Responsabilità civile - Generalità, varie -  Valter Marchetti - 03/10/2019

La responsabilità civile può avere una funzione educativa-riparativa, anche in considerazione della coscienza sociale contestualizzata in un determinato momento storico

Nei casi di bullismo, là dove la scuola e le agenzie educative non intervengono a sostegno della vittima bullizzata, la responsabilità civile può avere una funzione educativa-riparativa, anche in considerazione della coscienza sociale contestualizzata in un determinato momento storico.

( Nota di approfondimento a Cassazione N.22541/2019, Terza Sezione Civile, depositata il 10 settembre 2019, a cura di Valter Marchetti, Avvocato del Foro di Imperia).

1.      La responsabilità civile ed il  risarcimento del danno in un caso di bullismo.

Nella recentissima sentenza N 22541 depositata il 10 settembre 2019 dalla  Terza Sezione Civile della Cassazione ( Presidente  dott. Giacomo Travaglino, relatore Consigliere dr.ssa Marilena Gorgoni), viene trattato un caso di risarcimento del danno da responsabilità civile; un ragazzo ( il danneggiato, l’agente bullo) subisce un pugno al volto riportando una serie di traumi, da parte di un altro ragazzo ( il danneggiante, la vittima bullizzato)  che era stato vittima di diversi atti di bullismo posti in essere dal minore danneggiato.

  1. La funzione riparativa integrale del danno.

In linea generale, l’istituto della responsabilità civile è uno strumento giuridico atto a compensare un danno subito, prevedendo una sorta di trasferimento di denaro e quindi di ricchezza giustificata in favore del soggetto ritenuto il danneggiato; pertanto, funzione della responsabilità civile è quella di riparare integralmente il danno subito. Nella sentenza qui in esame, al contrario, sembrano affacciarsi all’orizzonte altre possibili funzioni della responsabilità civile e l’attenzione del giudice si concentra non solo sul danneggiato ma anche sulla persona del danneggiante.

 

  1. Il comportamento ripetutamente provocatorio della vittima.

Nella sentenza in esame, i Giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione, riferendosi al caso di specie, evidenziano come la Corte territoriale  ha  del tutto sbrigativamente negato qualunque rilievo al comportamento ripetutamente provocatorio della vittima “, oltre ad avere errato  nel ritenere inapplicabile l’art.1227 c.c., in ragione del fatto che FR si era determinato a tenere la condotta da cui era derivato l’evento in un momento diverso da quello in cui aveva subito l’aggressione, perché, invece avrebbe dovuto tener conto dei fenomeni di bullismo che avevano preceduto al reazione, senza i quali l’vento non si sarebbe determinato “.

  1. Il bullismo è un fenomeno sociale che richiede un coacervo di interventi coordinati.

Certo, occorre senza alcun dubbio  “ neutralizzare e condannare l’istinto di vendetta del bullizzato “ afferma la Cassazione ma, nello stesso tempo, la risposta ordinamentale non può essere solo quella della  condanna dell’atto reattivo come comportamento illecito a sé stante, ignorando le situazioni di privazioni e di svantaggio che ne costituivano il sostrato “, non solo perché l’ignoranza e la sottovalutazione possono (persino) attivare un circolo negativo di vittimizzazione ulteriore, ma anche perché il bullismo non dà vita ad un conflitto solo individuale e  richiede un coacervo di interventi  coordinati che, oltre a contenere il fenomeno, fungano da diaframma invalicabile che si interponga tra l’autore degli atti di bullismo e le persone offese, anche onde rendere del tutto ingiustificabile la reazione di queste ultime “.

 

  1. Nella fattispecie la scuola non era nemmeno intervenuta ad arginare il fenomeno del bullismo a sostegno del ricorrente ( vittima di bullismo, danneggiante).

Nei diversi gradi di giudizio, non sono state addotte prove della ricorrenza di espressioni di condanna pubblica e sociale del comportamento adottato dai cosiddetti bulli; la scuola in particolare, non è intervenuta per arginare il fenomeno del bullismo e per sostenere l’odierno ricorrente, quindi non era del tutto legittimo attendersi da parte di questo ultimo – giovane studente adolescente – “ una reazione razionale, controllata e non motiva “.

