Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 22/02/2019

Legittima difesa: l'articolo 2044 del codice civile e l'indennità all'aggressore

A differenza di quanto accade in caso di stato di necessità, salvo casi particolari, all'aggressore non spetta alcuna indennità, avendo esso stesso dato causa al danno subito, attraverso la propria illegittima aggressione; tuttavia, in casi per l’appunto particolari, la giurisprudenza - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 - ha precisato come l'art. 2045 c.c. (il quale prevede che l'autore del fatto dannoso commesso in stato di necessità è tenuto a corrispondere una indennità al danneggiato) possa esser ritenuto applicabile, per analogia, nel caso di danno cagionato da persona non punibile per aver agito in stato di cosiddetta legittima difesa putativa.

E' stato, ancora, chiarito dalla Suprema Corte come, nei casi di rissa, qualora entrambe le parti agiscano in contemporanea e con pari volontà di offesa – e, dunque, nella normalità dei casi, salvo degenerazioni affatto particolari  riguardanti l'evento criminoso -, non sia configurabile l'ipotesi della legittima difesa; si segnala, da ultimo, un'interessante pronuncia riguardante la rimozione di autovetture, parcheggiate in spazi privati: il fatto di chi parcheggia la propria vettura in uno spazio privato, adeguatamente segnalato come interdetto alla sosta, spiega il giudicante, può senza dubbio qualificarsi come una molestia al pacifico godimento della strada privata da parte dell'ente proprietario e possessore: ne consegue che la rimozione dell'auto, parcheggiata contro le disposizioni date e rese adeguatamente conoscibili, integra il lecito esercizio dell'autotutela possessoria, che trova il suo fondamento normativo nell'art. 2044 c.c. che esclude l'antigiuridicità della reazione ad un'azione obiettivamente ingiusta.

Ulteriore, interessante e recente pronuncia risulta esser quella conseguente a ricorso per cassazione, proposto tramite difensore di fiducia, avverso la sentenza del Tribunale Monocratico di Siracusa del 20.01.2009 che, per quanto interessa, aveva confermato la condanna pronunciata, dal giudice di pace di Lentini, contro un medico, per il reato di lesioni volontarie; i reato era stato consumato nel corso di un litigio, insorto in casa della persona offesa, ove l'imputato s'era recato nella qualità di medico INPS, per effettuare una visita fiscale: dedusse il ricorrente, a tal proposito, contraddittorietà della motivazione, in ordine alla valutazione dei fatti ed in particolare all'omesso riconoscimento dell'esimente della legittima difesa, a suo avviso sussistente atteso che il medico era stato costretto a difendersi dall'aggressione patita ad opera dell'antagonista - a sua volta condannato per lesioni volontarie, in danno del ricorrente -.

Il ricorso ottenne soddisfazione, da parte del Supremo Consesso, e la sentenza impugnata fu annullata con rinvio, onde ottenere nuovo giudizio, al Tribunale di Siracusa; in effetti, secondo il giudice di legittimità, sussisteva chiaramente il vizio di contraddittorietà della motivazione denunciato, atteso che la sentenza impugnata dava atto della circostanza che la persona offesa aveva aggredito, per ben due volte, il medico dell'INPS che nell'appartamento stava effettuando una visita fiscale - ed era, pertanto, nell'esercizio di funzioni di Pubblico Ufficiale -, non riconoscendo peraltro, alla reazione del predetto le caratteristiche di azione difensiva, con la motivazione pretestuosa che la reazione appariva eccessiva, non considerando che chi è reiteratemente aggredito di regola reagisce come può, secondo la concitazione del momento, e non è tenuto a calibrare l'intensità della reazione, finalizzata ad indurre la cessazione della avversa condotta lesiva, salva l'ipotesi di eventuale manifesta sproporzione, che nel caso di specie non sussiste secondo quanto la stessa sentenza impugnata riferisce.

Ulteriormente, secondo altra recente pronuncia, non è corretto negare la possibile esistenza dell'esimente della legittima difesa, in relazione alla detenzione di armi, quando alla predetta detenzione il soggetto sia costretto a causa di precedente attentato.

Sulla base di detto principio, la Suprema Corte ha ritenuto esser fondato il ricorso di un imputato, limitatamente al capo della sentenza impugnata che aveva disconosciuto la sussistenza dell'esimente della legittima difesa, sia pure a livello putativo, in relazione al delitto di detenzione di una pistola: nell'ispecie, anche con i motivi di appello era stato dedotto come fin dalle indagini preliminari il GIP avesse ritenuto per certo che il ricorrente si fosse procurato l'arma al solo fine di proteggere la propria incolumità personale per l'ipotesi, tutt'altro che remota, dato l'ambiente e le circostanze, di un nuovo attentato in suo danno, subito dopo quello a seguito del quale altre persone avevano perso la vita e lui stesso era rimasto ferito (era stato perciò chiesto, in riforma della sentenza di primo grado, il riconoscimento dell'esimente, almeno a livello putativo); la sentenza d'appello impugnata, tuttavia, aveva ritenuto l'infondatezza del suddetto motivo, adducendo a sostegno della decisione solamente la citazione di una sentenza della Corte di legittimità, secondo la quale né la legittima difesa né lo stato di necessità varrebbero a giustificare la detenzione abusiva di un'arma.

