Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 15/07/2019

La solitudine del danneggiato - Milva Maria Cappellini

Il danneggiato ispira a volte solidarietà: a volte, patire un sopruso, una sventura, un accidente attira (in ordine sparso) comprensione, partecipazione, compassione, fioccare di like e/o cuoricini, pianti e/o furie di emoticon; se non addirittura – specie quando vi sia piena identità o almeno sostanziale convergenza di idee, sentimenti e interessi –campagne d’opinione, movimenti di protesta, raccolte di fondi, petizioni, ampie battaglie civili. Il danno, così, diventa a volte  addirittura germe di  consapevolezza, avvio di riscossa, grumo di condivisione, fratellanza, umanità: il sacrificato diventa martire, la vittima diventa simbolo. “Agnus Dei”.

A volte.

In altri casi, invece, il danneggiato diventa piuttosto spiacevole e importuno: diventa “homo sacer” (proprio in questi giorni esce con questo titolo presso Quodilibet la summa dell’alto pensiero di Giorgio Agamben), “uccidibile ma insacrificabile”, abbandonato alla vendetta degli dèi ed espulso dalla comunità; non difeso da nessuno, non ascoltato da nessuno. Ma per cosa? Forse per aver compiuto, com’era nel tempo oscuro delle XII Tavole, esecrabili delitti contro la divinità o contro la compagine dello Stato? Non necessariamente, anzi: le ragioni sono di rado così solenni. Del resto, la nostra è un’epoca di passioni tristi, e prevalentemente piccole, epidermiche, effimere.

Così, la molestia viene non di rado dalla petulanza con cui il danneggiato pretende appunto attenzione per il suo racconto, iterato fino all’ossessione; per la minuziosa disamina delle circostanze e la puntigliosa ricostruzione delle responsabilità; per il linguaggio piangevole, a lungo andare sclerotizzato e frangibile; infine, per il discorso inesorabilmente attratto dal punto che duole, dall’abrasione che gèmica, dalla ferita aperta.

Oppure, le radici sono un po’ più profonde: il sospetto che il danno sia, in qualche indecifrabile modo, voluto e soprattutto meritato. Tale fattispecie non è insolita di fronte a danneggiamento reiterato o trascinato per le lunghe, sia a causa di accanimento, vessazione, stalking pertinace o  lungaggine giudiziaria. Né va peraltro sottovalutato il contenuto filosofico tranquillizzante di un simile sospetto: è il migliore dei mondi possibili quello in cui il malcapitato è tale per essersi procurato, procacciato o in qualsivoglia modo guadagnato la magagna.  E d’altronde – siamo sinceri! - è un dubbio che sfiora perfino il lesionato: è la scheggia dolorosissima dell’interiorizzazione dell’angheria.

Un’altra radice possibile: il sollievo nel constatare la propria buona sorte, nel poter segnare la propria distanza dalla zona del disastro, registrare l’efficacia dello scongiuro, il sacrosanto diritto allo scampo. Un sollievo che, tuttavia, ha tempi brevi: di fronte al trauma, all’ecchimosi, allo squarcio in procinto di infettarsi si distoglie lo sguardo volentieri.

Un’altra radice ancora: la cieca utilissima fiducia nel capro espiatorio, il dispositivo feroce della persecuzione e del sacrificio, il linciaggio originario.

E così via, con tante plausibili ragioni quante sono le pliche e gli interstizi dell’umana (e sociale) natura.

Il risultato non varia: il danneggiato si ritrova solo - gli amici affaccendati altrove o comunque ammutoliti, gli eventuali nemici liberi di imperversare, la malasorte dèspota abituale – con i propri monomaniaci resoconti. Il danneggiato si ritrova capro di Yom Kippùr: “homo sacer”.

A meno che il filo della scrittura suturi e ricucia.

Almeno finché la giusta azione della legge risarcisca e ripari.