Interessi protetti - Interessi protetti -  Alessio Anceschi - 05/08/2019

La motivazione posticipata della sentenza: Ipotesi di irrazionalità giuridica

Le recenti riforme del processo civile sono improntate a snellire le procedure al fine di ridurre il carico processuale ed i tempi della giustizia. Lo snellimento della procedura giudiziaria può essere un intervento utile se ben utilizzato, purchè non si risolva in una sostanziale riduzione dei diritti sostanziali, come in taluni casi può verificarsi.

Il diritto è una scienza umana che come tale è studiato e deve essere applicato. "Scienza umana" il quanto, anche il diritto, si fonda su dei principi e delle norme che non sono assolute, come quelle matematiche ma che sono pur sempre vincolanti. D'altronde è attraverso il diritto che si distinguono la discrezionalità, che opera all'interno del diritto, dall'arbitrarietà, che opera al di fuori di esso, benchè tale distinzione tenda talvolta ad essere dimenticata da chi è chiamato ad applicare il diritto.

Alcune delle disposizioni processuali permeate da una certa irrazionalità sono quelle che consentono al Giudice di pronunciare la sentenza e depositare le motivazioni in un momento successivo, entro un dato termine.

Tale pratica è già da tempo conosciuta nel diritto penale (art. 544 co. 2° e 3° c.p.p.) ma ha, col tempo, preso piede anche in ambito civile come ad esempio nel caso dell'art. 429 c.p.c. in cui si consente al Giudice, nel rito del lavoro, di emettere il dispositivo, fissando un termine "non superiore a sessanta giorni, per il deposito della sentenza".

L'obbligo di motivazione della sentenza è, come noto, un obbligo di valenza costituzionale (art. 111 co. 6° Cost.) poiché consente la verifica della correttezza dei pronunciamenti giudiziali ed è quindi a fondamento del rispetto dei limiti del diritto.

L'obbligo di motivare una sentenza comporta anche, tuttavia, grande dispendio di tempo, per il Giudice ed è probabilmente per tale ragione che l'obbligo di motivazione delle sentenze viene in taluni casi derogato. Tali deroghe, tuttavia, rischiano di divenire delle falle in un sistema giuridico costituzionalmente orientato.

Il caso della posticipazione della sentenza o meglio, del deposito delle motivazioni della sentenza è un classico esempio di irrazionalità giuridica.

E' pur vero che il Giudice, nella maggior parte dei casi, già nell'emettere il dispositivo della sentenza ha o quantomeno "dovrebbe avere" ben chiaro i principi di diritto che stanno o dovrebbero stare a fondamento della sua decisione, poiché la dilazione della redazione delle motivazioni dovrebbe servire solamente a mettere "nero su bianco" quei passaggi logici che starebbero alla base della decisione. Questo almeno in teoria.

Ciò non di meno, non si spiega come, sotto un profilo prettamente logico, possa essere consentito di enunciare una conclusione prima di quei passaggi logici che starebbero a fondamento dello stesso.

E' un po’ come quando, in una lezione di matematica il professore enunci la soluzione di un problema  prima di esporre quei passaggi logici che stanno alla base di tale conclusione.

E' evidente che una decisione giuridica (una "sentenza") non è mai (non dovrebbe mai essere) un assioma ma piuttosto il risultato di una precisa sequela di passaggi logico giuridici che devono precedere e non susseguire alla conclusione.

Nella matematica, la risoluzione di un problema si compone di una serie di passaggi logici, descrivibili mediante algoritmi o calcoli matematici, che portano al risultato.

nel diritto, il dispositivo della sentenza è o dovrebbe essere il risultato di quei passaggi logico giuridici che attraverso il principio di causalità e l'applicazione combinata dei principi e delle norme giuridiche portano ad una determinata conclusione.

Come è possibile, quindi, sotto il profilo strettamente logico, affermare una conclusione (dispositivo della sentenza) prima ancora di esprimere quei passaggi logico giuridici che vi stanno alla base ?

Alla domanda non può essere data una risposta razionale.

E' vero quanto si è anticipato: Teoricamente, il Giudice, prima di emettere il dispositivo, dovrebbe già aver compiuto quei passaggi logici che portano alla conclusione e la posticipazione delle motivazioni della sentenza dovrebbe soltanto consentire di mettere 2nero su bianco" questi ultimi.

Ma siamo sicuri che sia davvero così o che sia davvero così sempre ?

Chi ha pratica del diritto ha una risposta ben chiara a questo quesito.

Resta il fatto che se le motivazioni della sentenza devono essere comunque enunciate, entro termini precisi (normalmente perentori, ma comunque non sempre rispettati) perché allora non prevedere la rigorosa enunciazione del dispositivo a seguito delle motivazioni, senza alcuna eccezione ?

Il fatto di consentire al Giudice il deposito delle motivazioni successivamente all'enunciazione del dispositivo, soprattutto nel procedimento civile, ma anche in quello penale, è sicuramente un esempio di irrazionalità giuridica.

Tale pratica rischia di favorire (se non già "favorisce") un'applicazione distorta del diritto in cui colui che è chiamato ad applicare il diritto (il Giudice) prima enuncia la sua conclusione e poi cerca di individuare il fondamento (la motivazione) di tale conclusione.

Cosa succederebbe se, nell'individuare le motivazioni dopo aver frettolosamente preso una decisione, ci si accorgesse di aver preso una decisione sbagliata ?

Non rischia tale pratica di legittimare l'arbitrio dei Giudici, laddove il diritto è teso ad escluderlo ?

La rilevanza costituzionale dell'obbligo di motivazione dei provvedimenti giudiziali, che costituisce uno dei cardini dello Stato di diritto, dovrebbe porsi di ostacolo non soltanto alle varie deroghe esistenti all'obbligo stesso, bensì anche alla facoltà di posticipazione delle motivazioni di un provvedimento giudiziale.