Biodiritto, bioetica - Fine vita -  Rossi Stefano - 05/11/2014

LA SCELTA DI BRITTANY E I DILEMMI DEL DIRITTO - Stefano ROSSI

Sabato scorso, Brittany Maynard si è uccisa.


La Maynard ha scelto per il suicidio assistito. La ventinovenne, che era malata terminale di un cancro al cervello raro e avanzato, noto come glioblastoma multiforme, si era trasferita in Oregon per poter usufruire della legge ivi vigente che consente la morte con dignità.


Non ci piace pensare alla morte, e quindi cerchiamo di evitarlo. Regolamentare la morte è la scelta normativa più discussa. Tuttavia la morte, ovvero il processo che porta alla morte, va regolamentato, in quanto né la scarsità del dibattito né l"omissione di scelte da parte del legislatore eliminano il suicidio assistito. Tentare di spingere la notte più in là, non è una soluzione perché lascia sulle spalle dei medici – in forme clandestine – la scelta se aiutare i pazienti a porre termine con dignità alla loro vita.


Le indagini svolte negli ultimi decenni dimostrano che i medici, specie in determinate branche (oncologia, gerontologia ecc.), quando gli viene chiesto in forma anonima, ammettono di aver aiutato i loro pazienti a morire.


Vi sono modi legali per i medici per aiutare i loro pazienti a porre termine alla vita. Aiutare i pazienti, per esempio, a deperire – privandosi di acqua e cibo – è astrattamente un modo legale per garantire la morte. Ma è indubbio che questa sia una fine dolorosa.


Tre Stati negli Usa hanno approvato leggi per legalizzare il suicidio assistito: Oregon nel 1997, Washington nel 2008 e il Vermont nel 2014. In questi Stati ci sono regole rigide su come e quando i pazienti possono utilizzare queste leggi. In Oregon, per esempio, i pazienti devono richiedere di poter accedere ai farmaci con  finalità terminali per iscritto e poi di nuovo, 15 giorni più tardi, ripetendo la richiesta nel corso di un colloquio. C"è un altro periodo di attesa di ulteriori 15 giorni, dopo il colloquio, per il paziente al fine di ottenere la prescrizione. I medici, in Oregon, secondo le statistiche danno il consenso ad una richiesta su sei. I casi vengono regolarmente respinti se la motivazione principale del paziente sembra essere la depressione o se vogliono evitare di diventare un peso per gli altri.
L"Oregon mantiene statistiche estremamente dettagliate su chi accede al "beneficio" della legge sul suicidio assistito, da che tipo di malattie fossero affetti (per lo più il cancro) e se hanno ricevuto cure palliative prima di assumere il farmaco letale (circa il 85 %).


In Oregon, il suicidio assistito avviene alla luce del sole. Ciò significa tramite i dati forniti dalle autorità statali siamo in grado di conoscere le 752 persone che hanno avuto accesso alla legge sul suicidio assistito tra il 1997 e il 2013. Sappiamo dunque che circa un terzo delle persone che ricevono la prescrizioni di farmaci terminali non li usano, e alla fine muoiono per altre cause. Vi sono pertanto dati che ci permettono di discutere se la legge funziona bene o male. Tramite le forme e le garanzie della procedura possiamo valutare se vi sono abusi da parte dei medici e si può discutere se vi siano modalità più "dolci" per aiutare i pazienti a trovare pace o, almeno, il necessario sollievo dal dolore che permetta loro di vivere bene l"ultimo tratto della loro esistenza.


In un post su Facebook pubblicato poco prima di morire Brittany si è espressa in termini lucidi di fronte alla sua malattia: "Addio a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia, che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, davanti alla mia malattia terminale, questo terribile cancro che ha portato via così tanto da me, ma che avrebbe preso ancora di più. Il mondo è un bel posto, il viaggio è stato il mio maestro più grande, i miei amici più stretti e miei parenti sono le persone più generose e altruiste. Ho anche un cerchio di supporto intorno al mio letto, mentre scrivo… Addio mondo. Spargete buona energia. Siate generosi, pagate in anticipo per restituire ad altri il bene che ricevete".


L"eutanasia confina, pur senza potersi banalmente assimilare, con la sospensione dei trattamenti o con la decisione di non avviarli anche qualora questa decisione comporti la morte. L"eutanasia confina anche con la sedazione totale – consentita in Italia – irreversibile e tanto profonda da eliminare la coscienza. Confina cioè con diritti già esistenti e moralmente affini.
Il dilemma che il legislatore deve affrontare è quello di giustificare ragionevolmente per quale motivo persone come Brittany non dovrebbero avere il diritto di decidere della propria esistenza e della dignità nel fine vita.
Non  si può pertanto configurare un dovere di tenersi in vita e di prendersi cura di noi stessi, funzionalizzando noi stessi quale risorsa in ogni tempo spendibile a beneficio della collettività.

Come si è autorevolmente sostenuto (A. Ruggeri, Dignità versus Vita, in Rivista Aic, 2011, 1, 13 ss.) non vi sarebbe per ciascun essere umano modo migliore di prendersi cura di sé di quello di fare del senso quotidiano della propria esistenza un servizio per la collettività, un dono. In particolare con riguardo ai soggetti che versano in uno stato di particolare sofferenza, la solidarietà sarebbe, in primo luogo, della società verso il malato ma pure dello stesso malato verso la società, ove si convenga a riguardo del fatto che tenersi in vita concorre al progresso spirituale della società.

A questa tesi si è replicato efficacemente come non sia convincente « l"idea che possa esistere, ed essere rintracciato nel disegno costituzionale, un "interesse della collettività" così diretto da imporre, in nome di doveri inderogabili di solidarietà ovvero di una nozione oggettiva ed "etero-determinata" [dal legislatore, dal medico, o da altri ancora] di dignità, un dovere di curarsi al di là di ogni utilità o beneficio, indipendentemente da quello che ciascun soggetto pensa sia giusto per sé, in rapporto alle sue condizioni, alle sue valutazioni morali, alla sua capacità di sopportazione del dolore e della malattia senza speranza, alla sua concezione di dignità e di vita; da trasformare i malati in "unwilling prisoners of medical technology"» (A. D"Aloia, Eutanasia, in Dig. disc. pubbl., 2013, 318).

Quando si incrociano le traiettorie della vita e delle sue fasi terminali, il diritto viene fatalmente attratto dalle irriducibili conflittualità che contrassegnano lo scontro tra valori. Il conflitto sulla portata della libertà di cura si trasforma in conflitto sulla disponibilità o meno della vita, dovendosi da subito rilevare come l"asserzione secondo cui la vita sarebbe un valore in sé, sottratto alla disponibilità del suo titolare, si colloca in una dimensione diversa e incompatibile con quella del diritto di una società pluralista. È necessario allora uscire dallo scontro tra valori, che relega intenzionalmente i temi eticamente sensibili in una terra di nessuno in cui tutto deve rimanere fermo e ingabbiato in espressioni nebbiose o in contraddizioni insanabili, per aprirsi alle soluzioni offerte da un diritto prospettico in grado di riconoscere che l"essere umano è principio e fine della sua dignità, in quanto soggetto morale.