Responsabilità civile - Risarcimento, reintegrazione -  Antonio Arseni - 20/03/2018

Lo sconvolgimento della vita nel riconoscimento del danno esistenziale (Cass.29.01.2018 n.2056)

Come è noto, la materia del danno non patrimoniale è stata oggetto di un incisivo intervento delle Sezioni Unite nelle c.d. sentenze di S. Martino, pubblicate l’11/11/2008, le quali, in particolare, hanno stabilito l’ubi consistam di tale tipo di pregiudizio, le condizioni della relativa risarcibilità, le modalità di liquidazione e gli aspetti probatori, fornendo le seguenti indicazioni.
Il danno non patrimoniale è nozione ampia e omnicomprensiva, che include “qualsiasi pregiudizio alla persona non suscettibile di valutazione economica”.
Il danno non patrimoniale è risarcibile solo nei casi previsti dalla legge, comprendendosi l’ipotesi della astratta configurabilità come reato del fatto illecito nonché nei casi di lesione grave di un diritto inviolabile della persona, dalla quale sia derivato un pregiudizio non futile.
In questo secondo caso, in pratica, la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di detti interessi che, al contrario della prima delle due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge ma devono essere selezionati caso per caso dal Giudice.
L’interesse leso-e non il pregiudizio sofferto- deve avere copertura costituzionale.
L’offesa deve essere connotata della gravità, ossia deve superare una soglia minima di tollerabilità alla luce del principio di solidarietà sociale ex art. 2 della Costituzione che impone a ciascuno di tollerare le minime intrusioni nella propria sfera personale inevitabilmente scaturenti dalla convivenza.
Il danno non deve consistere in meri disagi o fastidi, ovvero nella lesione di diritti del tutto immaginari, come ad esempio quello alla qualità della vita od alla felicità.
Il danno non patrimoniale deve liquidarsi con valutazione unitaria ed omnicomprensiva di tutte le conseguenze pregiudizievoli derivate dal fatto illecito ma senza duplicazioni o segnatamente senza l’attribuzione di nomi diversi o pregiudizi identici.
Il danno non patrimoniale, costituendo un danno conseguenza, va sempre debitamente allegato e provato da chi ne invoca il risarcimento, pur potendosi ritenere tale onere assolto attraverso il ricorso alle presunzioni (art. 2727 CC) ed alle nozioni di comune esperienza (art. 115 c.p.c.).
L’indicata prospettiva interpretativa ebbe come conseguenza la bocciatura del danno esistenziale “di cui non sarebbe stato lecito più discorrere”, opinando, in particolare la S.C., nella pronuncia 26972/2008, per la inammissibilità nel nostro Ordinamento della autonoma categoria di detto danno inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona umana, sotto un duplice profilo: a) ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell’art. 2059 CC, interpretato in modo conforme alla Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria; b) ove nel danno esistenziale si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all’art. 2059 CC.
Il dilemma esistenzialista della Corte Regolatrice sembrava aver trovato, dunque, una certa soluzione con le decisioni del 2008 dopo che le pronunce della Cassazione 8827-8828/2003 e della Corte Costituzionale 203/2003 avevano reso possibile, a loro volta, attraverso una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 CC, un adeguato ristoro per tutti i pregiudizi non patrimoniali (biologico, morale, esistenziale) capaci di compromettere i valori fondamentali della persona umana, individuati dalla Corte Costituzionale, tra cui, in primo luogo, quelli ricavabili dall’art. 2 Cost.. Ma come accennato, “non sarebbe stato più lecito discorrere del danno esistenziale”, ebbero ad affermare le S.U. del 2008.
Questa perentoria presa di posizione della S.C. ha avuto l’effetto di determinare una “levata di scudi”, in difesa del danno esistenziale, da parte dei suoi sostenitori (tra gli stessi giudici e nello stesso ambito della dottrina che ha tra i suoi principali “ fans ” la c.d. scuola triestina ed in particolare il Prof. P. Cendon) grazie ai quali è stato evitato che un tale pregiudizio fosse confinato in una sorta di “letto di Procuste” attratto dalla forza, per così dire, centripeta del danno biologico.
