Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 11/02/2019

La ristampa di ‘Equità e autonomia privata’ di Francesco Gazzoni - (2) INTRODUZIONE - Francesco Gazzoni

Sono grato all’amico Nicolò Lipari, il quale, con la sua postfazione, ha dato dignità alla mia giovanile monografia, ma poiché l’ho ripudiata, vorrei dire qualcosa al riguardo.
Guido Alpa, giurista informato, più che di idee originali, in un recente saggio sul contratto nel terzo millennio, parlando dell’equità, ha così esordito: “L’equità intesa come clausola generale, come criterio, come modalità di determinazione del risarcimento del danno o di composizione di interessi contrapposti investe tutte le esperienze occidentali: si rifrange nella sua definizione, nelle sue qualificazioni, nelle sue modalità di applicazione, nella costruzione di rimedi, nella  individuazione di limiti all’interprete, nella identificazione di principi generali di riferimento”. E così via, con un elenco più lungo del catalogo di Leporello, riferendo di tutte le norme, assommate le une alle altre.
Per non parlare dell’equità che Alpa qualifica “giurisprudenziale”, quale risulterebbe dalle applicazioni delle disposizioni che rinviano all’equità, di quelle che riguardano le clausole generali (correttezza, buona fede, giusta causa, giusti motivi, interesse del creditore, interesse del minore, ecc.) nonché i principi generali ispirati all’equità (tutela del minore, tutela del consumatore, tutela dell’affidamento, ecc.), le circostanze di specie, la natura dell’affare e  perfino (chissà perché) la presupposizione.
Questa pura e semplice rassegna, nemmeno ragionata, non conduce a nulla e tale resta, senza cavare il ragno dal buco. Il problema è infatti quello non già di stabilire la portata delle norme positive che fanno riferimento all’equità e ad altro, né tanto meno ad istituti, ma quello di verificare se essa abbia un autonomo ruolo da svolgere in materia contrattuale, al di là dei singoli richiami di carattere tecnico, al di là, cioè, di quella che Alpa definisce “equità normativa”.
Nulla di nuovo sotto il sole, come ben sa chi conosce la famosa formula di Vittorio Scialoja, secondo cui aequitas legislatori, ius iudici magis convenit. Essa ribaltava quella di Marquard Freher, onde, per avere un senso, è proprio al potere del giudice che l’equità, svincolata dal richiamo tecnico, si rivolge e quindi essa finisce per identificarsi con il suo potere discrezionale nel contesto del giudizio.
Questo è stato il punto di partenza della mia ricerca, ma anche il punto di arrivo, onde l’intervento equitativo del giudice può essere volto alla ricostruzione del regolamento contrattuale, nei limiti e nel rispetto delle norme di legge e dell’interesse perseguito dalle parti, che non ne potrebbe mai risultare stravolto, ma anche a dichiarare la nullità di singole clausole o dell’intero contratto, ove esse siano condizionanti, in entrambi i casi in nome dell’equità integrativa, cui rinvia l’art. 1374 c.c.
Quando la monografia fu pubblicata in edizione definitiva, si trattava di affermazioni non solo controcorrente, ma addirittura blasfeme per la dottrina dominante.
Secondo Adriano De Cupis la mia impostazione, volta a favorire l’eteronomia, era “una concezione avveniristica del diritto”, mentre la correlata funzione dell’equità integrativa non poteva “essere travisata ed ampliata violando il reale significato” delle norme giuridiche in vigore.  Quanto alla certezza del diritto ero accusato di “respingerla e disprezzarla, in una al sistema della legalità”.
Una recensora (uso il femminile in omaggio alla imperante moda, anche se l’espressione potrà non piacere) osservò, in senso critico, che “solo raramente” sarei riuscito a dare “uno sbocco tecnico-pratico al discorso di inquadramento dogmatico dei problemi affrontati”.
