Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 18/02/2019

Legittima difesa e risarcimento del danno: l’importanza dell'eccesso colposo e del difetto di proporzionalità - prima parte

Avendo a mente il generalissimo principio secondo cui, in ambito civile, all’illecito connotato da colpa consegue sempre il diritto al risarcimento del danno,  anche nell'eccesso colposo di legittima difesa, venendo a mancare il requisito della proporzionalità, vi è come conseguenza che la reazione difensiva, per effetto del suo trasmodare in eccesso, termina di essere legittima dando luogo ad un fatto illecito - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -: così, è consueto il sentenziare che l'art. 2044 c.c., disponendo che la responsabilità per danni sia esclusa quando il danno è arrecato per difendere sé od altri contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che vi sia proporzione tra difesa e offesa, scrimina il fatto nella sua interezza, in tal modo differenziandosi dall'eccesso colposo di legittima difesa nel quale, venendo a mancare il requisito della proporzionalità, vi è come conseguenza che la reazione difensiva, per effetto del suo trasmodare in eccesso, termina di essere legittima dando luogo ad un fatto illecito soggetto alla sanzione penale e fonte di obbligazione civile risarcitoria.

Si valuti, peraltro, sin d’ora come, nel caso non sussista la condizione della proporzionalità o comunque il danneggiante ecceda colposamente nella reazione, potrà trovare applicazione, quanto alla quantificazione del danno, l'articolo 1227 del codice civile, il quale, al primo comma, stabilisce una ragionevole diminuzione del risarcimento, nel caso del concorso del fatto colposo del danneggiato: così, nell'ipotesi in cui l'aggressore resti danneggiato dalla reazione di chi, agendo in stato di legittima difesa, incorra in eccesso colposo, il fatto dell'aggressore, avendo provocato la reazione difensiva della vittima, deve considerarsi come causa mediata del danno a lui cagionato dall'aggredito, per cui troverà applicazione l'art. 1227 comma 1, c.c., che stabilisce una ragionevole diminuzione del risarcimento nel caso del concorso del fatto colposo del danneggiato.

Va, invece, al di là della legittima difesa e pertanto non scrimina, la condotta che tenda non solo a coartare, ma anche a punire l'aggressore ovvero a “ridurlo alla ragione”, come ben evidenziato nel caso deciso da nota pronuncia, scaturita da un il litigio con inferte e subite lesioni, insorto in seguito al lancio di un pallone in un balcone abitato, con mancato raggiungimento di una sicura ricostruzione dei fatti, dell'identificazione dei soggetti ai quali sono da attribuire le ingiurie proferite e le provocazioni attuate con quelli che hanno usato le mani, fattispecie che induce ad un quadro giuridico di riferimento dato dall'art. 2044 c.c. che, rappresentando un principio radicato anche nella coscienza sociale, afferma non essere responsabile "...chi cagiona il danno per legittima difesa di sé o di altri...": la codificazione di tale causa di giustificazione esclude l'ingiustizia del danno, sicché la lesione deve ritenersi prodotta "iure"; come condivisibilmente rilevato da dottrina e giurisprudenza, l'art. 2044 c.c. rinvia sostanzialmente, per la nozione di legittima difesa quale situazione idonea a escludere la responsabilità civile per fatto illecito, all'art. 52 c.p. che richiede, a tal fine, la sussistenza nella fattispecie, della necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta (sempre che la difesa proporzionata all'offesa...): e la necessità allude alla possibilità che quel pericolo attuale possa essere evitato in qualsiasi altro modo, anche con il cosiddetto “comodus discessus”, mentre la proporzione richiama non solo il rapporto tra il bene o il diritto minacciato e quello poi leso, ma anche i mezzi e le modalità della reazione; ma, evidenzia la pronuncia in esame, quando le testimonianze non offrono adeguata prova dell'esistenza di un pericolo attuale, da cui si dovesse inevitabilmente difendersi con la reazione fisica messa in opera, sì da poter invocare la legittima difesa (per la cui sussistenza, secondo la migliore dottrina penalista, si richiede sia che l'agente non avesse alcuna altra via per sventare il pericolo, sia che il pericolo non potesse essere neutralizzato con una condotta meno lesiva di quella in concreto tenuta dall'agente), la norma di cui all'art. 2044 c.c. non può trovare ingresso; potrà, invece, trovare applicazione l'art. 1227 c.c., a carico del soggetto sceso in strada per far cessare il gioco del pallone, fatto che non può trovare alcuna ragionevole giustificazione nella asserita necessità di “ricondurre” il convenuto, o chiunque altro, “alla ragione”, non essendo quello un compito del cittadino, il quale avrebbe potuto, se indispensabile, avvalersi della polizia municipale opportunamente chiamata: tale comportamento - poco in sintonia con quelle regole del vivere civile in base alle quali, qualora si venga infastiditi dall'altrui gioco del pallone e si venga insultati, non si corre in strada per inseguire e prendere l'offensore, ma, se non si riesce ad ottenere ascolto utilizzando validi argomenti, si avvertono le forze dell'ordine - esprimendo una tendenza alla regolamentazione “fai da te” della vicenda, si è configurato come atteggiamento provocatorio che il Tribunale, in coerenza con l'orientamento di dottrina giurisprudenza, ritiene concorrente e produrre l'evento dal quale deriva il danno, sicché, alla stregua del principio posto dall'art. 1227, comma 1 c.c., una quota di questo deve rimanere a carico dello stesso danneggiato (in applicazione di tale criterio, tenuto conto delle ricostruite emergenze di fatto e della loro incidenza causale, il danno risarcibile subì una riduzione della metà).