Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Maria Beatrice Maranò - 29/09/2018

La fragilità: un'occasione di crescita e conoscenza. I diritti dei più fragili

Ho trascorso la mia estate in compagnia del prof Cendon con il suo saggio/racconto: “I diritti dei più fragili” sottotitolo, ma, a mio parere, titolo principale: “Storie per curare e riparare i danni esistenziali”. Un racconto in cui, con la sua sensibilità, la sua ironia, la sua capacità di guardare il mondo attraverso se stesso, i suoi pregi ed i suoi difetti, Paolo Cendon conduce un viaggio nella fragilità facendosi portare per mano dal Virgilio del racconto, l’amica Sabina, “bruna lieve nei gesti”, un’operatrice di un Centro di salute mentale, iscritta a medicina, di famiglia modesta, che aveva lasciato temporaneamente la facoltà di medicina per mettere da parte un po’ di soldi. Diventò amica di Cendon, che venne presentato ai suoi colleghi; la cronaca dell’attività svolta al Centro avrebbe rovesciato, in breve, ciò che il professor Cendon immaginava  fosse e facesse la psichiatria. “Mi ero figurato”, scrive, “quando ci pensavo, dottori spettinati che esaminavano vetrini, misurando crani e mandibole, un compasso tre le mani. La prima volta che andai a prendere Sabina non vidi nulla del genere” Chi sono i fragili? Scriveva  Erodoto: “il dolore peggiore che un uomo può soffrire: avere comprensione su molte cose e potere su nessuna”. Mi è capitato quest’estate di leggere sui social/ network  una lettera di un padre depredato della vita di sua figlia a causa della tragedia del ponte Morandi a Genova: “Tu con la tua testa sulla mia spalla e io con le mie mani ad accarezzarti quei capelli che non pettinavi mai. "Papà sono ricci." E non era vero che "ogni riccio, un capriccio". Per ogni tuo riccio si scatenavano dieci tempeste. Però eri buona. Eri tanto buona. Eri tua madre, senza la sua paura di vivere, con tanta voglia di guardare le cose belle del mondo. Ti ho dato un bacio sulla fronte "scrivi quando arrivi, prima di prendere il traghetto". "Scrivi quando arrivi", era il mio dirti che ti volevo bene, che ero un papà preoccupato, ma felice di vederti felice a tua volta. Poi ho sentito un boato, forte. Ho pensato a cosa potesse essere stato, ho cercato risposte, poi la notizia. Il ponte crollato, le vittime, era un inferno, dicevano. Ho sperato che mi chiamassi piangendo, dicendomi: "hai visto papà, c'è stato un crollo, ma io sono stata fortunata, avevo già attraversato il ponte" Avrei puntato il dito contro i politici corrotti, la scarsa manutenzione, la noncuranza di chi aveva compiuto una tale mattanza, ma avrei ringraziato di vedere di nuovo i tuoi occhi nocciola…”. Mi sono chiesta cosa il professor Cendon avrebbe pensato di questa fragilità e certamente le conseguenze del danno esistenziale scaturigine di tale tragedia  avrebbe occupato un paragrafo del suo ultimo saggio. Una società è in grado di definirsi tale se riesce a  proteggere gli esseri deboli da coloro che approfittando di tale fragilità rendono contezza, nella loro esistenza, dell’amara verità di non essere  in grado di difendersi da soli. Come possiamo mettere in sicurezza i nostri diritti in vista di un futuro in cui potremmo non essere più in grado di esprimere le nostre volontà o di badare a noi stessi? Fin dagli anni settanta, quando ha collaborato con il team di Franco Basaglia, per giungere a una profonda riforma della psichiatria e dei suoi istituti, Paolo Cendon è stato un giurista attento ai più vulnerabili, ai meno fortunati, a chi ha bisogno di assistenza, e si ingegnato con ogni mezzo nel cercare nuove strade  a difesa  dei diritti dell’uomo.  