Ma la critica più vera e distruttiva fu quella di Rodolfo Sacco, il quale non solo stigmatizzò l’idea che l’equità del giudice potesse “fulminare di nullità contratti o clausole”, ma scrisse che “i problemi in questione sembrano essere per l’aut. cit., problemi emotivo-sentimentali e quindi indipendenti dalla logica giuridica”.
Niente di più vero. Avevo infatti scritto la monografia sull’onda dell’innamoramento per le idee espresse, con la geniale brillantezza che ha caratterizzato tutti i suoi scritti, da Stefano Rodotà (vera Maga Circe o Pifferaio Magico) nella monografia sulle fonti di integrazione del contratto e ancor più nella successiva prolusione maceratese, indiscussa pietra miliare nell’evoluzione (o involuzione) degli studi giuridici. Per non parlare dei colloqui che avevo con lui, appartenendo entrambi alla stessa scuola ed essendo stati, per un certo tempo, lui assistente ordinario ed io giovane di bottega presso la cattedra di Rosario Nicolò.
Ma le idee di Stefano Rodotà in merito a quelle che Rodolfo Sacco definisce “regole di opinione”, non erano estranee anche ad un settore già a quel tempo politicizzato della magistratura, se si pensa all’intervento di Marco Ramat al Congresso Nazionale dell’A.N.M. a Gardone nel novembre 1965, significativamente intitolato L’equità nel Giudice e nella giustizia, con il quale  egli apertamente auspicava “una giurisprudenza equitativa (che è altra cosa dalla giurisdizione d’equità, intesa secondo i canoni tradizionali)”.   
Il mio innamoramento durò fino alla pubblicazione dell’edizione provvisoria della monografia nel gennaio del 1969, nel pieno dei moti studenteschi, sull’onda di quel ’68, che in Francia, dopo il mese di maggio, si era esaurita. Ma la Francia era governata da  Charles De Gaulle, il quale, in un memorabile discorso televisivo, esordì con il perentorio ammonimento “la ricreazione è finita”, rivolto agli studenti, che si adeguarono immediatamente.
L’Italia era invece governata da politici codardi, onde, tra l’altro, l’inizio della fine dell’ordinamento universitario, stravolto con l’introduzione del libero accesso alle facoltà con un qualsivoglia titolo di studio superiore. Nel 1971, quando insegnavo nella facoltà di giurisprudenza dell’università di Macerata, non pochi degli studenti erano periti enologi, vista la ricca produzione vinicola della zona.
Dopo aver partecipato di persona, dall’altra parte della barricata, in qualità di assistente ordinario, ai moti studenteschi, dopo aver assistito a scene indescrivibili di violenza, dopo aver udito con le mie orecchie proclami deliranti in assemblee dominate da esaltati anarcoidi (preludio al terrorismo che pochi anni dopo sopravvenne) subii una sorta di metamorfosi culturale.
Quel caos, in cui il diritto era umiliato e vilipeso, influì su di me a tal punto da farmi attribuire all’antiformalismo e ai poteri del giudice quello stesso caos.
In un saggio del 1969 Giovanni Battista Ferri prese netta posizione contraria alla legislazione per principi proposta da Stefano Rodotà nella prolusione maceratese e quindi contraria  all’attività liberamente creatrice del giudice, “un giudice-demiurgo, il quale, individuo tra individui (né migliore, né peggiore degli altri) diventa depositario, non si sa bene per quale sovrannaturale ragione, del vero, del giusto, dell’esatto”.
I miei tanti riferimenti alle direttive costituzionali e alle tesi della dottrina tedesca, fiorita intorno al par. 242 B.G.B., mi sembrarono chiacchiere, nobili bensì, ma mere foglie di fico per mascherare il nulla, lasciando il vuoto in balia della Weltanschauung del giudice di turno.
Non è un caso se, checché ne dica Stefano Rodotà, le clausole generali incontrarono il favore dei giuristi nazisti e non è un caso se il nostro codice civile del 1942, oltre ad aumentare le norme che attribuiscono poteri discrezionali al giudice, ha accentuato la loro presenza, in funzione di controllo dell’autonomia privata. Domenico Rubino ha parlato, a proposito dell’interpretazione secondo buona fede, di “idea paternalistica di uno Stato che si intromette e ficca il naso dappertutto, anche negli affari meramente privati”.
