare la verifica di quanto sostenuto dal ricorrente. Precisato che l'applicazione della recidiva facoltativa impone l'assolvimento di uno specifico onere motivazionale da parte del giudice (Sez. U, n. 5859 del 27/10/2011, Rv. 251690), cui può, tuttavia, adempiere anche implicitamente (Sez. 6, n. 20271 del 27/04/2016, Rv. 267130), la sentenza impugnata ha espressamente e specificamente affrontato il punto in questione, affermando che nessuna ragione poteva escludere la recidiva contestata poiché i fatti di cui al processo si ponevano in linea di continuità con il precedente penale annoverato dal ricorrente, e cioè il reato di cui all'art. 570 cod.pen.: così è stato sottolineato che il reato di maltrattamenti in famiglia veniva a collocarsi nel medesimo ambito del procedente penale già annoverato, nel quale si situava anche il tentato omicidio.
Il Giudice ha pertanto effettuato motivatamente la sua valutazione, apprezzando in concreto la sussistenza dei requisiti di riprovevolezza della condotta e di pericolosità del suo autore.
6. Il rigetto del ricorso del T. comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M
Rigetta ricorsi) e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso il 12 settembre 2018.