Ed, invero, all’indomani delle sentenze delle S.U. del 2008, i Giudici di Piazza Cavour, “snocciolano” tutta una serie di pronunce (per citarne solo alcune v. Cass. 18641/2011, 24082/2011, 20292/2012, 9231/2013, 22585/2013, 1361/2014, 5243/2014, 21917/2014, 9320/2015, 4379/2016, 7766/2016, 19641/2016, 9250/2017, 27229/2017 e da ultimo 901/2018) che hanno avuto il merito di indicare quelle che si possono definire “credenziali del danno esistenziale”, opinando per l’autonomia ontologica di tale voce di pregiudizio rispetto agli aspetti biologici e morali dello stesso.
Sul punto la S.C. più volte ha affermato che deve essere “definitivamente sconfessata la tesi predicativa della unicità del danno biologico, quale sorta di primo motore immobile dell’intero sistema risarcitorio”. Ed ancora ,“anche all’interno del sistema delle micro permanenti, resta ferma (né avrebbe potuto essere altrimenti, non potendo le sovrastrutture giuridiche ottusamente sovrapporsi alla fenomenologia della sofferenza) la distinzione concettuale tra sofferenza interiore ed incidenza sugli aspetti relazionali della vita del soggetto; una dimensione, dunque, dinamica della lesione, una proiezione tutta (e solo) esterna al soggetto, un vulnus a tutto ciò che è altro da sé rispetto all’essenza interiore della persona”.
In definitiva, viene ormai costantemente affermato “che ogni vulnus arrecato ad un interesse tutelato dalla Carta Costituzionale, si caratterizza per la sua doppia dimensione del danno relazione/proiezione esterna dell’essere (per l’appunto il danno esistenziale) e del danno morale/interiorizzazione intimistica della sofferenza: due dimensioni del danno, per l’appunto,ontologicamente differenziate l’una dall’altra, non sovrapponibili sul piano fenomenologico, necessariamente indagabili, caso per caso, quanto alla loro concreta (e non automatica) predicabilità e conseguente risarcibilità”.
In tale prospettiva conclude la S.C. che “non esistendo una tabella universale della sofferenza umana, che è scevra da qualsivoglia automatismo, sarà compito (arduo) del Giudice valutare caso per caso, sulla base degli elementi messi a sua disposizione dalle parti, così spostandosi la questione sul piano della allegazione e della prova del danno”.
In tal senso declina la sentenza in commento la quale ha il merito di aver doviziosamente perimetrato l’area del danno esistenziale risarcibile.
Il caso ha riguardato la vicenda di un Tizio che aveva richiesto, tra l’altro, di essere risarcito del danno asseritamente subito in conseguenza della illegittima formazione ed approvazione della graduatoria per la copertura di un posto di medico di base in convenzione con il Comune di Palagano nonché per la inottemperanza alla decisione del Presidente della Repubblica 26/08/1993 di accoglimento del ricorso in relazione alla suddetta graduatoria. La vicenda de qua era approdata in Cassazione su ricorso della Regione Emilia Romagna dopo che la Corte di Appello di Bologna aveva riconosciuto il risarcimento del danno patrimoniale da lucro cessante e non anche quello non patrimoniale richiesto dal Tizio che per questo proponeva ricorso incidentale.
Per quanto qui interessa, quest'ultimo censurava la sentenza pronunciata dalla Corte Felsinea perché non aveva ritenuto il danno non patrimoniale in re ipsa ed inoltre perché non aveva valutato le emergenze probatorie dalle quali risultava che questi “aveva subito stress, stato depressivo trauma psicologico , era sempre turbato, depresso e soprattutto dormiva malissimo”
Orbene, gli Ermellini ritengono corretta la pronuncia del Giudice di merito sulla base delle seguenti considerazioni.
Anche in caso di lesione di valori della persona il danno non può considerarsi in re ipsa - risultando altrimenti snaturata la funzione del risarcimento, che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno bensì quale pena privata per un comportamento lesivo- ma va allegato e provato dal danneggiato secondo la regola generale di cui all’art. 2697 C.C. E, ciò, in quanto l’onere della prova non dipende dalla relativa qualificazione in termini di danno conseguenza, dovendo tutti i danni extracontrattuali essere provati da chi ne pretenda il risarcimento: compreso il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, che può essere dimostrato, d’altro canto, con ogni mezzo anche per presunzioni.
Con riferimento al danno esistenziale l’allegazione deve essere circostanziata e non già purchessia formulata, non potendo risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico astratto, ipotetico (come nel caso di specie). In questo senso, recentemente anche Cass. 17/01/2018 n° 913.
