Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 27/03/2019

Legittima difesa: come dev'essere l’aggressione per giustificare la reazione? - prima parte -

Premesso che, quando l'agente si trovi in una situazione di sicurezza, non essendo esposto ad alcun pericolo, non è configurabile la causa di giustificazione della legittima difesa, neppure putativa, i requisiti dell’aggressione possono così enuclearsi: (1) oggetto dell’aggressione; (2) modalità di aggressione; (3) minaccia al diritto; (4) attualità del pericolo - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Quanto all’oggetto dell’aggressione, poiché l’art. 52 c.p. utilizza il termine generico “diritto”,  identificandolo, pertanto, non già con il diritto soggettivo stricto sensu, ma con qualunque situazione giuridica soggettiva attiva (potestà, diritto potestativo, interesse legittimo etc…), la facoltà di difesa deve ritenersi applicabile a tutti i diritti indistintamente, quindi tanto a quelli personali quanto a quelli patrimoniali, tenendo solamente presente che l’art. 2 Convenzione dei diritti dell’uomo limita la liceità dell’omicidio per legittima difesa ai soli casi di attacco a beni quali la libertà o la vita delle persone.

Granitica, sul punto, la giurisprudenza, la quale riconosce esplicitamente come la difesa legittima possa essere applicata anche ai diritti patrimoniali, in quanto anche le posizioni giuridiche attive di carattere patrimoniale sono tutelabili a norma dell'art. 52 c. p. e possono essere difese anche ricorrendo ad atti di violenza, purché sussista, ovviamente, proporzione tra il danno che l'aggredito potrebbe subire ad opera dell'aggressore e la reazione posta in essere nei suoi confronti dall'aggredito; è necessario inoltre, secondo le regole generali, che il comportamento del soggetto aggredito costituisca l'unico mezzo per impedire la lesione di tali diritti e non rappresenti l'occasione per porre in essere un'attività di ritorsione nei confronti dell'aggressore.

Esemplificando, in un’ ipotesi nella quale oggetto dell’aggressione era il bene vita, è stato confermato come vada pronunciata sentenza di assoluzione dal delitto di sequestro di persona, per (il dubbio circa) la sussistenza della causa di giustificazione c.d. del "soccorso difensivo" o della "difesa altruistica" - ai sensi dell'art. 52 c.p. in relazione all'art. 530 comma 3 c.p.p. - nell'ipotesi di forzoso allontamento dalla propria abitazione e riaccompagnamento nella comunità di recupero, per proseguire il programma di disintossicazione, attuato in danno di soggetto che vi si opponeva e che però minacciava di morte il familiare il quale invece ve lo sollecitava; relativamente ad una singolare ipotesi di difesa del diritto all’immagine, è stato deciso che non risponde del reato di violenza privata, in quanto agisce in stato di legittima difesa, l'impiegato della Asl che danneggi la macchina fotografica del reporter il quale, nell'ambito di un servizio fotografico avente ad oggetto le abituali code per il pagamento del ticket sanitario, non si limiti a riprendere soltanto queste ultime, ma anche la persona dell'impiegato posto dietro lo sportello, con potenziale discredito per la sua immagine e per la sua reputazione.

Naturalmente, l’oggetto dell’aggressione deve sempre assurgere a dignità di diritto e non configurare mero vantaggio o mera utilità soggettiva; così, agli effetti di quanto previsto dall'art. 52 c.p., che configura la esimente della legittima difesa, occorre che l'altrui offesa ingiusta sia volta a ledere od ad esporre a pericolo un diritto, restando invece escluse, dalla sfera applicativa della norma, semplici situazioni di fatto dalle quali ogni cittadino può trarre o trae determinati vantaggi o utilità soggettive, nell'estrinsecazione della sua attività economico sociale: ad esempio, la Suprema Corte ha affermato che l'uso di un parcheggio in un'area di proprietà pubblica, derivante dall'occupazione del sito con la presenza di persona interessata, non assurge a diritto vero e proprio, neppure sotto il profilo della esistenza di una consuetudine normativa, sicché la privazione di quel vantaggio per effetto dell'altrui comportamento, di parcheggio di auto, non legittima alcuna reazione riconducibile all'esimente prevista dall'art. 52 c.p., a meno che il detto comportamento non fosse preordinato a ledere un vero e proprio diritto soggettivo della persona interessata all'occupazione.

Quanto alle modalità attraverso le quali viene posta in essere l’aggressione, è da dire che l’offesa può derivare tanto da un’azione quanto da un’omissione; è sufficiente che la minaccia provenga da una condotta umana: la minaccia può, infatti, scaturire anche da animali (ad esempio, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio un verdetto che aveva condannato un uomo per l'uccisione di una volpe: per i giudici di legittimità il fatto non costituiva reato, perché l'imputato era stato costretto a sparare per difendere i suoi beni e ed i suoi familiari) o cose soltanto se sia individuabile un soggetto tenuto ad esercitare su di essi una vigilanza; ulteriormente la normativa, parlando semplicemente di “offesa”, senza richiedere l’utilizzo di alcuna violenza, ammette il ricorso alla legittima difesa anche di fronte al pericolo d’uso di mezzi, quali il gas o un narcotico, per esempio, di per sé non violenti: per un’ipotesi in cui l’aggressione è portata non dalla persona oggetto dell’azione scriminata dalla legittima difesa, bensì da un gruppo indeterminato di assalitori, si pensi alla nota pronuncia che riconosce che ricorre la scriminante della legittima difesa anche nel caso di un agente di p.s. il quale, difendendosi da un pericolo grave e incombente per la propria incolumità fisica, cagioni la morte di un aggressore, che non era tra quelli che più immediatamente lo minacciavano, quando dalle circostanze risulti che il pericolo proveniva da tutto il gruppo degli assalitori.

L’offesa al diritto, soprattutto, dev’essere ingiusta e il riferimento all’ingiustizia dell’offesa sta a significare che l’aggressione, oltre a minacciare un diritto altrui, non deve essere espressamente facoltizzata dall’ordinamento: pertanto, contro il fatto (legittimo) che viene compiuto nell’esercizio di un diritto o nell’adempimento di un dovere non potrà invocarsi la scriminante in esame.

L’offesa dev’essere ingiusta nel senso che essa dev’essere stata arrecata in assenza di un titolo legittimante (sine jure): così, per fare un esempio, è inapplicabile al reato di rissa la causa di giustificazione della legittima difesa, considerato che i corrissanti sono ordinariamente animati dall'intento reciproco di offendersi e accettano la situazione di pericolo nella quale volontariamente si pongono, con la conseguenza che la loro difesa non può dirsi necessitata; essa può, tuttavia, essere assolutamente imprevedibile e sproporzionata, ossia un'offesa che, per essere diversa e più grave di quella accettata, si presenti del tutto nuova, autonoma e in tal senso ingiusta; la giurisprudenza, in tal senso continua ad essere pacifica e consuetamente conclude come certamente non sussistente debba ritenersi, poi, la causa di giustificazione di cui all'art. 52 c.p: detta norma, infatti, dispone perentoriamente che non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta e, secondo la giurisprudenza maggioritaria, la scriminante della legittima difesa non è invocabile da chi reagisca ad una situazione di pericolo alla cui determinazione egli stesso abbia concorso; proprio la determinazione volontaria dello stato di pericolo esclude, infatti, la configurabilità della legittima difesa, per difetto del requisito della necessità della difesa.