Tra le disposizioni preliminari del libro delle obbligazioni figura l’art. 1175 c. c. sul comportamento secondo le regole della correttezza, le quali, all’epoca, erano “in relazione ai principi della solidarietà corporativa” ed ora si rapportano alla solidarietà di cui all’art. 2 Cost., a riprova che si è in presenza di una scatola vuota, da riempire a piacimento, atteso che anche il concetto di solidarietà, al pari di quello di correttezza, vive solo nella sentenza del giudice. Un giudice fascista (solidarietà corporativa) o democratico (solidarietà costituzionale).
Questo vuoto richiama alla mente quel che dice il verdiano Falstaff a Pistola e Bardolfo a proposito dell’onore, secondo la sua visione della vita: “Può l’onore riempirvi la pancia? No. Può l’onor rimettervi uno stinco? Non può. Né un piede? No. Né un dito? No. Né un capello? No. L’onor non è chirurgo. Ch’è dunque? Una parola. Che c’è in questa parola? C’è dell’aria che vola”. E la solidarietà che cosa è? Una parola, il cui contenuto è, di per sé, aria che vola, come lo sono tutte le regola di opinione sacchiane e, più in generale, come tutti i valori, richiamati dal giudice per motivare un dispositivo già in precedenza scritto, in base a quel che a lui più aggrada.
Fu così che mi rifugiai nel positivismo, nella tecnicità, nel formalismo giuridico, sia pure temperato dall’ovvio rifiuto di considerare il giudice una asettica bouche de la loi, secondo la rigida divisione dei poteri propugnata da Montesquieu, e cominciai a studiare il negozio di conferma del testamento nullo, con un senso di liberazione, difficile da spiegare.
Francesco Busnelli, a proposito del formalismo e del positivismo legalista, ha ricordato criticamente l’opinione di Antonio Scalia, uno dei più autorevoli giudici che la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia mai avuto negli anni, a proposito della controversia decisa dalla stessa Corte nel 1892 su ricorso della Church of Holy Trinity. La Chiesa aveva assunto  un cittadino inglese come pastore ed era stata accusata di aver violato la legge federale che vietava di concludere contratti o accordi di lavoro di qualunque genere con stranieri, che venivano così a vivere negli Stati Uniti. La Corte decise che il divieto si riferiva solo ai lavori manuali, con una interpretazione correttiva della legge. Antonio Scalia disse che la sentenza era errata, perché aveva decretato il trionfo del preteso intento del legislatore (in realtà, egli notò, una comoda copertura dell’intento del giudice) rispetto al testo: “Il testo è la legge”. Ed ancora: “Lunga vita al formalismo!”. Mi piacerebbe avere l’autorità che ebbe Antonio Scalia.
Pubblicai dunque la mia giovanile monografia nel 1970, ma di malavoglia ed ancora oggi la giudico negativamente, salvo per gli anni di studio che le ho dedicato e le tantissime letture che ho fatto.
Tutto mi sarei aspettato, pertanto, salvo scoprire, con sorpresa pari al disaccordo, che le conclusioni cui ero giunto e che ritenevo dovessero finire nel dimenticatoio, dopo qualche decennio cominciarono ad emergere non solo in scritti dottrinari, ma anche nelle sentenze, per diventare poi merce comune delle motivazioni, perfino della Corte costituzionale.
Se non stupiscono le chiacchiere costituzionalmente orientate di coloro i quali citano le norme della Carta come i numeri della morra e vincono così la cattedra universitaria, pur rischiando la bocciatura ove dovessero sostenere l’esame di Istituzioni di diritto privato, preoccupa invece che con queste stesse chiacchiere siano risolte controversie giudiziali.