Rilevato, allora, che la stessa sentenza impugnata, come del resto quella di primo grado, aveva ritenuto per certo che la pistola costituisse una cautela a garanzia dell'incolumità personale, cautela che l'imputato percepiva come necessaria ed impellente dopo l'attentato al quale era scampato, restando tuttavia ferito, il Supremo Consesso ritenne sarebbe stata necessaria più puntuale indagine, da parte dei giudici di merito, intesa a verificare, in fatto, l'intensità ed attualità del pericolo grave paventato dall'imputato, sondando nei fatti la possibilità che la detenzione dell'arma potesse ritenersi scriminata dall'esimente.

In effetti, la motivazione della corte territoriale appare evidentemente inadeguata per la sua apodittica assertività, fondata sul principio dettato dalla sentenza citata, che ha un solo precedente remoto, risalente al lontano 1984, del quale è nota e disponibile solo la massima e che non pare condivisibile: osservare infatti, come fa la sentenza 17329/2008, che la detenzione abusiva di armi non può essere scriminata né dalla legittima difesa né dallo stato di necessità sia al livello reale che putativo, perché la detenzione abusiva di armi costituisce delitto autonomamente connotato dalla volontà del legislatore di impedire la circolazione di tali mezzi di offesa alla persona, è affermazione di assoluta ovvietà, atteso che qualsivoglia condotta sanzionata dall'Ordinamento come illecita ha una sua autonomia concettuale ed è sanzionata proprio perché il legislatore intende impedire l'aggressione dei beni giuridici tutelati; tale considerazione, in effetti, è meramente tautologica, non riuscendo a spiegare perché le esimenti suddette possano scriminare un omicidio, che è in assoluto il più grave dei reati, ma non una detenzione abusiva di pistola che prescinda dall'uso dell'arma, e potrebbe essere giustificata dall'incombere di un pericolo grave ed imminente: basti, infatti, considerare che un'arma può essere usata anche come strumento di deterrenza, di modo che, in determinati casi, può bastare mostrarla, per sortire efficace dissuasione di eventuali aggressori; né appare, poi, decisivo il richiamo all'art. 52 c.p., comma 2, introdotto nell'ordinamento dalla L. 13 febbraio 2006, n. 59, art. 1, comma 1, che la sentenza 17329/08 fa, a conferma dell'assunto della inapplicabilità delle cause di giustificazione al reato di detenzione abusiva di arma: la norma, infatti, detta testualmente "nei casi previsti dall'art. 614, commi 1 e 2, sussiste il rapporto di proporzione di cui al comma 1 del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere: a) la propria o la altrui incolumità, b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo di aggressione"; pare allora chiaro come la norma abbia il solo scopo di stabilire una presunzione assoluta di proporzionalità, tra offesa e difesa, nel caso in cui un'arma fosse utilizzata per fronteggiare una intrusione invito domino di estranei nel proprio domicilio o dimora, affrancando il titolare del legittimo jus excludendi dall'onere di provare l'adeguatezza della reazione all'aggressione patita, mentre ove, in ipotesi, fosse utilizzata arma detenuta abusivamente, la proporzionalità dovrà essere oggetto di attenta valutazione in concreto - e chi intendesse addurre, a giustificazione del reato eventualmente commesso, la legittima difesa, dovrà dimostrare la proporzionalità all'offesa dell'azione di contrasto attuata per fronteggiarla -.

Del resto, aggiunge la suprema Corte avendo a mente il caso concreto sottoposto alla sua attenzione, ritenere che l'imputato, per avvalersi dell'esimente, avrebbe dovuto conseguire l'autorizzazione prevista dalla legge per la detenzione della pistola, cosa per lui impossibile, varrebbe a sostenere che hanno diritto a cautelare la propria incolumità personale con un'arma solo gli incensurati e le persone dabbene, mentre tale possibilità verrebbe preclusa a chi si trovasse in condizioni di marginalità sociale - e ciò anche quando si trattasse di mera detenzione, come nel caso di specie, nonostante nell'ambiente (al margine della legalità) in cui il ricorrente viveva, l'omicidio con armi da fuoco costituisse regola sociale di costante applicazione, nel caso di specie andava, dunque, verificato innanzitutto se effettivamente fosse sussistente ed attuale il pericolo grave ed imminente di danno grave alla persona e, successivamente, se, attese le circostanze ed il contesto, la detenzione dell'arma potesse ritenersi in qualche modo giustificata: la sentenza impugnata è stata, perciò, annullata sul punto, con rinvio ad altra sezione della stessa corte territoriale, cui si demandava il compito di verificare la sussistenza, in concreto, dei presupposti della legittima difesa, reale o putativa, o dello stato di necessità, dando conto delle ragioni che consentissero o meno il riconoscimento di talune delle suddette scriminanti.