Responsabilità civile - Circolazione stradale -  Luca Tortora - 10/09/2019

La cooperazione del danneggiato nella produzione dell'evento dannoso. Il mancato uso delle cinture di sicurezza in un incidente stradale

La necessaria disamina del comportamento del danneggiato e la sua rilevanza ed incidenza nella determinazione dell’an debeatur di un evento dannoso è  espressamente contemplato dall’art. 1227, I comma, c.c.v. : “Se il fatto colposo  del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate”. L'art. 1227 c.c., comma I, disciplina la cooperazione colposa del danneggiato nella produzione dell'evento dannoso; se il danneggiato, con la propria condotta, ha concorso alla determinazione e al verificarsi  del fatto dannoso, il risarcimento dei danni patiti deve essere diminuito in misura pari alla gravità della colpa e all’entità delle relative conseguenze. Il principio enunciato dall’art. 1227, I comma, va applicato anche alle ipotesi di responsabilità extracontrattuale in forza dell’espresso richiamo contenuto nell’art. 2056 c.c.v.. La Suprema Corte  nella sentenza n. 22514/2014 nell’affrontare una complessa vicenda relativa all'applicabilità dell'art. 1227 c.c., comma 1, al fatto colposo commesso da un soggetto incapace di intendere o di volere, così scrive: “…Il caso attuale, invece, è, sia pure in relazione ad una fattispecie diversa, assimilabile a quello risolto dalla sentenza n. 2704 del 2005, avendo ad oggetto un concorso di colpa da parte di un incapace (minorenne).Questa pronuncia, infatti, affrontando e ricostruendo funditus la complessa vicenda dell'applicabilità dell'art. 1227 c.c., comma 1, al fatto colposo commesso da un soggetto incapace di intendere o di volere, è pervenuta alla conclusione - richiamando il remoto precedente delle Sezioni Unite 17 febbraio 1964, n. 351, seguito dalla successiva giurisprudenza, nonchè l'ordinanza n. 14 del 1985 della Corte costituzionale - per cui il principio di cui all'art. 1227 c.c. (riferibile anche alla materia del danno extracontrattuale per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 c.c.) della riduzione proporzionale del danno in ragione dell'entità percentuale dell'efficienza causale del soggetto danneggiato si applica anche quando questi sia incapace di intendere o di volere per minore età o per altra causa. Tale riduzione deve essere operata non solo nei confronti del danneggiato, che reclama il risarcimento del pregiudizio direttamente patito al cui verificarsi ha contribuito la sua condotta, ma anche nei confronti dei congiunti che, in relazione agli effetti riflessi che l'evento di danno subito proietta su di loro, agiscono per ottenere il risarcimento dei danni iure proprio. Il principio è stato poi sostanzialmente ribadito dalle successive sentenze 22 giugno 2009, n. 14548, e 2 marzo 2012, n. 3242…”.
Parleremo di cooperazione colposa del danneggiato e non di sua esclusiva responsabilità  quando il suo comportamento non è idoneo ad interrompere il nesso causale tra la condotta dell’autore del fatto illecito e l’evento di danno: “Sotto il profilo di diritto si rammenta che ai fini della causalità materiale nell'ambito della responsabilità aquiliana la giurisprudenza e la dottrina prevalenti fanno applicazione dei principi penalisti di cui agli artt. 40 e 41 c.p.. Invero un evento dannoso è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cd. teoria della condicio sine qua non); nel contempo non è sufficiente tale relazione causale per determinare una causalità giuridicamente rilevante, dovendosi, all'interno delle serie causali così determinate, dare rilievo a quelle soltanto che, nel momento in cui si produce l'evento causante, non appaiono inverosimili (cd. teoria della causalità adeguata o della regolarità causale: cfr. ex plurimis, Cass. 16/12/2004, n. 2343; Cass. 26/03/2004, n. 6071; Cass. 3/12/2002, n. 17152; Cass. 29/07/2004, n. 14438; Cass. 19/08/2003, n. 12124; Cass. 22/10/2003, n. 1578 9; Cass. 15/01/2003, n. 484). In altri termini per l'imputazione oggettiva dell'evento occorrono due presupposti: uno positivo (la raffigurazione della condotta dell'agente come condizione necessaria) ed uno negativo, cioè la mancanza di fattori esterni eccezionali, da valutarsi non ex post, ma ex ante. L'interruzione del nesso di causalità può essere anche l'effetto del comportamento sopravvenuto dello stesso danneggiato, ma solo quando il fatto di costui si ponga come unica ed esclusiva causa dell'evento di danno, sì da privare dell'efficienza causale e da rendere giuridicamente irrilevante il precedente comportamento dell'autore dell'illecito (cfr. Cass. 8.7.1998, n. 6640; Cass. 7 aprile 1988, n. 2737); mentre, quando il comportamento colposo del danneggiato non è idoneo da solo ad interrompere il nesso eziologico tra il fatto illecito ed il danno, esso può, tuttavia, integrare un concorso colposo ai sensi dell'art. 1227 c.c., comma 1, con conseguente diminuzione della responsabilità del danneggiante secondo l'incidenza della colpa del danneggiato” (in Cass. civ. Sez. III, (ud. 08-04-2010) 30-04-2010, n. 10607).