Peraltro ha prevalso, rispetto all’equità, la buona fede oggettiva. In realtà si tratta di una prevalenza comunque errata, almeno per il nostro ordinamento giuridico positivo, di stampo romanistico. Non a caso  il legislatore del 1942 ha scisso nei due distinti artt. 1374 e 1375 la pregressa disciplina del codice civile del 1865, il cui art. 1124 accorpava integrazione ed esecuzione del contratto e quindi equità e buona fede.
La buona fede, pertanto, attiene all’esecuzione, laddove l’equità figura tra le fonti di integrazione del contratto. La violazione della buona fede non può allora dar luogo a nullità, sanzione, viceversa, riservata semmai, nella prospettiva dei poteri del giudice riequilibratori del regolamento contrattuale, al contratto iniquo. Va respinta ogni contaminazione tra regole di validità e regole di comportamento. Non a caso l’art. 2 del Codice del consumo riferisce il principio di buona fede all’esercizio delle pratiche commerciali, mentre l’equità è riferita ai rapporti contrattuali.
In antitesi a questa verità dogmatica la giurisprudenza a far tempo dagli anni ’90 ha dunque esaltato la buona fede  come “principio cardine dell’ordinamento, induttivamente estraibile dal sistema, che, applicato ai contratti, ne determina integrativamente il contenuto o gli effetti (art. 1374 c.c.) […] per modo che l’ossequio alla legalità formale non si traduca in sacrificio della giustizia sostanziale”.
La buona fede espelle così l’equità dalla previsione dell’art. 1374 c.c., sostituendosi ad essa, in collegamento, peraltro, alla solidarietà di cui all’art. 2 Cost., già da me richiamata a proposito del contenuto del principio di equità.
Di qui la mia tesi sull’invalidità per iniquità è stata, a ben vedere, inconsapevolmente accolta dalla giurisprudenza, perché la buona fede e la collegata solidarietà costituzionale giustificano la nullità di clausole che attribuiscono ad una parte poteri di supremazia, atti ad incidere sull’equilibrio economico del contratto (è il famoso caso Fiuggi) o pongono il rischio a carico dell’utilizzatore nel leasing  o vietano al locatario di offrire ospitalità a terzi o fissano una caparra confirmatoria manifestamente eccessiva.    
Più in generale  la stessa Corte costituzionale parla di “margini di intervento riconoscibili al giudice a fronte di una clausola negoziale che rifletta un regolamento di opposti interessi non equo e gravemente sbilanciato in danno di una parte. E ciò in ragione della rilevabilità, ex officio, della nullità (totale o parziale) ex art 1418 c .c., della clausola stessa, per contrasto con il precetto dell’art. 2 Cost., (per il profilo dell’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà) che entra direttamente nel contratto, in combinato contesto con il canone della buona fede, cui attribuisce vis normativa”.
Per parte sua, il lungo e complesso percorso giurisprudenziale sulla clausola claims made, dopo giravolte fantasiose sulla pretesa immeritevolezza ex art. 1322 cap. c.c., sanzionata con una nullità incomprensibilmente diversa (attesa la motivazione) dall’illiceità, è approdato alla tipicità e quindi alla necessità di “indagare, con la lente del principio di buona fede contrattuale, se lo scopo pratico del regolamento presenti un arbitrario squilibrio giuridico tra rischio assicurato e premio”.
L’arbitrario squilibrio giuridico va quindi accertato in base al principio di buona fede e si risolve nella mancanza della causa in concreto, con conseguente nullità, cui “il giudice potrà porre rimedio, per garantire l’equo contemperamento degli interessi delle parti e prevenire o reprimere l’abuso del diritto, in forza della norma di cui al 2° comma dell’art. 1419 c.c., così da integrare lo statuto negoziale attingendo quanto necessario, per ripristinare in modo coerente l’equilibrio dell’assetto vulnerato, dalle indicazioni reperibili dalla stessa regolamentazione legislativa”.
