Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 31/03/2019

La dignità delle parole, la loro bella forza - Milvia Maria Cappellini

 "Esistono al mondo persone cattive" (così il titolo del quarto capitolo del volume "I diritti dei più fragili" di Paolo Cendon). Esistono davvero, al mondo, persone cattive. Che usano parole cattive per fare cose cattive. Mi ci sono voluti decenni per accettarlo. Per indole, la formula hobbesiana (ma prima plautina e, in diverso senso, erasmiana) dell'uomo lupo per gli altri uomini mi è rimasta a lungo estranea e quasi fastidiosa. Semmai, mi convincevano di più certi paradigmi marxisti, il dominio dell'economia, la nostalgia della comunità naturale e qualche vaga speranza nella gramsciana "comunità regolata". Per farla breve, credevo nell'umanità, nei suoi pensieri, nelle sue opere e soprattutto nelle sue parole, che non mi stancavo di leggere e (in pudica segretezza) di scrivere. Certa del legame magari occulto ma insopprimibile delle parole con la verità, certa che ogni comportamento malvagio fosse decifrabile - e quindi spiegabile e narrabile - in un suo fondamento razionale, consistente, congruente. Poi, il danno: collaterale, sì, ma devastante, vischioso, disastrosamente prolifico. Un danno, per di più, tutto fatto di parole - le mie amate parole! Un danno generato prima dall'ignoranza boriosa di pubblici amministratori, poi dalla loro ignavia e codardia; ramificatosi poi per sedimentazioni e concrezioni di politica pessima e ottusità tribale; infine, penetrato nel vivo per via della infestante pervasività della Rete, per via della tossicità potenziale delle parole, così agevoli da pervertire, cedevoli alla mistificazione. Ritorniamo a parole chiare, allora, restituiamo alle cose il loro primo nome: diffamazione, per esempio. Replicata e amplificata all'infinito, come in un disgustoso invertito effetto Droste, come in una malevola mise en abîme: rimbalzi e rimpalli su pagine e gruppi, profili falsi che si commentano a specchio, reti di odiatori. Per rancori di partito e di consorteria? Certo. Per interessi di bottega e familismi amorali? Anche. Per vendetta, taglione e regolamento di conti? Eccome. Ma, più di tutto, per cattiveria che aggroviglia invidia e rivalsa, impasta oscure pulsioni e automatismi feroci, fiuta capri espiatori e vittime predestinate. Le parole proliferano e si propagano, volgari, insinuanti, beffarde, false: in tutto il mondo, in tutto il cosmo, nei secoli dei secoli. Presto ci si trova invischiati in panie che scuoiano, presi in trappole che scattano e tranciano (ma con lentezza, ora dopo ora) nervi e ossa, in dispositivi e congegni che si chiudono e imprigionano. Stanchi dell'assennata sopportazione silenziosa ("le tempeste di letame vanno ignorate": ma c'è chi alla fine si uccide), si prova a reagire. Il consiglio disciplinare dell'Ordine però archivia, con argomentazioni non-aristoteliche e sovrabbondanza di litote ed eufemismo: la persecuzione ne trae giustificazione e rinnovato vigore, spesseggia in insidie, botole e calappi. Si arriva alle querele: ma queste, si sa, chiedono tempo, sedimentano, a lungo andare intorpidite. Ai danneggiati serve testa fredda e cautela, e alla fin fine rassegnazione: ringoiate le parole, voi vittime predestinate, voi capri espiatori! Una nuova gogna è pronta, un collare meglio stretto alla gola, un chiodo ficcato più dentro. E, infine, la tortura peggiore: dover parlare e scrivere fino allo sfinimento di persone cattive, dalle quali di nosma si starebbe alallarga, non per timore bensì per disgusto, perché la cattiveria maleodora, sparge miasmi e trasuda liquami. Giornalisti malamente alfabetizzati, incapaci di controllare sintassi e livori; maramaldi soi-disant intellettuali, impudichi nell'esibire flaccidumi e ribalderie: dover pensare a questa gente, dover scrivere di questa gente, questo è il vero danno, il vero attentato alla dignità delle parole, alla loro bella forza.