Viene definito il padre  del "danno esistenziale" e dell’amministrazione di sostegno. All’iter legislativo è dedicato un intero capitolo dei “ Diritti dei più fragili”: “ Il Parlamento approva”. All’approvazione della legge si giungerà nel dicembre 2003, l’amministrazione di sostegno è entrata in vigore nella primavera del 2004”…”Dopo un po’ era emerso che la porta giusta cui bussare fosse quella del giudice tutelare corretto per i medici, salvo che per banalità terapeutiche rivolgersi lì. Ecco il primo decreto in Tribunale, si’ oppure no al consenso informato, a favore del malato, attraverso l’amministrazione di sostegno. Ospedale soddisfatto, vicario consenziente: il sanitario aveva proceduto, il paziente non era morto. Appendici,  by pass, cisti alla nuca, ernie al disco, cataratte; ormai il ghiaccio era rotto per sempre: i medici si sarebbero comportati tutti allo stesso modo”. Questo saggio è un viaggio nelle storie delle persone: “più importante di ciò che le cose sono” insisteva Sabina, 

”è il modo in cui le battezzi, il loro involucro”, come nella Lettera Scarlatta di Hawothorne: “Se non vuoi incoraggiare i preconcetti, rinuncia ai timbri, agli stereotipi; guarda al cuore e al cervello di una persona, non al suo colore, alla cartella clinica. Studia pure le opere di Kraepelin, non scrivere però da qualche parte schizofrenico, depresso, bipolare: utilizza vocaboli poco accademici presi dalla vita ordinaria, insignificanti. Nessuno potrà farsi delle idee su quel certo individuo prima di averlo conosciuto”. l soggetti fragili di Cendon diventano nella narrazione delle varie storie amici della porta accanto; Jean Gabin ed il suo gatto portato dall’altra parte della città dalla moglie gelosa che trascorre gli anni rimasti della sua vita senza dialogare con questa donna, e aspettando la morte: è possibile ipotizzare una richiesta risarcitoria? Perché no. La storia di Margherita nel capitolo “Incontri a Venezia” abbandonata senza riconoscimento dal padre che ritrova per caso nelle strade di Venezia a cui questo padre biologico spiega con chiarezza che ha un’altra vita, una moglie, due figli e non può essere un padre per lei, chiudendo la conversazione con queste parole: “Spero tu possa capire; dovrei scusarmi forse, comunque la sostanza non cambia almeno per me. Addio Margherita”. Il giudice ravviserà in queste parole un eccesso di disinvoltura, di glacialità. Chi, anche se a meno di vent’anni, fa l’amore con una donna senza precauzioni, non può subire gli effetti di quell’azione fino in fondo. Un padre che trascuri di mantenere, allevare e guidare un figlio,  obblighi morali a parte, non può non subire azioni risarcitorie sia sotto il profilo morale che esistenziale. La storia di Carlo morto suicida, buttandosi dal quarto piano, senza lasciare un biglietto: il padre era Neri, questo figlio, Carlo, era rimasto a vivere con la madre dopo la separazione, e Neri ce l’aveva fatta a comprargli un appartamento con i suoi risparmi; soffre di una grave forma di autismo, mista a depressione: Neri voleva assicurargli un reddito a vita. E’ un essere ipersensibile, Carlo, tutto il mondo lo ferisce, lo agita; sono rimasti legati profondamente padre e figlio. Qualche giorno prima dell’insano gesto, il padre aveva contattato un professore di matematica amico del professor Cendon, per avere notizie sull’amministrazione di sostegno. “Mi limito ad indicare due binari che andrebbero seguiti per il futuro, in sede di comunicazione delle idee”, scrive Cendon, nel paragrafo dedicato a Carlo, “migliorare alla base, nella società, l’immagine dell’amministrazione di sostegno: guardate che si tratta di un meccanismo lieve, discreto; non espropria necessariamente l’assistito, sarà questi a conservare le briglie, nella sua mano, tanti poteri, e controlli su se stesso. Invitare alla prudenza, poi i magistrati, gli amministratori giudiziali: misurate il vocabolario con chi si dimostra