Pertanto il giudice interverrà due volte, la prima per stabilire se vi sia squilibrio giuridico e la seconda, ove squilibrio vi sia, per garantire l’equo contemperamento degli interessi: dalla buona fede del primo giudizio, all’equità del secondo, là dove il giudice va al di là, a ben vedere, di quanto previsto dall’art. 14192 c.c., dal momento che la norma imperativa sostitutiva è, nel caso di specie, relegata a mera fonte di “indicazioni”, cui egli dovrebbe solo “attingere”.
Una palese violazione di legge, perché l’art. 14192 fa riferimento alla clausola prevista dalla norma imperativa, che si sostituisce automaticamente, e non già alle sue “indicazioni”, con conseguente sostituzione della clausola “inventata” da un  giudice “ispirato”.
Pietro Barcellona, pur dilatando la portata dell’art. 1339 c.c., rovescio della medaglia dell’art. 14192 c.c., ammette che la sostituzione automatica non può comunque operare “se, pur essendo accertabile l’iniquità della clausola, non risulti - di primo acchitto [sic!] - determinabile quale debba essere il regolamento conforme ad equità”.
Può anche darsi che la determinazione sia rimessa al giudice, ma solo se la legge lo prevede, come nel caso di retribuzione insufficiente del lavoratore: la relativa clausola contrattuale è nulla ex art. 36 Cost., ma sostituita dalla fissazione giudiziale ex art. 20992 c.c.
Il principio di buona fede è richiamato anche in materia societaria, al fine di dichiarare la nullità della delibera assembleare di aumento di capitale, che abbia il solo scopo di porre in minoranza un socio.
L’unica giurisprudenza che non ha potuto fare a meno di misurarsi espressamente con il principio di equità è quella sulla clausola penale manifestamente eccessiva, là dove il problema è stato quello della riducibilità ex officio, risolto in senso favorevole dalle Sezioni Unite nel 2005, perché il potere concesso al giudice “si pone come un limite all’autonomia delle parti, posto dalla legge a tutela di un interesse generale”. La stessa motivazione con cui decenni prima avevo sostenuto, nella ripudiata monografia, tale potere officioso del giudice.
Al dunque può dirsi, con Francesco Busnelli, che “buona fede ed equità sono due concetti che procedono di conserva con un antico pedigree”, ma il loro rapporto oggigiorno si è ormai differenziato, nel senso che alla buona fede spetta “il compito di filtrare il giudizio sulla equità delle clausole contrattuali”.
Una sorta di matrioska, con una bambolina dentro l’altra, onde quello di equità è divenuto un principio solo apparentemente sfumato, se si considera che, una volta ricondotto all’art. 2 Cost., secondo la proposta articolata nella mia monografia, esso non si differenzierebbe dal principio di buona fede, per quanto riguarda il potere discrezionale del giudice e l’operare in concreto, mentre sarebbe in grado di dar conto della sistematica del codice.
                                                 

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Ma al di là del suddetto potere demolitorio del regolamento contrattuale, di per sé di ambito limitato, i giudici, in pieno delirio di onnipotenza, apertamente parlano ormai di “giurisprudenza-normativa, quale autonoma fonte del diritto”, portando alle estreme conseguenze le idee di Marco Ramat, prima ancora di quelle di Stefano Rodotà.
Alla legge si è  così sostituita la “esperienza giuridica”, nella quale la legge entra come uno dei componenti, anzi come un omaggio puramente formale, per poi andare alla ricerca dei valori, in tal modo dando vita, nella sostanza, ad un neo Freirechtsbewegung, se si considera che essi, al di fuori dei dogmi, hanno un carattere soggettivo, non fosse altro che per gli innumerevoli distinguo cui sono sottoposti nell’opinione di ciascun individuo.