Ma non basta una allegazione circostanziata dovendo la stessa far riferimento ad una lesione (quella subita dal soggetto danneggiato) avente un contenuto apprezzabile. Sarà compito del Giudice di merito individuare concretamente tale limite, che certamente non è fisso, ma lasciato al prudente apprezzamento del Giudice stesso, potendo variare anche in base al particolare momento storico, alla evoluzione della coscienza sociale di nuovi diritti, di valenza costituzionale, ricompresi nell’art. 2 Cost. (si pensi, ad esempio, al diritto alla privacy da poco tempo considerato diritto fondamentale).
Devono in tale contesto escludersi dalla tutela risarcitoria i c.d. danni “bagatellari”, insuscettibili di incidere su valori presidiati costituzionalmente.
Ammonisce Cass. 2056/2018 che la risarcibilità del danno esistenziale presuppone un radicale cambiamento di vita, una alterazione/cambiamento della personalità del soggetto,  un vero e proprio sconvolgimento dell’esistenza che non potrebbe identificarsi in quello che è stato definito “sconvolgimento dell’agenda” o nella mera perdita delle abitudini e dei riti della quotidianità della vita ed in particolare in quelli che devono considerarsi meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità.
Si coglie, dunque, nelle motivazioni della sentenza in commento, l’indicazione di come il Giudice debba procedere alla selezione di quelle situazioni idonee a permettere il riconoscimento del danno esistenziale, ravvisabili ogni qualvolta la lesione della personalità del soggetto danneggiato sia di contenuto apprezzabile e non ogni qualvolta si rappresenti una condizione spiacevole della vita.
Il semplice disagio, come detto, non può essere qualificato come danno ove si riveli attraverso una scontentezza generale risolvendosi in manifestazioni dell’umore variabili da soggetto a soggetto, caratteristica costante delle nostre azioni quotidiane.
Qualora il fastidio non raggiunga una soglia rilevante, da valutarsi sempre secondo il prudente apprezzamento del Giudice, limitandosi ad un senso di scontentezza, non potrà parlarsi di danno risarcibile.
Al riguardo, si potrebbe fare un esempio emblematico ricavabile da una recente decisione della Cassazione 2071/2017 n° 1606, nell’ambito di una fattispecie ex art. 844 CC, da cui si evince la risarcibilità del danno alla qualità della vita dovuta allo stress subito a causa delle moleste immissioni rumorose del vicino (nella specie si trattava di una lite fra due fratelli vicini di casa riguardante immissioni sonore e gas nocivi derivanti dagli strumenti di lavoro a causa della attività di una officina di lavorazione del ferro).
Il danno esistenziale, che nella accezione suddetta si traduce in un peggioramento della qualità della vita laddove viene impedito al danneggiato di accedere a tutte quelle attività realizzatrici della persona umana, pur non essendo inquadrabile nel danno biologico, ha avuto un certo successo in campo giuslavorista, in ipotesi di demansionamento, dequalificazione e mobbing, situazioni ritenute capaci di provocare un pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) nel fare areddituale del soggetto che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto alla espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno (v. Cass. 05/12/2017 n° 29047).
Così, per fare altro esempio, nel campo infortunistico, un grave incidente di auto, che aveva costretto una giovane di 25 anni alla immobilizzazione sulla sedia a rotelle, è stato in grado di determinare apprezzabili ripercussioni sulla normale vita di relazione dell’infortunata avuto riguardo alla capacità di procreazione, alla vita sessuale, alla possibilità di praticare sport ed altre analoghe attività (Cass. 19/01/2015 n° 777).
Così, ancora, un consolidato orientamento giurisprudenziale (da ultimo v. Cass. 17/01/2018 n° 907) ha opinato che il pregiudizio esistenziale possa configurarsi nella ipotesi di perdita o compromissione del rapporto parentale, nel caso di morte o di grave invalidità del congiunto, poiché idonea a sostanziare “la privazione di un valore non economico, ma personale, costituito dalla irreversibile perdita del godimento del congiunto, della definitiva preclusione delle singole relazioni interpersonali secondo le varie modalità con le quali normalmente si esprimono nell’ambito del nucleo familiare; perdita, privazione e preclusione che costituiscono conseguenza della lesione dell’interesse protetto”.
E così via.
Come si vede, tale tipologia di danni, costituisce una categoria aperta suscettibile di ampliarsi a nuove fattispecie o restringersi escludendo casi prima ricompresi.