ansioso, dileguate i i fantasmi inutili, sorvolate sui risvolti sgradevoli, della prassi: nei casi limite rimandate l’intervento”. La storia di Leone vedovo settantenne, prestante, ottima liquidazione, faceva il direttore di banca e Furio figlio belloccio, mai combinato niente di buono, mai finite le scuole superiori, nessun lavoro. Grazie al padre non gli sono mancate, macchine veloci, bei vestiti. Da un anno il padre si è stufato di mantenerlo è ha tagliato i fondi. Cosa si è inventato Furio? Una causa di interdizione perché a suo dire fa cose strane, si è comprato una baita in alta montagna, scrive poemetti in versi, ha una compagna giovane e sempre scalza. E’ durato un anno il processo. Interdire il padre? Il giudice ha ascoltato tutti: nuovi amici, negozianti, medici: tutti parlano di un signore radioso tonificato, pieno di estro e vibrazioni. Unica spina quel rampollo viziato che ha cercato di incapacitarlo e mortificarlo. Il giudice è stato netto, non solo niente interdizione ma il figlio va condannato al risarcimento del danno. Non si utilizzano gli strumenti del diritto per schiacciare un padre che ha finalmente trovato serenità dopo tanta sofferenza, felice della sua seconda vita a duemila metri, artista tra le aquile, rinato ormai dentro di sé. L’epilogo di questo bel saggio sulla fragilità, ci viene svelato nell’ultimo capitolo dalla metafora di Rashomon il celebre film di Akira Kurosawa. Un samurai a cavallo procede nel bosco con in sella la moglie, e un noto brigante sonnecchia in quello stesso bosco ai piedi di un albero. Il samurai viene trovato morto e tre sono le deposizioni contrastanti che emergono sulla sua morte: la versione del brigante che conquistata la moglie del samurai, in un amplesso partecipato, finisce in un duello con il samurai medesimo che vede quest’ultimo soccombente; la versione della moglie che, stuprata dal bandito, corre dal samurai suo marito e a quel punto questo la disprezza e la rifiuta e lei l’ammazza, ed infine la versione del fantasma del samurai defunto: il brigante che si scopre dopo il momento di passione con la moglie, innamorato e lo confessa candidamente al samurai che a quel punto non trova altro spiraglio che togliersi la vita. Infine compare dopo molti anni il racconto del taglialegna che ha assistito alla scena in cui Masako, la moglie del samurai, travolta dalla passione implora il brigante di sposarlo, ma tanto quest’ultimo, quanto il samurai, mostrano di non avere reale interesse per Masako e quindi ciò che ne scaturisce non è un duello vero e proprio ma una parodia dello stesso in cui quasi per caso rimane ucciso il samurai. Il finale del film non svela quale sia la verità, il brigante non sfuggirà alla condanna, per stupro, per sequestro o per omicidio: il legnaiolo deve aver taciuto qualcosa, il prezioso pugnale non è più stato trovato, forse è stato lui a prenderlo. Così è un po’ nel mondo giuridico. “Due strade ha a disposizione l’uomo di legge, davanti a sé, per cercare di non soccombere” scrive Cendon in un bellissimo epilogo, “ quando si accorga che la strada maestra è sbarrata, o troppo in salita, in un processo, può tentare di arrivare alla verità scegliendo percorsi meno diretti: con percorsi di aggiramento tecnico, stabilendo quale delle due parti debba dimostrare qualcosa, ed in questo caso l’onere della prova coinciderà con il riparto più attento ai grandi equilibri del sistema, il contendente che non riesce ad accontentare il giudice, chiarendo questo o quel particolare,( in buona sostanza non riesce ex art. 2697 c.c.) ad assolvere all’onere della prova è destinato a  soccombere nel processo. Oppure lo studioso può rinunciare all’inseguimento di quell’obiettivo e scegliere un metodo diverso. Pensare a ricomporre la giustizia in termini meno