Lavoro - Licenziamento -  Elisa Bucci - 26/03/2018

Licenziamento con notevole ritardo nella contestazione: tutela indennitaria forte – Cass. S.U. 30985/2017

Un lavoratore impugnava il licenziamento per giusta causa chiedendo la reintegra nel posto di lavoro poichè la contestazione dell'addebito gli era stata formulata a distanza di circa due anni dalla cognizione dei fatti da parte della datrice di lavoro.

La domanda, accolta in fase sommaria (rito Fornero), veniva rigettata in opposizione dal Giudice che confermava il licnziamento ed applicava la tutela indennitaria debole ex art. 18 comma VI Statuto Lavoratori.

La Corte d'appello per contro disponeva la reintegra nel posto di lavoro ritenendo nullo il licenziamento per mancazna di contestazione immediata.

Il datore di lavoro ricorreva per cassazione deducendo la violazione degli artt. 7 e 8 Statuto dei Lavoratori e lamentando l'errata applicazione della tutela reitegratoria in luogo di quella indennitaria debole (art. 18 comma VI) o al più di quella indennitaria forte (art. 18 comma V).

Con la sentenza che si allega, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite chiarisce che con la Legge 92/2012 (riforma Fornero) l'art. 18 prevede:

- una tutela reale piena (reintegrazione + risarcimento del danno per l'intero periodo nei casi di nullità del licenziamento perchè discriminatorio, intimato in concomitanza di matrimonio...; si tratta di fattispecie titpiche che non ricorrono nel caso di specie);

- una tutela reintegratoria attenuata (reintegra + indennità commisurata all'ultima retribuzione globale di fatto dal licenziamento sino ad effettiva reintegrazione). Questa fattispecie presuppone l'inesistenza del fatto censurato, ovvero il difetto degli elementi essenziali della giusta causa o del giustificato motivo, pertanto non può applicarsi al caso concreto.

- per quanto concerne la tutela indennitaria forte o debole, la Corte risolve il problema alla stregua della valenza da attribuire al principio della tempestività della contestazione dell'illecito disciplinare nel senso che se per un verso è certo che l'obbligo della contestazione rientra nell'art. 7 L.300/1970, ciò non implica che la violazione del principio di tempestività debba essee sanzionato attraverso il meccanismo della indenità attenuata (art. 18 coma VI) per il sol fatto che tale norma contempla le ipotesi di violazione delle procedure di cui all'art. 7 della stesa legge, art. 7 L. 604/1966.

Secondo la Corte, la violazione della procedura di cui all'art. 7 alla quale il novellato art. 18 riconduce la tutela indennitaria debole è da intendere come violazione delle regole che scandiscono le modalità di esecuzione dell'intero iter procedimentale nelle sua varie fasi, mentre la violazione del principio generale della tempestività quando assume il carattere di ritardo notevole e non giustificato è idoneo a determinare un affievolimento della garanzia per il dipendente incolpato ponendosi in contrasto con i doveri generali di correttezza e buona fede scaturenti dagli artt. 1175 e 1375 c.c.

La mancanza di tempestività può indurre a ritenere che il datore di lavoro voglia soprassedere al licenziamento ritenendo non grave o comunque meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore.

Pertanto, la Corte afferma che la risoluzioe del licenziamento disciplinare conseguente ad accertamento di un ritardo notevole e non giustificato della contestazione dell'addebito posto a base dello stesso provvedimento di recesso comporta l'applicazione dell'indennità come prevista dal comma V dello stesso art. 18 legge 300/1970 (12-24 mensilità) e accoglie il ricorso.