Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 20/02/2019

Legittima difesa e risarcimento del danno: l’importanza dell'eccesso colposo e del difetto di proporzionalità - seconda parte

In argomento, va segnalata anche una recente pronuncia della Suprema Corte emessa su ricorso, a mezzo difensore, contro la sentenza 1 luglio 2009 della Corte di appello di Torino la quale, in parziale riforma della sentenza 4 ottobre 2007 del Tribunale di Torino, aveva ridotto la pena a mesi 2 e giorni 15 di reclusione, per il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone (così modificata l'imputazione di violenza privata) in concorso con il delitto di lesioni personali - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -: detta fattispecie concreta, in effetti, risulta particolarmente interessante proprio quanto alla frequenza che, oggigiorno, situazioni di tal fatta possono acquisire; infatti, la Corte distrettuale  decideva in relazione al comportamento posto in essere dall'imputato e consistito nel costringere con violenza una propria cliente, che rifiutava di uscire dallo studio professionale - di cui era titolare, unitamente ad altro socio -, ad allontanarsi dallo stesso, con ciò arrecando alla donna lesioni personali, a seguito di urto, avvenuto contro il montante della porta; il giudice di merito decideva, in particolare, non poter esser scriminata, l'azione del professionista, dall'esimente della legittima difesa, né dalla necessità di difendere il proprio diritto all'inviolabilità del proprio domicilio - posto che tale diritto ben poteva essere tutelato richiedendo l'intervento delle forze dell'ordine - né venendo in considerazione la necessità di tutelare l'incolumità dell'altro socio - che non risultava esser minacciata -; la gravata sentenza aveva, inoltre, escluso pure la causa di giustificazione di cui all'art. 51 c.p., dell'esercizio di un diritto, in quanto la stessa non sussiste allorché il diritto sia esercitato con la violenza o la minaccia in una situazione in cui il titolare possa ricorrere all'autorità giudiziaria, intendendo con tal dizione anche il ricorso alle forze dell'ordine.

La Corte di appello infine, non contestabili le lesioni, osservava sul punto: a) che per la sussistenza di tale esimente non è sufficiente che l'ordinamento attribuisca un diritto, ma è necessario, altresì, che consenta di esercitarlo proprio con l'attività che, per altri, che non sia titolare di quel diritto, costituisca reato; b) che nella vicenda, non emergendo una situazione integrante la legittima difesa, l'imputato non poteva allontanare dal proprio ufficio la cliente facendo ricorso alla violenza; c) che l'accertata condotta integra la fattispecie di cui all'art. 393 c.p. (esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alle persone) e non il più grave reato di violenza privata, atteso che è diversa non la materialità del fatto, bensì l'elemento intenzionale, nel primo reato infatti l'agente è animato dal fine di esercitare un diritto con la coscienza che l'oggetto della pretesa gli competa giuridicamente; d) che il comportamento dell'accusato si è tradotto nell'indebita attribuzione a sé, privato, di poteri e facoltà spettanti esclusivamente all'Autorità Giudiziaria; e) che l'espressione “potendo ricorrere al Giudice”, indicata nell'art. 393 c.p., va intesa nel senso che la pretesa arbitrariamente esercitata, con modalità violente o minacciose non consentite, debba essere munita di specifica azione giudiziaria.