canonici, con un colpo di scena che scenderà dall’alto, sugli eroi presenti, a cinque minuti dalla fine. In Rashomon succede che mentre il taglialegna spiega la sua versione e con lui c’è un ladro ed il prete, tra le rovine si avverte il pianto di un neonato: il legnaiolo prende questo bimbo e lo porta a casa con sé. La morale della favola? Con un processo forse si riesce a combinare poco o nulla. Il ragazzo confuso non c’è più: si è suicidato, chi avrebbe potuto non ce l’ha fatta a fermarlo. Il cattivo ministro ha avuto mano libera. La bambina dopo anni di brutture non si è salvata. La trentenne anoressica ha ottenuto lo sbriciolamento delle sue ossa per sempre. Qualche volta la situazione non è così drammatica: il bambino era stato lasciato a se stesso, ma con un buon affido si è risolto; Quei down potevano nascere come tutti, è andata diversamente, fatto sta che si sono conosciuti parlati con il cuore è un matrimonio che si è celebrato “Il filo attraverso cui ricucire le varie storie appare simile” scrive Cendon, “Solo perché non è possibile trovare il bandolo, far sì che splenda “la luce annunciata”, non è detto si debba parlare di sconfitta. Lo scopo ultimo è di arrivare a modelli che riescano a “tenere insieme le cose”. Decisiva è l’importanza dei traguardi sui quali investire, le risorse. Il diritto non è diverso dalle altre discipline che vedono nella caducità terrena, nelle improvvisazioni dell’uomo, una compagna di lavoro, ed una ragion d’essere della loro esistenza. Il giurista non è diverso dallo spettatore, il quale, al di là di ogni arcano sopravvissuto, ha bisogno che la storia funzioni. 

Tipica la prosa del nostro professore, in questo saggio, che scrive come parla, le idee vanno più veloci delle parole, e originale è l’idea di intitolare ciascun paragrafo con frasi di autori famosi: “Ogni azione anche la più piccola, apre e chiude una porta”. ( M. Yourcenauer): l’importanza delle scelte; “ Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti” ( A. Camus): l’importanza di non sentirsi mai soli, per farcela; 

“ Non esiste vento favorevole, per il marinaio che sa dove andare” (Seneca): l’importanza di rendersi conto del vuoto intorno e dentro di noi; “Se l’infelicità ama essere in compagnia, certo essa ne trova a sufficienza”( H.D.Thoreau): l’importanza di sapere che non siamo gli unici a soffrire. “I cuori sono fatti per essere infranti”( O.Wilde): l’importanza di saper trovare una luce nel buio più doloroso, quello in famiglia; “ Ciò che rende bello il deserto , disse il piccolo principe, è che da qualche parte nasconde un pozzo” ( A.De Saint- Exupery): l’importanza di restare accanto comunque a chi non riesce a farcela; “Fa più rumore un albero che cade rispetto ad un foresta che cresce” ( L.Tze): l’importanza di dare rilievo ai piccoli gesti più che alle grandi catastrofi; “Dobbiamo abituarci all’idea che, ai più importanti bivi della nostra vita non c’è segnaletica” (E. Hemingway): l’importanza di non abbandonare e di non sentirsi abbandonati. “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l’ho scordato” (W. Withman): l’importanza di un progetto; “Non si piange sulla propria storia, si cambia rotta ( R.W.Emerson): l’importanza di cambiare direzione di marcia; “ Non è grave se gli uomini non ti conoscono. E’ grave se tu non li conosci” ( Confucio): l’importanza del “caso per  caso”; “Se un ragazzo non è in grado di imparare qualcosa sulla strada, non è in grado di imparare nulla” ( R.L.Stevenson): l’importanza dei “ no”; “ La vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce” ( Platone): l’importanza di saper riconoscere dove andare; 

“Confusione è parola inventata per indicare un ordine che non si capisce” ( H. Miller): l’importanza di saper trovare il proprio ordine anche nella confusione.

