Deboli, svantaggiati - Poveri -  Santuari Alceste - 06/05/2011

LE NUOVE POVERTA': SINTESI DI UNA INDAGINE CONDOTTA DAL CONSIGLIO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO - Alceste SANTUARI



Il metodo di lavoro
La commissione ha innanzitutto acquisito una “fotografia” il più aggiornata possibile
della situazione, partendo dalle cifre fornite dall’Osservatorio permanente
sull’economia, il lavoro e l’esclusione sociale (Opes) e dal servizio statistica della
Provincia. Per completare il quadro sono state effettuate, inoltre, molte consultazioni
grazie alle quali sono stati ascoltati i resoconti e le osservazioni dei responsabili delle
strutture pubbliche e delle organizzazioni del privato sociale “di frontiera”,
quotidianamente a contatto con i problemi della povertà e dell’emarginazione.

Le categorie più a rischio

Dalla ricognizione sono emerse alcune categorie più a rischio di altre: una donna ha il
doppio di probabilità di essere povera rispetto ad un uomo, e uno straniero è esposto al
problema cinque volte di più che un cittadino italiano. A ciò si aggiunga che famiglie
numerose o monogenitoriali rappresentano altre caratteristiche sfavorevoli. La povertà,
che non è “democratica” né equa, colpisce innanzitutto i più deboli: chi non dispone di
un titolo di studio competitivo, ha una rete familiare fragile o inesistente; o una
professionalità non facilmente riconvertibile. In questo scenario, vere figli pare essere
un elemento che espone maggiormente all’indigenza.

Le risposte della politica e della Provincia
Su questo punto, a giudizio della commissione, “la politica deve assolutamente
investire”, com’è avvenuto attraverso la legge recentemente approvata che prevede
interventi per la promozione del benessere familiare e della natalità. Il numero dei
bambini in calo e la frammentazione della famiglia sono fattori che rendono tutti più
poveri, sia dal punto di vista economico sia da quello relazionale.
A fronte di queste emergenze la Provincia ha già messo in campo una manovra anticrisi
a sostegno delle imprese e dei lavoratori anche con una misura innovativa come il
reddito di garanzia di cui hanno beneficiato 5.000 persone e famiglie. Tuttavia rispetto
all’evolvere della situazione anche il reddito di garanzia non sembra più essere
sufficiente per contrastare l’emergere di nuove povertà.

Altre emergenze: casa, separazioni, migranti
Un altro ambito di interesse è rappresentato dalla "casa". Se si considera che
l'investimento relativo all’abitazione assorbe il 50 per cento del reddito prodotto in una
famiglia, è evidente che occorre poco per generare una situazione di difficoltà. Gli
imprevisti possono essere di diversa natura: la perdita del lavoro, la riduzione del
reddito, nonché la fine della propria esperienza coniugale.
La separazione in particolare è sempre un elemento doloroso e di rischio. Dimezza le
risorse affettive, relazionali ed economiche e raddoppia le spese: due case, due mutui o
due affitti. Una mamma sola con uno o più figli ovvero un uomo solo sono oggi -
secondo le esperienze "raccontate" durante le audizioni svolte - più vulnerabili.
Chiede più attenzione anche la condizione dei migranti presenti sul nostro territorio. I
dati raccolti e i soggetti sentiti testimoniano che le famiglie straniere, anche con figli,
positivamente integrate nella nostra comunità, rischiano comunque l’emarginazione. Per
beneficiare ad esempio del reddito di garanzia e accedere a molti servizi socio-sanitari è
necessario avere maturato tre anni di residenza nella nostra provincia. Gli stranieri
richiedono quindi un attento monitoraggio

Le attività del volontariato e le difficoltà segnalate
Il territorio trentino è forte di una cultura della solidarietà e del mutuo soccorso e tende
a mettersi in ascolto del bisogno altrui. Sono, infatti, numerose le realtà di volontariato e
di assistenza che operano a sostegno degli “ultimi”. Tuttavia, a ben guardare, i problemi
non mancano. Anzi. Ecco alcuni esempi: i dormitori a bassa soglia sono pieni e la
disponibilità di posti è insufficiente. Ogni sera qualcuno è lasciato fuori, in strada: e non
sono i cosiddetti "barboni"; chi oggi dorme in strada semplicemente vive una situazione
di povertà indotta. Sono persone che hanno perso il posto di lavoro, padri separati,
lavoratori stranieri espulsi dal mercato del lavoro e che a causa della crisi hanno perso
anche il permesso di soggiorno ovvero sono collaboratrici domestiche che si vedono
non confermato il lavoro. In provincia di Trento, attraverso la consegna dei pacchi
viveri sono assistite 4.275 persone. Ogni sera alla mensa dei Frati Cappuccini o ad ogni
pranzo al Punto d'Incontro di via Travai chiedono un pasto anche 180 persone. Si tratta
di persone che, spesso, non entrano nelle nostre statistiche, che non vediamo o che
fatichiamo a vedere, ma che esistono, abitano il nostro territorio, fanno parte della
nostra comunità. Di fronte a queste emergenze sociali, le istituzioni in primis debbono
trovare le modalità per agganciare i nuovi poveri e strapparli alla condizione di povertà
e di emarginazione in cui si trovano. Si tratta di adottare un approccio nuovo, diverso da
quello tradizionale di stampo assistenzialistico, che sia fondato su una forte azione
promozionale per dare a tutti una possibilità di riscatto.

Le principali criticità e le ipotesi di lavoro

La relazione della quarta commissione, che presenta anche nel dettaglio il contesto
normativo e istituzionale di riferimento sia in Italia che in Trentino, il ruolo delle
organizzazioni non profit, un’analisi puntuale della realtà socio-economica della
provincia, si conclude evidenziando gli “elementi di criticità emersi” e “alcune ipotesi
di lavoro”. Le principali aree di criticità riguardano i meccanismi di inclusione sociale
di chi vive in uno stato di profonda emarginazione, le politiche abitative, le politiche
familiari, i giovani e il lavoro e l’accesso degli immigrati ai servizi Le tre ipotesi di
lavoro individuate dalla quarta commissione indicano la necessità di rafforzare il
principio di sussidiarietà orizzontale, sostenere l’azione “di frontiera” degli enti non
profit impegnati nella ricerca di soluzioni con cui affrontare le situazioni di bisogno;
incrementare i momenti di confronto e concertazione intersettoriale e multidisciplinare
come modalità strategica per affrontare meglio i problemi sociali.

L’indagine ha permesso un proficuo e costante dialogo tra i diversi attori istituzionali e le organizzazioni non profit, in un “clima” positivo, che si auspica possa invero avere un seguito, in specie per la costruzione di risposte innovative ed efficaci ai sempre nuovi bisogni che la società civile esprime. Si tratta di un metodo e di una “buona prassi” che altre amministrazioni regionali ovvero enti locali possono replicare nei loro contesti.