Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Ilaria Rega - 08/01/2020

Malattia psichiatrica da stigma del malato ad opportunità di miglioramento per tutta la società.

Da sempre purtroppo le malattie psichiatriche rappresentano un problema, qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi, i malati mentali sovente sono visti come pazienti possibilmente da rinchiudere o ancor meglio da tenere costantemente sotto sedativi, per non recare danni a se stessi e ad altri.

Raramente vi sono le risorse strutturali e finanziarie per una reale riabilitazione cognitiva, ove possibile,  o per un reinserimento lavorativo e socio-economico che rispetti le inclinazioni del paziente, che seppur malato mentale è sempre, in primis, un essere umano, facente parte della nostra organizzazione sociale. Ancora più rara è la diffusione di una cultura del rispetto e dell’inclusione, che può solo partire dalla famiglia e dalle scuole, attraverso la realizzazione di progetti specifici. E indubbiamente c’è moltissimo da fare ancora, sempre a partire dalla scuola per un armonioso sviluppo della sfera emotiva e per la prevenzione delle malattie mentali.
In merito a questo vorrei condividere con voi alcune considerazioni tratte da due autorevoli contributi , sulla malattia mentale, sulla psichiatria e sui diritti umani: uno della Fondazione Veronesi e l’altro dell’OMS, che recentemente ho riletto e che trovo sempre molto attuali:

Quali sono i maggiori problemi oggi nella cura delle malattie psichiatriche?

L’ipotesi tacitamente condivisa, è quella di ritenere che i servizi territoriali siano, da soli, in grado di rispondere in modo univoco ai problemi, dimenticando come, al cambiamento strutturale dei servizi, deve poter corrispondere necessariamente, anche un cambiamento culturale, come affermava lo stesso Basaglia infatti, il solo cambiamento delle strutture sociali non era sufficiente a porre fine al problema dell’oppressione dell’uno sull’altro e per costruire “una società (così ) civile” da essere capace “di accettare tanto la ragione quanto la follia”, che “esiste ed è presente in noi come lo è la ragione”.

In Brasile, nelle famose Conferenze, alcuni mesi prima di morire, Basaglia, affermava:

“[…] la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l'impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent'anni fa era impensabile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno a essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un'azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro, è che ora si sa cosa si può fare” .
È possibile cambiare le cose, è questo il più grande insegnamento di Basaglia, che abbiamo la responsabilità e il dovere di portare avanti.

“Avevamo già capito – diceva Basaglia – che un individuo malato ha, come prima necessità, non solo la cura della malattia ma molte altre cose: ha bisogno di un rapporto umano con chi lo cura, ha bisogno di risposte reali per il suo essere, ha bisogno di denaro e di tutto ciò di cui anche noi medici che lo curiamo abbiamo bisogno, questa è stata la nostra scoperta”
Basaglia inoltre aveva intuito che il cambiamento era strettamente interconnesso con la possibilità di ridare voce al malato, che unito al sapere del tecnico, cui veniva invece delegato tutto il potere, inventava una nuova lingua, proprio perché al malato veniva finalmente offerta l’opportunità di partecipare a quel sapere. 
L’opera di Basaglia è rappresentata dal tentativo di riportare la malattia mentale in un terreno di comunità umana, in cui il malato ha gli stessi diritti di ogni altra persona.

Il Piano di Azione sulla Salute Mentale è uno degli strumenti che oggi, a distanza di quasi 41 anni dalla legge Basaglia, abbiamo per proseguire la sua opera e ottenere un sistema di cura più efficace, continuando a puntare alla prevenzione e colmando il divario tra il modello ideale di cura della persona con malattia mentale e la concretezza della prassi.
Questo vuol dire puntare, sempre più  a creare una cultura non di emergenza ma di conoscenza, al fine di abbattere così uno dei più grandi fenomeni legati alla salute mentale: il pregiudizio sociale e il relativo stigma. 

Cosa vuol dire che incrementare una cultura alla salute che non può prescindere da quella mentale?

