Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Maria Beatrice Maranò - 24/03/2020

La fragilità al tempo del Covid-19

“E poi all’improvviso scopriamo la nostra fragilità. E sì, è bastato che un virus si dif­fondesse per contagio per riportarci con i piedi per terra. Ci credevamo imbattibili perché immersi in un mondo che scorre alla velocità della luce, in un mondo iper­tecnologico e iperconnesso. Ma la realtà è ben diversa. Potrei richiamare illustri precedenti per parlare del Covid 19 ma non penso sia il caso. E non perché non vadano bene i riferimenti a Boccaccio o a Manzoni, ma solo perché apparteniamo ad un’altra epoca, a questa epoca che nel­la storia dell’umanità non ha eguali. E’ come se anche il coronavirus fosse figlio di questo tempo. È globale, è opportunista, è subdolo, attacca soprattutto i più deboli, è nell’uomo, ma è nemico dell’uomo. In­fatti distanzia, genera diffidenza, mostra la sua forza vincendo facile. Leggo che nulla sarà più come prima dopo questa triste esperienza. Non ne sono convinto. È vero ora siamo spauriti, siamo annichiliti, siamo proni, siamo indifesi.Ma l’uomo contemporaneo è capace di fare ammenda e di andare oltre i “miti” del presente? Se lo fosse dovrebbe abiurare a cose che ri­teneva irrinunciabili: non avere tempo per le cose “umane”, essere sempre connesso, e non solo con la rete, ma con il proprio cervello immerso in un vortice che non lascia spazio all’otium, il fare per il fare, l’andare per l’andare. E allora saremo ca­paci di andare oltre la retorica di questi giorni ( è bello stare a casa, ho ritrovato il gusto delle cose semplici, ho riscoperto la famiglia e via dicendo)? Potremmo far­cela, ma chi educherà questo nuovo/antico uomo? La società, la scuola, la famiglia? Non penso ci siano i presupposti. La so­cietà attuale è basata sull’homo homini lupus, ha abbandonato il welfare, ci è sta­to detto il privato vale più del pubblico, la casta dei potentati è sempre più potente, il ruolo autorevole dello Stato è andato in soffitta. La scuola, dal canto suo, non può non essere che figlia di una società siffat­ta. L’orgia delle “competenze” ha messo da parte l’educare, la cultura non ha valo­re, il sapere sa di vecchio, bisogna essere smanettatori seriali per essere un allievo modello. La famiglia poi è lacerata e non solo per la volontà dei singoli. Essa è, in­fatti, schiacciata da un peso ingombrante determinato da una organizzazione socia­le che non fa incontrare più i membri del­la famiglia stessa. Ma questo è il modello che abbiamo assorbito dopo scorpacciate di telefilm americani e di bulimiche pub­blicità che propagandano il bello artefat­to, il successo ottenuto perché sai dire più stupidaggini di un altro (e non parlatemi di arte, per favore). Non abbiamo speran­za, dunque? Sembrerebbe di sì. Che fare allora? Rassegnarci?Una volta passata questa difficile fase, e speriamo che passi presto, per invertire la rotta abbandoniamo la retorica e ripartia­mo dalle nostre fragilità. In questi gior­ni abbiamo cantato sui balconi, abbiamo creato una comunità di sofferenti che si il­lude di non esserlo. Certo abbiamo subli­mato il male. Siamo stati, appunto, deboli. Di fronte alla morte che scorre sui carri militari che vanno verso altri cimiteri ol­tre quello di Bergamo, abbiamo preferito allontanare da noi la paura e non piangere. Ma va bene. È, appunto, umano. Allora ripartiamo dall’umano. Evitiamo guasco­nierie (Salvini a spasso per Roma), guar­diamoci dentro per le nostre fragilità, cer­chiamo nello sguardo degli altri lampi di sentimenti umani e non giudichiamoli per quello che hanno, ma per quello che sono. Non è un lavoro facile da intraprendere. Possiamo farlo da soli? Sarà difficile in un mondo globalizzato. Partiamo, però! Mettiamoci in cammino proprio in questi giorni che le strade sono deserte, cerchia­mo di scorgere quello che non riusciamo più a vedere perché obnubilati da illusio­ni. Chiediamo scusa ai morti, preghiamo laicamente perché ci sia giustizia, perché gli ultimi non siano gli ultimi, perché il diverso non sia diverso, perché l’altro sia me stesso. Dunque, niente retorica, niente frasi fatte, non urliamo, parliamo, ascol­tiamo, incontriamo, condividiamo, sentia­mo, amiamo. Solo da questa umiltà si può ripartire, si può reimpostare la società, si può riempire la vita scolastica, si può par­lare ancora di famiglia. Il virus prima o poi lo sconfiggeremo, non lasciamoci vin­cere da un altro virus ancora più letale: l’indifferenza.( Riccardo Pagano Direttore del Dipartimento Jonico dell’Università)....Mi piaceva condividere questa riflessione con i lettori di Persona e Danno e con l’amico Paolo Cendon: mi ha colpito una piccola sua frasetta arrivatami per sms il giorno 11 marzo , : “ Ce la faremo , intanto un abbraccio, Paolo”. Il professor Cendon che ha fatto della fragilità un’occasione e uno strumento per dare un senso alla vita , ora le storie sulla fragilità dei suoi libri ritornano,  interiorizzate dentro ognuno di noi. Le sentiamo vere , vive, le sentiamo tragicamente nostre! Chi vi scrive, vive e lavora a Taranto, anche se ha il cuore in Lombardia ( ci vive un fratello) ed in Toscana dove ha compiuto gli studi universitari. Ci si prepara all’ondata ...ondata di terrore che attanaglia ognuna delle nostre vite. Piu' cerco di capire e  meno capisco  anch’io vorrei un mondo dove tutti amano tutti e dove nessuno è nemico di nessuno. Ma il nemico c’è. Lo abbiamo qui, in casa nostra. E non ha nessuna intenzione di dialogare con noi.In un giorno in cui risuonano i discorsi di sempre in tema di superamento delle divisioni religiose, politiche , culturali , occorre  pero' una volta per tutte prendere atto di un nemico che ci soverchia e ci spiazza ...Sono divisa in due da un lato c'e' la Bea lettrice accanita di Oriana, che non si arrende, dall'altro la Bea della globalizzazione, quella dei viaggi in Africa ...in un momento in cui i viaggi ci sono consentiti solo con i libri e con la fantasia, davvero una dicotomia straziante ...il mondo e'infinitamente variegato nella sua bellezza ed ogni cultura e' infinitamente bella nella sua varieta' .... un altro giorno triste ma soprattutto di rabbia per un mondo che non va come dovrebbe ...che non ci vede uniti per l'obiettivo comune che e' la bellezza della vita! Essere o non essere non è una questione di compromesso o sei oppure non sei. E proprio a proposito dell’essere Erich Fromm scriveva : “Che tutti coloro che hanno un vero interesse per la sopravvivenza dell’uomo, si riuniscano, si consiglino, meditino su ciò che l’uomo deve fare e per quali scopi l’uomo deve avere coraggio. Credo che la cosa più importante sia: il coraggio di essere se stessi, il coraggio di dire che per l’uomo non c’è nulla di più importante dell’uomo stesso e della sua stessa sopravvivenza, non solo biologica ma spirituale, perché ciò non può essere essere diviso. Sé l’uomo non ha più speranza, allora non ha più possibilità di vivere.”...No. Non voglio ritornare alla “vita di prima”. Voglio una vita nuova, rinnovata dall’amore e dalla compassione.