Cendon dimostra in questo libro che la fragilità è parte integrante della nostra umanità e, direttamente o indirettamente, ci riguarda tutti. "non esistono soggetti deboli, a questo mondo, ci sono soltanto persone indebolite" e le loro storie sono un aiuto per tutti a riconoscere anche i chiaroscuri di ogni vita. Da poco i ragazzi sono liberi di dare il proprio "consenso digitale" al trattamento dei dati personali sui social network che frequentano. Ma le nuove norme dividono in  due i Garanti. Giuste, per l'Authority della privacy; per quella dell’Infanzia, si preferirebbero 16 anni”. In un modo o nell’altro lo spartiacque tra capacità ed incapacità inteso alla maniera “antica” è crollato E per la capacità naturale si va sempre di più, verso una esaltazione del controllo di sé e della lucidità effettiva che un essere umano esprime. Ci sono due file parallele a marcia invertite di cose che uno “teoricamente incapace” può fare sempre di più, ed invece crescono, man mano che la vita diventa più complicata e senza tempo e l’età si allunga, i casi di cose che uno “teoricamente capace” è meglio invece che non faccia. La fragilità classica, era costituita di confini stabiliti fissati per tutti una volta per tutte, la fragilità intesa oggi comprende un’idea di fragilità personalizzata e diversa in tanti microcosmi quanti sono gli esseri umani. Ci sono poi le  fragilità che si vedono, e altre che non si vedono, quelle dell’anima. Alcune sono conseguenze di sofferenze, angosce, tristezze, lacerazioni dell'anima. Altre comportano una condizione psicologica di tale insicurezza da rompersi di fronte alle pressioni, alle parole o ai gesti degli altri. Le parole degli altri possono diventare a seconda delle circostanze scale che si aprono per la nostra salvezza, oppure abissi che ci inghiottono. Siamo fragili perché rischiamo di perdere la solidità della nostra vita psichica: quella che ci abitua a vivere attraversando il male di vivere senza incertezze. Oggi si ritiene che la vita si realizzi solo se siamo forti, coraggiosi e non ci preoccupiamo dei sentimenti e delle emozioni altrui. Crediamo che il nostro io sia il protagonista esclusivo della nostra vita. Nella fragilità tuttavia siamo portati a sentire e vivere i sentimenti degli altri. E siamo in un dialogo continuo con gli altri. Un tempo la psichiatria si occupava solo delle malattie mentali: in parole spietate quella che si faceva  nei manicomi. Poi col tempo ha ampliato i suoi confini, fino a quelli estremi del dolore e della sofferenza: pensa di conoscere meglio quello che accade nella vita interiore di chi non ha malattie psichiche, ma soffre. Senza sofferenza non c'è conoscenza, ce lo dicono Eschilo e Simone Weil. Scrive Rilke: "Non crediate che colui, che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene... Fosse altrimenti, egli non avrebbe potuto trovare queste parole". Anche nel silenzio c’è sofferenza : ci sono tante forme di silenzi, quello mistico di San Giovanni della Croce, quello di chi sta male, di chi non può parlare. E poi c'è il silenzio che significa rifiuto, rivolta. Il silenzio delle sirene di Kafka è invece quello che affascina, quello del cielo stellato che ci porta fuori dalla banalità quotidiana e fa presagire quello che Leopardi ha chiamato infinito. Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Dalla terra degli sbagliati, scampano temporaneamente quelli che mentono a se stessi, costruendo corazze di perfezione, ma c’è un altro modo per mettersi in salvo ed è costruire, comete, un’altra terra, fecondissima la terra di coloro che sanno essere fragili. L’essere fragili non è una colpa ma un viaggio in compagnia di tutti gli altri. Uno dei segreti per riparare e ripararsi lo offre l’amicizia in tanti uomini semplici ed in tanti grandi della letteratura: “ Ricordati Ranieri mio, che tu, sola, unica non compensabile cosa al mondo, rendi possibile ai miei occhi il vivere che naturalmente mi rimane” ( Lettera ad Antonio Ranieri, 27 dicembre 1832), scriveva G. Leopardi. Ed ancora il recanatese: ”Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme, per compiere nel miglior modo questa fatica della vita”.