Interessi protetti - Obbligazioni, contratti -  Redazione P&D - 14/03/2019

La rendita vitalizia ed il contratto di mantenimento (c.d. vitalizio alimentare) - Biagio Vigorito

confronto tra due figure apparentemente simili e differenze tra i due tipi contrattuali anche alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale

Premessa

Il contratto di mantenimento (noto in giurisprudenza anche come “vitalizio alimentare”) e la rendita vitalizia sono due tipi contrattuali che, a causa della presenza di alcune affinità, vengono spesso confusi nella prassi. Tuttavia le differenze fra le due figure sono palesi, e riguardano essenzialmente la particolarità della prestazione dovuta dal beneficiario.

Per meglio comprendere le peculiarità dei due tipi contrattuali non si può prescindere dall’analisi degli stessi, in quanto solo mettendo a confronto le due figure è possibile averne un quadro chiaro e preciso così da distinguerli senza difficoltà.

Nel muoverci in questa direzione pertanto, nel presente contributo andremo ad analizzare dapprima la disciplina propria dei due contratti, poi le differenze che ha tracciato fra loro la Cassazione e, infine, le sfumature terminologiche individuate dalla dottrina.

Il contratto di rendita vitalizia

La rendita vitalizia è un contratto espressamente disciplinato dalla legge all’art. 1872 c.c.. Si tratta pertanto di un contratto (a differenza di quello di mantenimento, come si vedrà) tipico, per mezzo del quale una parte, chiamata vitaliziante, assume l’obbligo di effettuare conferimenti periodici di denaro o di altre cose fungibili nei confronti di un’altra, detta vitaliziato.

Si tratta quindi, come emerge chiaramente dal dato normativo, di un contratto di durata, poiché comporta, per la sua esecuzione, il compimento di una serie di prestazioni nel corso del tempo, che può essere circoscritto alla durata della vita del beneficiario (in questo caso si parla di rendita vitalizia), o anche protrarsi oltre questa, estendendosi l’obbligo di eseguire le prestazioni anche agli eredi del beneficiario (in tal caso si parla di rendita perpetua)[1].

Si tratta infine di un contratto che può essere costituito sia a titolo oneroso, attraverso l’alienazione di un bene mobile o immobile o tramite la cessione di un capitale (art. 1872, c. 1 c.c.), sia a titolo gratuito, attraverso una donazione o un testamento (art. 1872, c. 2 c.c.).

Con il contratto di rendita vitalizia, pertanto, il vitaliziante assume un’obbligazione di dare ben precisa nei confronti del vitaliziato (o beneficiario): erogargli una prestazione ben determinata (generalmente una somma di denaro) a scadenze fisse.

Si tratta a ben vedere di un contratto aleatorio, poiché l’obbligato assume un’obbligazione per un tempo indeterminato, dal momento che non può sapere in anticipo quanto vivrà il vitaliziato e, di conseguenza, non può sapere per quanto tempo si protrarrà il suo obbligo.

Il contratto di mantenimento

Ben diversa è invece la figura del contratto di mantenimento. Esso, a differenza della rendita vitalizia, non è un contratto tipico, bensì un contratto atipico, che si è sviluppato nella prassi per far fronte alle esigenze delle persone.

Si tratta di un contratto ammesso in quanto, conformemente a quanto disposto dall’art. 1322 c.c., realizza “interessi meritevoli di tutela” e poiché costituisce attuazione del principio solidaristico (art. 2 Cost.). 

Esso si differenzia dalla rendita vitalizia non solo sotto il profilo della tipicità, ma anche per quanto riguarda il contenuto dell’obbligazione assunta, per il carattere fortemente personalistico e per la maggiore ampiezza dell’aleatorietà. Ma procediamo con ordine.

Attraverso questa particolare figura contrattuale una parte, detta vitaliziato, trasferisce ad un'altra parte, detta vitaliziante, un diritto reale su un bene facente parte del suo patrimonio (nota bene: un qualunque bene suscettibile di valutazione economica) come corrispettivo dell’obbligo di quest’ultima di fornire assistenza materiale e morale.