Ha scritto Franco Cordero che la parola valori è “ambigua come poche e prediletta da un certo tipo di parlatori con i quali è difficile intendersi, alieni come sono dalla logica e inclini a discorsi in penombra […]. Niente di male se tutto finisse nel silenzio, il solo atteggiamento che si addice ai mistici. Ma questo misticismo è di un genere loquace: i suoi invasati parlano a torrenti e valori è una delle parole che usano senza risparmio. Hanno il carisma della visione e, infatti, vedono cose nascoste agli altri, tra le quali i valori, di cui il loro mondo pullula. C’è chi li dispone in ordine geometrico e chi li lascia fluttuare come figure d’acquario, uno li intuisce e un altro li deduce; questo li vede eterni e immobili e quello soggetti a un ciclo di nascita e morte”.
Carl Schmitt ha chiarito che l’emotività sentimentale con la quale si esprimono i valori è ingannatrice, perché fa credere che essi, anziché essere proiettati nel mondo delle proprie idee, abbiano una loro realtà, oggettività e quindi effettività al pari della legge. La rivelazione sentimentale visionaria non è lo specchio in cui si riflette una realtà oggettiva, ma lo strumento di una sostanziale sopraffazione, di una tirannia, in cui si pretende di imporre i valori propri contro quelli altrui, considerati non-valori o valori secondari deboli. Una sorta di guerra di religione, tant’è che Schmitt ha parlato, a questo proposito, di “un tentativo, che può senz’altro essere definito un surrogato positivistico del metafisico”.
Alla legge uguale per tutti si sostituisce così il singolo caso giudiziario, frutto del modo in cui il giudice ricava i valori da personali assiologie o da interpretazioni costituzionalmente orientate, ancor più libere, considerando come oggi si intende il giudizio di costituzionalità.                       
A detta di Gustavo Zagrebelsky il giudice dovrebbe infatti avere la “capacità di uscire dall’area del potere e delle fredde parole di un testo scritto per farsi attrarre nella sfera vitale delle convinzioni e delle idee che abbiamo care [sic!], senza le quali non si può vivere e alle quali si aderisce con calore”. Ma oltre alle “idee care” del singolo giudice, ci sono i “meta-principi del diritto, senza i quali il diritto positivo, con le sue regole e con i suoi principi posti, non potrebbe funzionare”. Pertanto “la discussione tra i giuristi di un collegio giudicante si concentra proprio sulle premesse alle norme poste, anche se poi, quando si tratta di motivare le decisioni ad uso del pubblico, si preferisce ignorare questa dimensione previa dei problemi”.
Mezzo secolo fa avrei fatto mio questo proclama, che si ritrova infatti allo stato diffuso nelle pagine finali della monografia, ma oggigiorno il pericolo del diritto giurisprudenziale, svincolato dalla legge scritta, è sotto gli occhi di tutti.
Con i valori sfuma nel nulla la prevedibilità della sentenza e la rigorosità e verificabilità della motivazione. Siamo in pieno “corsi e ricorsi storici”, con giudici alla Paul Magnaud (che si fece iscrivere sulla lapide “Le bon juge”!) e sentenze alla Gefuehljurisprudenz, per non dire alla Sancho Panza nella (inesistente) isola di Baratteria.
Non solo, ma la novella “esperienza giuridica” si nutre non più di leggi, ma di coscienza sociale, di spinte, motivazioni e criteri valutativi i più diversi e articolati, tant’è che si parla, al riguardo, di diritto liquido. Carlo Castronovo ha stigmatizzato il modo oracolare “in cui taluno solfeggia su effetti giuridici che sarebbero pretesi da una società che non accetta più mediazioni, e tra esse in primo luogo quelle del discorso giuridico, alla stregua di quelli che duemila anni fa invocavano: dateci Barabba”.
Il malcapitato cittadino, per sapere quale sarà presumibilmente l’esito della lite nelle materie socialmente sensibili, tra le quali si situa, all’occorrenza, anche quella contrattuale (si pensi all’esempio paradigmatico del caso Renault, deciso con il ferro vecchio dell’abuso del diritto, già caro ai giuristi socialisti antisistema dell’inizio del ‘900), dovrà quindi tentare di indovinare, con la palla di vetro, in base a quale coniglio-regola, a quale meta-principio, riposto nel cilindro-sentenza del giudice-prestigiatore, la lite sarà decisa.