(Dialogo di Plotino e Porfirio, Operette morali). Tutto è fragile, ma la nostra forza, come scriveva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson, “matura dalla debolezza”. dalla virtù, tutta da riscoprire, della fragilità. Seneca (citando Demetrio cinico) scrive: “nessuno è più infelice di colui al quale non è mai accaduto qualche male. Perché solo la cattiva fortuna rivela grandi esempi di virtù (come fu il caso di Muzio Scevola), la cattiva fortuna che sveglia le forze dell’animo e lo spinge a sperimentarsi, a plasmarsi, a forgiarsi: la prosperità tocca alla plebe e alla gente bassa; è proprio dell’uomo grande sottomettere le calamità e i terrori che affliggono i mortali”  Non avere sperimentato il dolore è ignorare rerum naturae alteram partem, l’altra faccia della natura, l’altra parte della condizione umana. La disgrazia, ribadisce, è occasione di virtù e il veterano della vita sa affrontare mali e sofferenze con serenità e coraggio (audacter veteranus cruorem suum spectat qui scit se saepe vicisse post sanguinem). E dunque, esorta Seneca: “Fuggite la vita comoda e snervata per cui gli animi rammolliscono a meno che non accada qualcosa che li avverta della sorte umana”.  Perché chi si abitua alla mollezza cadrà al primo soffio di vento; peraltro la sorte ama i più forti e s’accanisce contro di loro per rivelare la loro fortezza: li renderà a poco a poco simili a lei e l’assiduità dei pericoli procurerà loro lo spregio dei pericoli stessi. Franco Basaglia prima a Gorizia poi a Trieste, si è impegnato affinché venissero riconosciuti gli essenziali diritti umani alle cittadine e ai cittadini che devono convivere con il loro disagio mentale. Aprì le porte del manicomio di Trieste sostituendolo con strutture aperte ventiquattro ore su ventiquattro, i centri di salute mentale, dove coloro che hanno problemi di salute mentale vengono accolti e curati. Per tutti si cerca di garantire la libertà di vivere la propria vita all’interno delle relazioni e del contesto sociale. Da qui prese avvio la legge 180. Concludo questi pensieri sparsi con Elena schizofrenica triestina che ha raccontato la sua esperienza a Cendon: “Che cosa è per me la felicità? Per me è molte cose la felicità. Ad esempio, svegliarmi la mattina presto, e iniziare una nuova giornata tutta da scoprire, vivere, inventare. Felicità è andare di mattina presto in cucina, in silenzio facendo attenzione a non far nessun rumore. Felicità è aprire le finestre, fare entrare luce e aria, osservare i colori del cielo, il volo dei gabbiani, ascoltare, il cinguettio degli uccelli e in lontananza il rumore delle automobili che stanno andando. Amo cantare e ballare, amo la musica, classica, country e i canti sacri sloveni. Amo ascoltare Bruce Springsteen che mi sprona a vivere e a combattere. Da piccola avrei avuto bisogno di un padre che non ho mai avuto. Non l’ho mai conosciuto. Tutti i papà delle mie amiche rappresentavano per me un sogno che mai si poté realizzare. Li osservavo tutti, incantata, con ammirazione e reverenza. Ho scoperto dopo la diagnosi della mia malattia, in un lunghissimo e difficilissimo processo di ripresa, che la mia felicità sta in piccolissimi gesti banali che costruiscono la mia quotidianità. Il caffè che ho preparato io, senza zucchero, bevuto dalla mia tazzina preferita; la voglia che nasce in me di indossare uno dei jeans che ho e sono felice quando ho voglia di scegliere uno tra i miei jeans. Felicità è sentirmi dire da Vittorio che la mia schizofrenia non sono io ed è solo una diagnosi, non è la mia persona. Perché, mi ricorda mio marito, io sono molto di più, sono moglie, madre, insegnante, amica, casalinga, persona impegnata. Quando me lo ricorda mio marito sono felice poiché lo stigma nei confronti di noi “malati mentali” esiste. Amo la mia follia perché fa parte di me. La guarigione è uno dei miei obiettivi, naturalmente, ma per me è più importante vivere la mia vita dignitosamente con la mia malattia” Alda Merini ricoverata presso l’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano ebbe a scrivere: “Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita”.