L’obbligazione che assume il vitaliziante in questo caso è dunque molto più ampia rispetto a quella che lo stesso assume nella rendita vitalizia, poiché questi assume un obbligo che non è circoscritto ad una precisa obbligazione di dare da eseguirsi periodicamente, ma si impegna ad eseguire prestazioni di dare e di facere correlate alle esigenze del beneficiario e di natura prevalentemente assistenziale.

Con il contratto di mantenimento quindi l’obbligato non si impegna ad eseguire prestazioni di denaro una tantum al beneficiario, ma si impegna a fornire a quest’ultimo un’assistenza completa, non circoscritta ai suoi bisogni materiali ma estesa a qualsiasi sua necessità.

Pensiamo al caso di una persona anziana che vive da sola, che necessita di assistenza e che possiede esclusivamente l’abitazione in cui vive. Ebbene questa, per soddisfare le proprie esigenze di cura ed assistenza, potrebbe decidere di cedere la proprietà della sua casa (generalmente riservandosi il diritto d’usufrutto) al vitaliziante, ottenendo in cambio assistenza materiale (ad esempio pulizia della persona e dei vestiti, cure mediche, farmaci, assistenza diurna e notturna, assistenza nello svolgimento delle attività burocratiche ed amministrative ecc.) e morale (ad esempio visite pomeridiane, attività di svago, compagnia ecc.). Il vantaggio che permette di ottenere un’operazione di questo tipo è notevole: l’anziano ha così la possibilità di ottenere le prestazioni di cui ha bisogno senza dover sopportare il costo di badanti o del ricovero in case di cura, mentre il vitaliziante, dal canto suo, ottiene il vantaggio di conseguire la proprietà di un bene (generalmente si tratta di un appartamento) senza dover sopportare il costo dell’acquisto, costituendo il trasferimento del bene il corrispettivo delle prestazioni eseguite.

Notiamo bene dunque come mentre nella rendita vitalizia l’alea è circoscritta unicamente alla durata della vita del beneficiario delle prestazioni, giacché il vitaliziante non è normalmente in grado di prevedere per quanto tempo dovrà eseguire le prestazioni alle quali si è obbligato, nel contratto di mantenimento l’alea è duplice, poiché riguarda non solo la durata dell’obbligo assunto, ma anche l’ampiezza dello stesso, poiché l’entità delle prestazioni potrebbe variare nel corso dell’esecuzione del contratto in relazione a molteplici elementi, quali ad esempio le condizioni di salute del vitaliziato, il subentrare di nuove necessità, di nuove cure, di nuovi problemi.

L’alea dunque si configura come un elemento essenziale del contratto, e la sua assenza ne determina la nullità ex art. 1418 c.c..

Va da sé che ove il vitaliziante dovesse venir meno agli obblighi assunti, il vitaliziato potrà ricorrere ai normali rimedi previsti in materia di inadempimento contrattuale.

Il contratto di mantenimento nella giurisprudenza: la sentenza n. 11290/2017

La sentenza n. 11290 del 9 maggio 2017 ha grande importanza in materia di contratto di mantenimento. Con essa infatti la Cassazione è tornata ad occuparsi del “vitalizio alimentare” e, confermando il proprio indirizzo (cfr Cass. civ., sez. II, n. 8209/2016; Cass. civ., sez. II, n. 15848/2011; Cass. civ., sez. II, n. 10859/2010; Cass. civ., sez. III, n. 6395/2004; Cass. civ., sez. II, n.7033/2000), ha fornito un importante contributo sulla differenza tra il contratto di mantenimento e la rendita vitalizia, delineando bene le differenze fra i due.