Vuol dire restituire alla persona che vive un momento di disagio, la possibilità di sviluppare il proprio diritto alle decisioni circa la cura, di vestire un ruolo attivo piuttosto che passivo, interattivo e non ricettivo, sviluppando così, processi di empowerment e promuovendo una cultura di recovery .
Oggi come quarant’anni fa, dobbiamo più che mai lottare per superare quella netta distinzione tra salute e malattia, considerati come poli opposti, diceva Basaglia, con la stessa naturalezza con cui si dice piove o c’è il sole […]; assolutizzazione che nega il rapporto dialettico e ipotizza la salute come assenza di malattia, come se la norma non comprendesse la salute e la malattia
Se fondamentale appare, dunque, nella cura, sapere che si può e si ha il diritto di sentirsi parte interagente del proprio benessere, lo è ancora di più nella prevenzione.

Purtroppo, il pregiudizio sociale e lo stigma da sempre hanno accompagnato l’immagine del malato mentale.

Basaglia si è battuto per cambiare quella modalità escludente della società, per soverchiare il potere che imprigiona l’uomo in un’etichetta di malato sterile.

La lotta al pregiudizio, risulta oggi più importante che mai, perché diviene l’unico e l’ultimo, vero muro da abbattere. Il pregiudizio è legato al concetto di diversità che accomuna fenomeni sociali che hanno come uguale denominatore il rischio di emarginazione in cui, l’altro, non conosciuto diviene potenzialmente nemico. Non è solo compito degli operatori sanitari favorire la lotta al pregiudizio, ma anche e soprattutto responsabilità collettiva
Diffondere la cultura sui rapporti che intercorrono tra il nostro corpo e la nostra mente è fondamentale per non sottovalutare disagi o momenti di crisi che presentano sintomi silenziosi e che se non ascoltati e protratti nel tempo, possono divenire cronici.
Oggi, sostiene Cipriani, il manicomio non è più rappresentato da fasce e muri, o sbarre, ma è diventato astratto, invisibile. Il vero manicomio sono gli psicofarmaci che riducono gli stati d’animo (lutto, rabbia, timidezza, tristezza, disattenzione) a patologie unicamente da curare con il farmaco giusto.
Tra queste due alternative, cioè rivolgersi ai Servizi Territoriali in caso di “gravità” e il tenere a bada la sintomatologia attraverso la prescrizione del farmaco, esiste la possibilità di iniziare a diffondere una cultura in cui re-imparare a prendersi cura della propria salute mentale e disabituarsi a rivolgersi a un professionista della salute mentale, sia esso psicologo, psicoterapeuta, o psichiatra, privato e pubblico, sempre e solo come se fosse l’ultima spiaggia.
Come suggerito dal Piano Nazionale di azioni per la salute mentale (PANSM): “I dati disponibili sulle attività dei DSM e dei servizi per i disturbi neuropsichici dell’infanzia e dell’adolescenza sembrano indicare una scarsa progettualità nei percorsi di assistenza.

Tale situazione, riconducibile a una insufficiente differenziazione della domanda genera il pericolo di un utilizzo delle risorse non appropriato alla complessità dei bisogni presentati dagli utenti. In molti casi, gli utenti con disturbi gravi ricevono percorsi di assistenza simili agli utenti con disturbi comuni e viceversa”.

Come sostenuto da Lowen e altri autori “il corpo e la mente non sono separati. Sono uno lo specchio dell’altro.”
Purtroppo viviamo in una società in cui l’apparenza e l’immagine la fanno da padrone  e l’introduzione dei social network, che non costituiscono la causa, amplificano tale fenomeno, fanno sì che venga dato sempre meno spazio ai sentimenti, alle relazioni vere (e non virtuali), con un conseguente dilagare di individualismo e narcisismo, a discapito dei reali bisogni (magari un abbraccio) e di una cura alla costruzione di legami duraturi e profondi.

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci consente di essere sempre in “connessione” con gli altri, eppure la condizione esistenziale più diffusa è il sentimento di solitudine.

Realtà che richiama la necessità di una controrivoluzione emotiva, che riporti alla ribalta l’esperienza autentica del contatto con l’altro, esperienza che non potrà mai essere sostituita da una virtuale.
L'incitamento, suggerito anche da Basaglia, sembra essere quello di continuare ad attuare la propria libertà nella valorizzazione della propria soggettività , per continuare a interrogarci su quel punto fondamentale che concerne il rapporto tra malattia mentale e libertà.