Ed infatti, nel giudizio in questione “ non una sola parola è stata spesa “ per chiarire se la scuola si fosse fatta carico di predisporre interventi di contrasto della “ piaga del bullismo attraverso un programma serio e articolato fondato su specifiche direttive psicopedagogiche e su forme di coinvolgimento dei genitori “.

  1. Il giudice chiamato a risarcire il danno subito dal bullo danneggiato, non può ignorare le condizioni di umiliazione subite ripetutamente dall’adolescente bullizzato danneggiante: la funzione ( ri)-educativa della responsabilità civile.

In una situazione come quella sopra descritta, dove nemmeno le istituzioni educativo-formative preposte  sono intervenute a sostegno del giovane bullizzato, l’organo giudicante non può non tenere in considerazione  le condizioni di umiliazione subite ripetutamente dall’adolescente che, vittima sfinita da ripetuti atti di bullismo, ha alla fine reagito provocando una lesione fisica al bullo.

Ed infatti, è senza  dubbio vero che non spettano al giudice le valutazioni di tipo etico e sociale in ordine al comportamento dei consociati ma ciò non toglie “ la possibilità di usare la responsabilità civile allo scopo di offrire risposte, ovviamente incardinate sul piano giuridico, capaci di adattarsi al contesto situazionale di riferimento, sensibili ai mutamenti sociali del tempo, e capace di collocarsi diaframmaticamente nelle dinamiche interpersonali che promanano dai sempre più frequenti processi vittimogeni che coinvolgono soprattutto le giovani generazioni “.

 

  1. La valutazione equitativa del danno posta in essere dal giudice ex art.2056 c.c., anche in funzione della compensazione meglio ritenuta equa dalla coscienza sociale in un determinato momento storico.

Nel determinare il danno-conseguenza risarcibile, sotto il profilo del quantum risarcitorio, il giudice può servirsi della valutazione cd equitativa di cui all’art.2056 c.c. così determinando la compensazione economica ritenuta socialmente adeguata del pregiudizio sofferto, cioè quella che – spiega la Cassazione nella recente sentenza qui in esame – “ a fronte di un danno certo ne determini l’ammontare tenuto conto della compensazione che la coscienza sociale in un determinato momento storico ritenga equa, tenuto conto di tutte le specificità  del caso concreto ed in particolare  dei vari fattori incidenti sul verificarsi della lesione e sulla sua gravità “.

In sostanza, il giudice di merito nella fattispecie in esame, anche a costo di abbandonare il piano naturalistico proprio della causalità materiale, “ deve accedere ad un piano di valutazione della dimensione complessiva della convergenza e dell’interazione di tutti i fattori concausali all’interno della più ampia fattispecie di responsabilità civile “; e questi  fattori concorsuali, li ritroviamo tra le righe della sentenza in commento, espressi nella personalità dell’adolescente non ancora formata in modo saldo e positivo rispetto alla sequela vittimizzante cui è stato sottoposto.

Ed infatti, è prevedibile che la reazione dell’adolescente “ bullizzato “ possa declinarsi, a seconda dei casi, nell’adozione  di comportamenti aggressivi internalizzati che possono trasformarsi, con costi anche particolarmente elevati in termini emotivi, in forme di resilienza passiva e auto-conservative, evolvere verso forme di autodistruzione oppure tradursi – come è accaduto nella fattispecie qui in esame – nell’assunzione di comportamenti esternalizzati aggressivi che hanno portato al danno nel soggetto “bullo”, lesione  qui oggetto di determinazione in punto di quantum.

  1. Conclusione

In conclusione, la regola generale rappresentata dalla funzione di riparazione integrale del danno che deve avere l’istituto della responsabilità civile, trova qui una sorta di eccezione, nel senso che la Terza Sezione Civile della Cassazione ha volutamente ( e sapientemente) cogliere una importante portata educativa della responsabilità civile, focalizzando lo sguardo non tanto – e comunque non solo – sul danno biologico riportato dal “ bullo danneggiato”, bensì estendendo il campo di osservazione ( oserei dire sociale-giuridica) alla sfera personale del danneggiante vittima di atti ripetuti di bullismo e allo stato di umiliazione nel quale l’adolescente è stato costretto a vivere per un periodo di  tempo non indifferente, in una sorta di resilienza passiva, sino a quando questa sofferenza interna non è arrivata ad esternarsi in una condotta scatenante  tutta l’aggressività della vittima nei confronti del bullo adolescente.