Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 29/08/2019

Leggendo le Fragilità di Niccolò Nisivoccia - M.M.C.

Due note di lettura, scritte a caldo all'inizio dell'estate e appena riviste nel passaggio dalla comunicazione personale a questo commento: "1. All'altro capo della mia passione per le lunghe narrazioni (preferibilmente complicate e affollate) sta il mio amore per le forme brevi, nelle quali inclino tuttavia a cercare il germe di ampi possibili racconti, di fioriture narrative potenziali e dunque inesauribili. In questo senso, 'Fragilità' offre occasioni davvero infinite ma anche un monito a rispettare la scelta dell'autore: ognuno dei frammenti (aforismi, schegge, quintessenze, distillati: non li direi mai, invece, massime o sentenze) contiene infatti, mi pare, una tensione dinamica, una volontà di dire; ma al tempo stesso rimane in perfetto equilibrio, in impeccabile autosufficienza.
2. Frammenti, si è detto. Ma il frammento è, a volte, segnato da una sorta di immobilità minerale, cristallina (soprattutto quando, come anche in questo caso, la parola si percepisce come decantata, scelta in vista di una possibile perfezione). Invece le 'Fragilità' di Niccolò Nisivoccia sembrano appunto contenere quella spinta di movimento, quelal tensione che, a ben vedere, è duplice: il movimento della narrazione (il racconto di quella fragilità, dei suoi motivi, delle sue potenzialità, dei suoi eventuali lenimenti) e il movimento della poesia (l'evocazione, la sintesi, l'allusione).
Non saprei dire se il primo movimento sia davvero, come mi sembra, centrifugo, e il secondo invece centripeto. So - leggendo e soprattutto rileggendo - che i due movimenti trovano quel punto di equilibrio esatto, a sua volta niente affatto statico e immutabile.
E se a questo punto ripenso alla superba definizione della poesia offerta da Valéry - poesia come prolungata esitazione tra suono e senso - allora devo concludere che forse sì, 'Fragilità' sono questo: frammenti poetici"