La Suprema Corte, peraltro, decideva per l'annullamento con rinvio dell'impugnata pronuncia, a seguito di motivi di ricorso così determinati: quanto al primo motivo di impugnazione, veniva dedotta inosservanza ed erronea applicazione della legge, con riferimento all'art. 393 c.p.; rilevava il difensore che la Corte distrettuale, estendendo la possibilità di ricorso anche alle forze dell'ordine e non già solo al Giudice - come invece testualmente disposto dalla norma -, violava il dettato normativo, posto che il legislatore  citava soltanto la possibilità di ricorrere al Giudice: a tal proposito, si indicava a sostegno la giurisprudenza pregressa della Suprema Corte, nella parte in cui precisa che, per la configurabilità del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, è necessaria la sussistenza oggettiva della possibilità di agire in giudizio per il riconoscimento della pretesa; inoltre, si osservava che, tutte le volte in cui il legislatore ha voluto estendere alle forze dell'ordine “doveri o forme di tutela”, la dizione che si utilizza è quella di pubblico ufficiale o forze dell'ordine: per il ricorso, nella vicenda in questione, l'agente non avrebbe avuto alcuna forma di efficace tutela avanti, al Giudice, per ottenere l'immediata cessazione dell'indebito comportamento della persona offesa; con un secondo motivo, si lamentava erronea e falsa applicazione dell'art. 43 c.p., comma 1, sotto il profilo del mancato riconoscimento della scriminante non codificata del diritto di impedire la prosecuzione di un reato; rilevava, sul punto, il ricorrente che, una volta accertato in giudizio, per stessa ammissione della persona offesa, che la stessa stava commettendo il reato di violazione di domicilio di cui all'art. 614 c.p., poiché si stava trattenendo nell'ufficio contro il volere dell'imputato e del di lui socio, tanto il Giudice di prime cure quanto la Corte d'Appello (che pure ha riconosciuto la particolare tenuità delle condotte addebitate all'imputato) avrebbero dovuto applicare il principio, formulato in tema di violenza privata, secondo cui, ai fini della sussistenza o meno del reato di violenza privata, la coazione deve ritenersi giustificata, non solo quando ricorra una delle cause di giustificazione previste dagli artt. 51 e 54 c.p., ma anche quando la violenza o la minaccia siano in concreto adoperate per impedire l'esecuzione o la permanenza di un reato; invece, la violenza o la minaccia sono punibili se con esse si voglia costringere altri ad adempiere ad un dovere giuridico o ad astenersi da una condotta genericamente illecita o immorale; inoltre, anche nella prima ipotesi, quando cioè la coazione sia usata per impedire la commissione di un reato, non può prescindersi da un criterio di proporzionalità tra il mezzo adoperato e il reato che s'intendeva impedire.

Il Supremo Consesso reputò i due motivi fondati - seppur nei limiti di quanto infra argomentato -, ritenendo infatti che, nella specie, il reato astrattamente ipotizzabile fosse quello originariamente contestato, a mente dell'articolo 610 del codice penale: peraltro, mancando il gravame sul punto della qualificazione del fatto, precisava la Suprema Corte che la possibilità del “ricorso al Giudice”, quale prospettato nella dizione degli artt. 392 e 393 c.p., va sicuramente valutata in modo molto più ampio di quanto la lettera della legge sembra indicare e cioè come possibilità di fatto di dar corso all'azione giudiziale; in tale quadro, osservava, peraltro, la Corte come il requisito della possibilità di adire l'autorità giudiziaria, non potesse esser ritenuto sussistere ogni qualvolta si fosse realizzata una situazione di fatto che risultasse idonea - per le sue concrete modalità esecutive - ad ostacolare la tempestiva adozione del provvedimento di tutela da parte dell'autorità stessa.

In tale contesto – e per quanto qui d'interesse -, la Corte precisa come la condotta di chi, trovandosi nell'altrui abitazione, si rifiuta di ottemperare alla volontà espressa dai titolare dello "jus excludendi", vada apprezzata come comportamento, suscettibile di valutazione a sensi del capoverso dell'art. 614 c.p., e la contestuale reazione dell'avente diritto, ricorrendone le condizioni, ben possa essere scriminata a sensi dell'art. 51 o 52 c.p.; da ciò il naturale corollario che le lesioni, derivate dall'azione posta in essere dal titolare dello "jus prohibendi", nell'affermazione pragmatica del suo diritto contestato, in danno della persona destinataria dell'esercizio concreto del diritto di esclusione, possono essere del pari scriminate, oppure inquadrabili nella residuale previsione dell'art. 55 c.p., sotto il profilo dell'eccesso colposo.

Né - v'è da aggiungere - la circostanza che il luogo tutelato sia uno "studio professionale" fa ad esso perdere la qualità di luogo non aperto indiscriminatamente al pubblico (e neppure priva il professionista stesso del diritto di escludere dall'ingresso dei propri locali - o di invitare ad allontanarsene - le persone che egli ritenga di non ammettere, per qualunque motivo non contrario alla legge