Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Redazione P&D - 20/06/2019

La vecchiaia non è un posto per femminucce (Bette Davis) - Francesca Carpenedo

(a volte, aggiungo io)

Mi chiamo Caterina, ho 82 anni e 10 lividi sul corpo.
Da 2 anni, da quando mi sono rotta il femore, i miei due figli mi hanno messo in questa casa di riposo, lontana da loro e da tutti i miei amici. Perché secondo loro io non posso più vivere da sola.
Loro vengono poco, giusto le feste comandate e qualche volta durante l’anno.
Io ho detto che vorrei tornare a casa mia, ma loro mi rispondono che ormai sono qui e che comunque non possono fare niente perché ormai decide tutto l’amministratore di sostegno.
Ma io questo signore mica so chi è! So solo che un giorno, circa un anno fa, i miei figli sono venuti a prendermi e per la prima volta mi hanno portato fuori dalla casa di riposo per andare dal giudice.
Questa signora, senza neanche guardarmi in faccia, mi ha fatto qualche domanda, che io non ho tanto capito, e poi mi ha salutato senza spiegarmi niente. Poi mi hanno detto che d’ora in avanti i miei soldi li gestirà questo amministratore, che però io non ho mai visto.
Io qui vivo come posso: ho fatto un po’ di amicizia con Gigi e Laura, ma non possiamo stare sempre insieme.
E poi c’è la Giorgia: una che lavora qui, che non vuole che camminiamo e che urla sempre. Nessuno si azzarda a dire qualcosa perché se è di cattivo umore, facile che ci scappi anche una boffa.
E’ per questo che ho i lividi, ma i miei figli non mi credono. D’altronde nessuno ci chiede come stiamo, se abbiamo bisogno di qualcosa, se ci va di fare una passeggiata fuori da questo posto che ormai è diventato una prigione.
Spero di morire presto e raggiungere il mio Giovanni. E forse sarà così: da quando mi danno la nuova medicina io sono sempre più stanca e a volte non riesco neanche ad alzarmi dal letto..
Sono molto triste.
Buon pomeriggio a tutti!
Mi chiamo Francesca Carpenedo, lavoro per il servizio telefonico TAM e oggi sono qui per parlare degli anziani che si rivolgono al nostro servizio che ha sede a Udine ed è attivo in tutta Italia.
In questo convegno non sono certo la persona più indicata per fare l’elenco dei diritti che, in una situazione come questa, sono disattesi.
Ciò che invece posso dire è che, anche se i nomi sono di pura fantasia, la situazione appena descritta non è fantasia ma triste, tristissima realtà.
Negli ultimi anni ed in misura sempre crescente questi sono gli argomenti di cui si tratta al TAM.
Perché? E per quale motivo, nonostante gli sporadici richiami della stampa alle situazioni di maltrattamento più eclatanti, le iniziative a protezione dell’anziano sono così scarse?
Perché si parla di anziani solo il dovere di cronaca impone di parlare dell’ennesima casa di riposo chiusa per maltrattamenti e si mandano in onda filmati raccolti in mesi di intercettazioni? Mesi durante i quali persone che si sarebbe potuto proteggere magari nemmeno sono più tra noi?
Eppure si comincia a parlare di abuso sugli anziani già dagli anni 70!
Dopo 18 anni di attività sul territorio, gli operatori hanno sviluppato una propria idea, largamente condivisa anche dai principali organismi di protezione dei diritti, tra cui l’OMS e l’ONU.
Degli anziani non si parla perché – per il resto del mondo – gli anziani non hanno nessuna attrattiva; perché gli anziani sono spesso un ulteriore fardello alla già complicata quotidianità, in una parola perché gli anziani molto chiedono ma poco danno (forse perché hanno già dato e noi ce lo siamo scordato?).
Perché noi, nella nostra testa abbiamo un’immagine ben precisa dell’anziano, immagine costruita con pregiudizi e preconcetti. Siamo diventati ageisti: discriminiamo l’anziano in quanto tale. E se poi ha pure la disgrazia di trovarsi in una situazione di fragilità, allora tanto peggio!
E così siamo disposti ad accettare, ad avallare addirittura, tutte le mancanze nei loro confronti: dalla badante su cui si chiude un occhio perché per fortuna che c’è (ma fortuna per chi?), alla goccia in più di sedativo che, toh, “casca” nel bicchiere così possiamo dormire tutta la notte.
In effetti nemmeno i mezzi di comunicazione aiutano tanto… Che immagine ci restituiscono dell’anziano?
Di una persona sorda, incontinente e magari pure senza denti! Mai che si sia vista la pubblicità di una crociera di vecchi che giocano a poker e ballano tutta la notte al ritmo degli Chic.
Per la verità, nel mondo della pubblicità, qualche nuova tendenza si comincia a vedere, ma si contano sulle dita di una mano: un filmato/intervista a firma di P&G dal titolo “vecchio a chi?” (visto solo su youtube) e una delle pubblicità della Coca Cola.
Sono splendidi esempi di inversione di rotta e di nuove forme di comunicazione e visione positiva di persone di più di 55 anni di età (ovviamente per scopi commerciali..).
D’altronde qui, oggi, quanti sono più giovani?
Però che strano.. ci pensate? Viviamo nella speranza di invecchiare e invecchiamo nella prospettiva che i nostri diritti non vengano rispettati.
Eppure in pochi ce ne preoccupiamo. Tendiamo sempre ad allontanare da noi l’idea del vecchio.
Noi al TAM questo facciamo: ci preoccupiamo. Partiamo da una situazione come quella di Caterina ed agiamo su due fronti:
Premesso che non svolgiamo un ruolo attivo nel promuovere, ad esempio, azioni giudiziarie, da un lato cerchiamo un modo per supportare la vittima (o il denunciante) nel trovare una soluzione che riporti la sua vita ed i suoi rapporti entro l’equilibrio necessario al godimento dei propri diritti. Molto spesso gli anziani (o chi gli anziani vorrebbe aiutare) non sanno a chi rivolgersi, trovano porte chiuse, non sanno come chiedere aiuto, o ne chiedono a chi non risulta essere competente. Altre volte non hanno il coraggio di chiedere perché si sentono inadeguati.  
Dall’altro, analizzando le chiamate che ci arrivano durante l’anno, definiamo i temi su cui vale la pena soffermarsi e cerchiamo di sensibilizzare le prossime generazioni di professionisti e quelle attuali. In generale ci rivolgiamo alla popolazione per introdurla al problema dell’abuso e dell’involontaria discriminazione, in cui quasi tutti noi cadiamo. L’importanza di una collaborazione positiva tra tutte le professionalità che si trovano a gestire situazioni dove un anziano soffre una situazione di fragilità, affinché l’abuso possa essere prevenuto, significa stimolare quel cambiamento e quel rispetto che noi vorremmo sperimentare sulla nostra pelle.
La speranza è di accendere quello stimolo al cambiamento culturale che permetterà, a noi vecchi di domani (ed il domani non è molto lontano..) di essere fiduciosi che noi verremo rispettati e così i nostri diritti, in modo che il nostro unico problema possa essere l’organizzazione della prossima vacanza!