Bisogna puntare alla promozione di un’intelligenza emotiva, che miri alla condivisione relazionale di sensazioni, emozioni e sentimenti per imparare strategie efficaci e funzionali per far fronte a situazioni stressanti e di crisi. Coltivando una cultura, comunitaria, prima che individuale di reciproco aiuto e di resilienza.
Resilienza vuol dire proprio imparare a rialzarsi quando si cade, reimparare a coltivare sane emozioni, per disabituarsi dalla regola che spopola nella nostra era del “tutto e subito” e dell’immediatezza. Imparando a non vedere la persona con disagio mentale come altro-da sé ma come persona dignitosa e meritevole di cura e attenzioni. Questo concorrerebbe alla riduzione dello stigma.

Ciò che serve recuperare non è il malato mentale, ma l’intera condizione esistenziale in cui tutti siamo immersi, e di cui alcuni diventano portavoce.

Proprio per questo nel maggio 2012, la Sessantacinquesima Assemblea Mondiale della Sanità ha ritenuto necessario adottare la risoluzione WHA65.4 sul peso globale dei disturbi mentali e sulla necessità di una risposta globale coordinata da parte del settore della sanità e dei settori sociali in tutti i paesi.

La Dottoressa  Margaret Chan, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità affermava, in merito al Piano d’azione per la salute mentale 2013-2020:

 “Il benessere mentale è una componente essenziale della definizione di salute data dall’OMS.
Una buona salute mentale consente agli individui di realizzarsi, di superare le tensioni della vita di tutti i giorni, di lavorare in maniera produttiva e di contribuire alla vita della comunità.
La salute mentale è importante ma, a livello mondiale, dobbiamo lavorare ancora molto per garantirle il giusto spazio. Bisognerà invertire molte tendenze sconvenienti – i servizi e le cure nell’ambito della salute mentale troppo spesso dimenticati, le violazioni dei diritti umani o la discriminazione di cui sono vittime le persone con disturbo mentale o con disabilità psicosociali.
Questo piano d’azione globale riconosce il ruolo essenziale della salute mentale ai fini della realizzazione dell’obiettivo della salute
per tutti. Si basa infatti su un approccio che dura tutta la vita, che punta a raggiungere l’uguaglianza attraverso la copertura sanitaria universale e che sottolinea l’importanza della prevenzione.
Definisce quattro obiettivi principali: ottenere una leadership e una governance più efficaci nell’ambito della salute mentale; riuscire ad offrire servizi di salute mentale e servizi sociali completi, integrati e capaci di rispondere ai bisogni della comunità; mettere in campo delle strategie di promozione e prevenzione; rafforzare i sistemi informativi, raccogliere sempre più evidenze scientifiche ed implementare la ricerca.
Gli obiettivi di questo piano d’azione sono certamente ambiziosi, ma l’OMS ed i suoi Stati membri si sono impegnati a raggiungerli”

Il piano d’azione si occupa anche della salute mentale, definita come uno stato di benessere in cui una persona può realizzarsi a partire dalla proprie capacità, affrontare lo stress della vita di ogni giorno, lavorare in maniera produttiva e contribuire alla vita della sua comunità. Per quanto riguarda i bambini, un’attenzione particolare è data agli aspetti di sviluppo, per esempio al fatto di acquisire un sentimento di identità positivo, alla capacità di gestire i propri pensieri, le proprie emozioni, e di riuscire a creare dei rapporti sociali, oltre ad avere l’attitudine ad imparare ed istruirsi, in definitiva permettendo loro una partecipazione a pieno titolo alla vita sociale.

Tenuto conto delle numerose violazioni dei diritti e delle discriminazioni di cui sono vittime le persone con disturbo mentale, è fondamentale includere i diritti umani quando si affronta il peso globale dei disturbi mentali.

