Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 20/05/2019

La disciplina della violenza di genere de iure condendo: revenge porn e nuovi altri reati secondo la lettera del “Codice Rosso” - Diletta Oliviero

Dopo l’approvazione da parte della Camera dei Deputati lo scorso 3 aprile, l’ormai noto disegno di legge C. 1455-A, recante Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, prosegue il suo iter.
Il succitato d.d.l. è anche noto come “Codice Rosso”, denominazione suggestiva con cui l’ambiente giornalistico ha voluto evocare la natura emergenziale di un ambito disciplinare (quello della violenza di genere) caro al legislatore nazionale ed attualmente al vaglio del Senato della Repubblica (n.s. 1200). Lo scopo dell’iniziativa legislativa in commento sarebbe quello di introdurre, tra le altre cose, nuove fattispecie incriminatrici atte a sottolineare l’interesse della legge a salvaguardare la figura della vittima, in passato troppo spesso tristemente trascurata, così colmando le lacune ancora sussistenti all’interno della normativa penale.
Tra i nuovi precetti penali contemplati dalla novella, risalta la punizione del cd. revenge porn ovvero, stando alla rubrica dell’inedito art. 612 ter c. p. (che si colloca, non a caso, subito dopo il delitto di atti persecutori p. e p. in forza dell’art. 612 bis, peraltro inasprito dal medesimo provvedimento), della diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, inscrivendosi nell’alveo dei delitti contro la libertà morale col fine di tutelare veri e propri valori di vertice, quali la dignità, l’autodeterminazione e la riservatezza (specie ove concernenti la sfera sessuale) della parte lesa.
Il dispositivo, al momento, salvo emendamenti, così reciterebbe:
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.
La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.
La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o dalla persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è commesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

La norma, pertanto, mirerebbe alla soppressione di un fenomeno in via di espansione e suscettibile di sussumere nel suo spettro un’ampia gamma di comportamenti, ascrivibili in generale alla pornografia non consensuale, e cioè all’abusiva e non autorizzata divulgazione di immagini private a detrimento della vittima, ritratta o filmata nei suoi momenti più intimi, a titolo di ritorsione e/o vendetta (aggravata, ai sensi del terzo comma, nell’ipotesi in cui la diffusione avvenga in rete): condotta, questa, talora riconducibile, secondo alcuni interpreti, al delitto di stalking o, a seconda dei mezzi di trasmissione di video e immagini, cyberstalking.
Ancora una volta, dunque, ad una fattispecie di reato mutuata dalla tradizione angloamericana viene riconosciuto diritto di cittadinanza nella compilazione positiva italiana (così come, parallelamente, l’invalso neologismo straniero è entrato a pieno titolo nella nostra semantica più comune). L’accoglimento di previsioni normative dapprima implementate oltremanica o negli Stati Uniti, infatti, si è già verificato in una molteplicità di casi, dai delitti contro la persona ai cd. computer crimes. Tra questi, non si può non pensare nuovamente allo stalking (atti persecutori nella versione accolta dal nostro codice penale), unitamente alla sua declinazione squisitamente internautica, di sovente oggetto delle prolusioni di cultori, studiosi e appassionati della materia penale. Ed è, invero, D. Oliviero, Profilo cyber degli atti persecutori. Amore e ossessione nell’era di internet. Rilievi penali e criminologici, l’ultimo titolo edito da Key Editore, quinto numero di Periferie esistenziali, la felice collana ideata e diretta da A. Gasparre.
Tale nuova scelta di diritto punitivo sembra essere stata salutata caldamente non solo dai membri del Parlamento, ma anche dall’opinione pubblica e dai giuristi, preoccupati dall’incipiente varietà dei crimini perpetrati in ambito domestico o comunque a sfondo sentimentale, soprattutto nei confronti delle donne.
Tornando al revenge porn, si pensi allo scandalo legato alla figura di Tiziana Cantone, che la travolse inesorabilmente nel 2016 conducendola al suicidio, a seguito della trasmissione virale in internet di alcuni video dai contorni hard di cui la giovane donna campana fu protagonista. All’epoca dei fatti, certo, la disciplina di cui si discute non era ancora stata sottoposta all’attenzione delle Camere e la vicenda giudiziaria che ne scaturì si concluse con l’archiviazione a favore degli accusati, cui era stato contestato il delitto di diffamazione, in assenza di uno specifico capo accusatorio per la diffusione dei video (particolare profilo, quest’ultimo, che rimase impregiudicato). E infatti, la condotta tipica descritta dall’art. 612 ter è stata sinora rimproverata, a seconda delle circostanze, a titolo di diffamazione ex art. 595 c. p. o illecito trattamento di dati personali (in virtù di quanto prescritto dal Codice privacy) od anche di atti persecutori e violenza privata (rispettivamente, in forza degli artt. 612 bis e 619 c. p.) o, infine, di diffusione di riprese e registrazioni fraudolente (art. 617 septies c. p.) e, in alternativa, di interferenze illecite nella vita privata (art. 615 bis c. p.). Ciò a dimostrare l’ampiezza delle ipotesi fattuali che, in concreto, possono essere realizzate in danno del soggetto passivo nell’ambito del revenge porn, nonché i notevoli e numerosi effetti pregiudizievoli che tali condotte possono cagionare (il delitto di cui all’art. 612 ter punirebbe senz’altro un contegno plurioffensivo), innanzi ai quali il legislatore, ovviamente, non poteva restare indifferente.