Nella pronuncia in commento, la Suprema Corte ha fornito prima di tutto una nozione del contratto in esame, definendolo come quel contratto per mezzo del quale “una parte si obbliga, in corrispettivo dell'alienazione di un immobile o della attribuzione di altri beni od utilità, a fornire all'altra parte vitto, alloggio ed assistenza, per tutta la durata della vita ed in correlazione ai suoi bisogni”. Questa particolare figura contrattuale, nella ricostruzione offerta dai Giudici di Piazza Cavour, presenta dei caratteri propri che lo differenziano chiaramente dalla rendita vitalizia:

1)     il primo elemento di differenziazione è dato dalla natura delle prestazioni cui si impegna il vitaliziante: non solo di dare, ma anche di facere;

2)     il secondo è costituito dall’ampiezza delle prestazioni, poiché mentre nella rendita vitalizia l’entità della prestazione è determinata nel contratto e non è suscettibile di subire modifiche nel corso della sua esecuzione, nel contratto di mantenimento il contenuto della prestazione è tutt’altro che determinato, dal momento che essa è correlata alle esigenze del beneficiario ed è destinata a mutare nel corso dello svolgimento del rapporto contrattuale, poiché legata alle condizioni di salute del beneficiario e alle sue necessità; mentre nella rendita vitalizia dunque l’alea riguarda esclusivamente la durata dell’obbligo, nel vitalizio alimentare l’alea si muove su due piani, in quanto riguarda non solo la durata dell’obbligo, ma anche la sua entità;

3)     infine il vitalizio alimentare, a differenza della rendita vitalizia, è un contratto che si caratterizza per l’intuitus personae, poiché il vitaliziante è scelto dal vitaliziato proprio in virtù delle sue specifiche qualità (magari perché figlio o nipote) e quindi le sue prestazioni sono infungibili.

Nel vitalizio alimentare pertanto, a differenza della rendita vitalizia, non abbiamo un’unica e predeterminata prestazione che viene erogata al beneficiario a scadenze fisse, bensì una pluralità di prestazioni che vengono erogate al beneficiario in relazione alle sue esigenze ed alle sue necessità.

Le precisazioni terminologiche della dottrina: contratto di mantenimento, vitalizio alimentare, rendita alimentare e vitalizio assistenziale

Come abbiamo appena visto la Cassazione, nel riferirsi al contratto di mantenimento, usa la denominazione “vitalizio alimentare”.

Secondo alcuna dottrina però (in tal senso, fra gli altri, Cian – Trabucchi in Commentario breve al codice civile – XI ediz., Padova, 2014 e Ruotolo nello Studio n. 1773 del Consiglio Nazionale del Notariato, approvato dalla Commissione Studi Civilistici il 18 novembre 1997), le due espressioni non possono essere utilizzate come sinonimi, ma si riferiscono a due figure diverse. Il vitalizio alimentare infatti si differenzierebbe dal contratto di mantenimento per il fatto di avere, fra i suoi requisiti, lo stato di bisogno del beneficiario delle prestazioni, presupposto che invece sarebbe assente nel contratto di mantenimento. Inoltre mentre in quest’ultimo il vitaliziante assume un’obbligazione infungibile di dare e di facere finalizzata a fornire al beneficiario assistenza morale e materiale, nel vitalizio alimentare il vitaliziante si impegna a fornire al beneficiario unicamente assistenza materiale consistente nella prestazione di quanto necessario per vivere, e solo nell’ipotesi in cui dovesse manifestarsi uno stato di bisogno del beneficiario stesso. Ne deriva che, essendo quella assunta dal vitaliziante una prestazione alimentare, essa è soggetta alla disciplina dell’art. 440 c.c., e dunque può variare o addirittura venir meno in relazione alla variazione o all’estinzione dello stato di bisogno del beneficiario.

Un’ulteriore differenza vi sarebbe poi con la rendita alimentare e con il vitalizio assistenziale.

La redita alimentare infatti costituirebbe una species della rendita vitalizia, che si differenzia da quest’ultima per l’avere ad oggetto non la prestazione periodica di una somma di denaro ma la corresponsione periodica di derrate alimentari.

Quanto invece al vitalizio assistenziale, esso coinciderebbe con una figura contrattuale finalizzata a garantire al beneficiario solo assistenza morale e non anche spirituale.

[1] Quest’ultima, a dir la verità, è un istituto ormai piuttosto desueto nel nostro ordinamento, poiché determina il sorgere di un’obbligazione che, potenzialmente, potrebbe protrarsi all’infinito, potendosi l’obbligato sciogliere dal vincolo contratto solo attraverso il riscatto della rendita, consistente in una dichiarazione unilaterale accompagnata dal pagamento di una somma di denaro.