Il piano d’azione sottolinea, inoltre, la necessità di dotarsi di servizi, di  politiche, di una legislazione, di misure, di strategie e di programmi allo scopo di proteggere, promuovere e far rispettare i diritti delle persone con disturbo mentale, nel rispetto del Patto internazionale sui diritti civili e politici, del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e degli altri strumenti internazionali e regionali sui diritti umani.
Dall’analisi emerge che a seconda del contesto locale alcuni individui e gruppi sociali sono molto più a rischio di altri, di soffrire di disturbi mentali. Questi gruppi vulnerabili sono per esempio (ma non necessariamente) i membri delle famiglie che vivono in situazioni di povertà, le persone affette da malattie croniche, i neonati e i bambini abbandonati e maltrattati, gli adolescenti che fanno uso per la prima volta di sostanze psicoattive, le minoranze, le popolazioni indigene, le persone anziane, le vittime di discriminazioni e violazioni dei diritti umani, lesbiche, gay, bisessuali e transgender, i prigionieri e le persone che vivono situazioni di conflitto, catastrofi naturali o altre emergenze umanitarie. L’attuale crisi finanziaria mondiale è la dimostrazione di come un fattore macroeconomico comporti ingenti tagli a dispetto di un concomitante e più forte bisogno di servizi sociali e di servizi di salute mentale a causa dell’aumento dei disturbi mentali e dei suicidi e dell’emergere di nuovi gruppi vulnerabili (ad esempio i gio- vani disoccupati). In molte società i disturbi mentali legati all’emarginazione, all’impoverimento, alle violenze e maltrattamenti domestici, all’eccessivo carico di lavoro e allo stress inducono crescente preoccupazione, soprattutto per la salute delle donne.
I punti su cui si sviluppa il Comprehensive mental health action plan 2013–2020  sono 6 principi ed approcci trasversali:

1.Universal health coverage
2.Human rights
3.Evidence-based practice
4.Life-course approach
5.Multisectoral approach
6.Empowerment of persons with mental disorders and psychosocial disabilities

Possiamo comprendere maggiormente l’urgenza di realizzare ognuno dei precedenti punti se pensiamo che secondo le stime dell'OMS, entro il 2020 le malattie psichiatriche colpiranno più del cancro e del diabete ed entro i prossimi 12 anni oltre il 20% della popolazione mondiale in età evolutiva arriverà a soffrire di una qualche forma di disturbo mentale.

Dall’8 al 10 luglio 2019 il ministro della salute in carica all’epoca, ha deciso di riunire gli operatori della psichiatria al fine di migliorare il settore e per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Nel 2017 oltre 850.000 persone si sono rivolte ai servizi di salute mentale, 7.600 sono stati i Trattamenti sanitari obbligatori.
Sotto osservazione c’è anche la spesa per gli antidepressivi.
La salute mentale e la sua tutela restano comunque  una criticità importante.

«Ho voluto fortemente questo incontro – ha dichiarato la ministra della Salute Giulia Grillo – perché i dati da noi raccolti mostrano come sia necessario migliorare l’assistenza sul territorio per il malato e la sua famiglia. Abbiamo in programma anche una serie di iniziative attraverso i mezzi di comunicazione per contrastare lo stigma, il pregiudizio contro questi malati. Ma quel che mi preme di più è dare una dignità diversa all’intero settore fino ad oggi marginalizzato».

Il presidente della Società italiana di psichiatria (Sip) Enrico Zanalda, però lancia un allarme sulla situazione italiana: «In Italia si investe solo il 3,5 per cento del budget della sanità per il settore della salute mentale, a fronte di medie del 10-15 per cento di altri grandi paesi europei. Questo significa lasciare sguarniti di personale i servizi, che attualmente hanno un deficit di operatori che va dal 25 al 75 per cento in meno dello standard».

Possiamo affermare da quanto emerge dalle ricerche analizzate che sul fronte della cura e della prevenzione della malattia mentale c’è ancora molto lavoro da fare tra gli operatori sanitari e soprattutto nella nostra società a partire da ognuno di noi.



Fonti:
Piano d’azione per la salute mentale 2013-2020
L’eredità di Basaglia. Come ciascuno di noi può prendersi cura della propria salute mentale: Tiziana Campanella