Non c’è niente di peggio, in verità, che andare alla ricerca del c.d. “diritto giusto”, in antitesi alla dura lex. Investitosi della missione di “fare giustizia”, il giudice-missionario prima scrive il dispositivo, in base ai propri valori, in ossequio alla “esperienza giuridica”, e poi va alla ricerca di una motivazione come che sia, onde la soluzione “giusta” altro non è se non l’espressione del proprio personale arbitrio, con palese violazione dell’art. 101 Cost.
Ma il giudice-missionario non si pone questi problemi, avendo sostituito l’equità alla legalità. L’aequitas cui egli pretende di ispirarsi finisce dunque per essere quella canonica, per l’identificazione  di sé con il Creatore (Nullum aliud est aequitas quam Deus), identificazione che quel giudice opera con estrema facilità, reputandosi, come suol dirsi, un padreterno, cioè un creatore della legge, una sua fonte autonoma.
Il giudice dovrebbe invece praticare quotidianamente la virtù dell’umiltà, per sconfiggere tentazioni narcisistiche ed esibizionistiche, talvolta con sconfinamenti nel delirio di onnipotenza. Il giudice (come Cartesio, che la scelse quale motto del proprio stemma araldico) dovrebbe fare propria l’affermazione dell’Ovidio di Tristia, secondo cui Bene qui latuit, bene vixit, ad imitazione del Vivi nascostamente di Epicuro, anziché aspirare alla notorietà, dando sfogo al proprio Ego ipertrofico.
Luciano Violante, politico, giurista ed ex magistrato di idee non sospette ha scritto: “Il magistrato deve privilegiare la certezza del diritto e della sua interpretazione rispetto alla propria creatività professionale; deve rispettare l’autonomia della politica e dell’amministrazione rispetto alla tentazione di costituirsi come guardiano-protettore della comunità nazionale; deve far prevalere il senso del limite della giurisdizione rispetto alle luci abbaglianti del moralismo giuridico”.
Vox clamantis in deserto!

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Resta da dire del dipinto dal titolo La torre dei cavalli azzurri, che figura nella copertina. Si tratta di un’opera del 1913 del pittore Franz Marc, noto per i quadri che riproducono, in stile espressionista, animali, in particolare, appunto, cavalli. Del dipinto, purtroppo, si è perduta traccia, dopo il suo sequestro da parte dei nazisti, in odio a quell’arte, definita, da quegli ignoranti, degenerata.
Quale rapporto sussiste tra il cavallo e l’equità? Ovviamente nessuno, perché non è possibile classificare gli animali, distinguendoli in equi e iniqui. Si tratta quindi di un accostamento, indotto dal ricordo di un incidente culturale in cui incorse un famoso quanto sopravalutato giurista, ora scomparso.
Costui un giorno pubblicò, nella rivista di pura divulgazione e banalizzazione del diritto, da lui fondata e diretta, uno dei suoi tanti inutili saggi, questa volta dedicato all’equità nel contratto e, per dargli un lieve tocco di cultura provinciale, decise di usare il termine latino fin dal titolo. Mal gliene incolse, perché, avendo ricordi approssimativi degli studi liceali, scrisse equitas anziché aequitas.
Orbene, il termine equitas è sconosciuto alla lingua latina e dunque, di per sé, intraducibile, ma può essere accostato a equus e potrebbe pertanto significare cavallinità, nel senso di Antistene, il quale, incontrando Platone, gli disse: “Platone! Vedo il cavallo, ma non vedo la cavallinità”.
L’aver omesso il dittongo, ha avuto come esito imprevisto quello di far sospettare l’adesione di quel giurista alle idee platoniche. Invece che sull’equità, dal titolo ci si poteva infatti attendere un saggio sulla cavallinità.
La scelta del dipinto di Franz Marc vuol essere allora un mio personale e divertito omaggio alla memoria di quel giurista… platonico.
Roma, 30 gennaio 2019