Gli Ermellini facendo applicazione di questi principi sono giunti a ridurre proporzionalmente il risarcimento dei danni patiti da un trasportato in un veicolo che non indossava le cinture di sicurezza e provocati da un sinistro stradale: “ Il comportamento colpevole del danneggiato non può in ogni caso valere ad interrompere il nesso causale tra la condotta del conducente del veicolo e la produzione del danno nè vale ad integrare un valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili. Può esservi, al più, concorso di colpa fra le parti, con riduzione percentuale del risarcimento del danno, ma non certo esclusione totale di responsabilità in capo al conducente del veicolo e del relativo obbligo risarcitorio. La circostanza che vi sia una concausa nella produzione dell'evento di danno non esclude la concorrenza delle cause nella produzione del medesimo, nè consente di ritenere interrotto legittimamente il nesso causale tra la condotta del conducente e il danno. Ne consegue, pertanto, che la sentenza avrebbe dovuto limitarsi a ridurre proporzionalmente il quantum risarcitorio piuttosto che escludere il nesso di causalità. La corte territoriale non ha considerato che il conducente è responsabile dell'utilizzo delle cinture di sicurezza da parte del passeggero, sicchè la causazione del danno da mancato utilizzo è imputabile sia a lui che al passeggero. Si veda, al riguardo, Cass. n. 18177 del 2007: "In materia di responsabilità civile, in caso di mancata adozione delle cinture di sicurezza da parte di un passeggero, poi deceduto, di un veicolo coinvolto in un incidente stradale, verificandosi un'ipotesi di cooperazione nel fatto colposo, cioè di cooperazione nell'azione produttiva dell'evento, è legittima la riduzione proporzionale del risarcimento del danno in favore dei congiunti della vittima". Ciò risponde, peraltro, alla consolidata giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale, qualora la messa in circolazione di un veicolo in condizioni di insicurezza è ricollegabile oltre che all'azione o all'omissione del conducente, il quale deve controllare, prima di iniziare o proseguire la marcia, che questa avvenga in conformità delle normali norme di prudenza e sicurezza anche al fatto del trasportato, che ha accettato i rischi della circolazione, si verifica un'ipotesi di cooperazione colposa dei predetti nella condotta causativa dell'evento dannoso. Pertanto, in caso di danni al trasportato medesimo, sebbene la condotta di quest'ultimo non sia idonea di per sè ad escludere la responsabilità del conducente, nè a costituire valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili, essa può costituire nondimeno un contributo colposo alla verificazione del danno, la cui quantificazione in misura percentuale è rimessa all'accertamento del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivato (Cass., 3, n. 4993 dell'11/3/2004; Cass., 3, n. 10526 del 13/5/2011; Cass., 3, n. 6481 del 14/3/2017). Accertamento che nella specie non è stato in alcun modo espresso e che anzi, se lo fosse stato, per evidenti ragioni di coerenza, avrebbe dovuto estrinsecarsi nel riconoscimento di una percentuale di responsabilità della danneggiata per la causazione del danno patrimoniale necessariamente similare a quella stessa per il danno alla persona, cioè del 30%. La sentenza in esame, che ha escluso del tutto il nesso causale, non è pertanto conforme alla citata giurisprudenza e merita sul punto di essere cassata con rinvio, affinchè il giudice del merito, in luogo di escludere il danno patrimoniale, lo riconosca e lo quantifichi, riducendo per simmetria l'importo del medesimo di una percentuale del 30%, pari a quella relativa al concorso di colpa della danneggiata nella produzione del danno alla persona” (in Cass. civ. Sez. III, Ord., (ud. 25-06-2018) 30-01-2019, n. 2531. Questo arresto giurisprudenziale è stato confermato anche dalla recentissima pronunzia n. 21991 del 03.09.2019; la Corte di Cassazione ha confermato, in buona sostanza la pronuncia della Corte di Appello di Messina che aveva riconosciuto la cooperazione colposa del danneggiato nella produzione dell’evento dannoso perché viaggiava su un veicolo senza indossare le cinture di sicurezza; i Giudici della Suprema Corte pare tra l’altro che pprezzino anche il ragionamento giuridico dei Giudici della Corte d’Appello ed infatti così scrivono: “…Si premette che la Corte territoriale, in accoglimento dell'appello principale, ha ridotto il quantum risarcitorio riconosciuto a M.R. sulla base delle seguenti argomentazioni: a) l'art. 172 C.d.S. impone l'utilizzo delle cinture di sicurezza non operando alcun distinguo fra la seduta posteriore e anteriore del veicolo;b) l'allacciamento delle cinture di sicurezza costituisce fatto idoneo ad attenuare le conseguenze dannose di un sinistro, in quanto l'impiego di siffatto dispositivo cautelare consente, in caso di urto, di trattenere il corpo degli occupanti il veicolo legato al sedile, evitandone l'impatto contro le strutture interne e la proiezione fuori dall'abitacolo (come avvenuta nel caso di specie); c) pertanto, l'omesso uso delle cinture di sicurezza, da parte di persona che abbia subito lesioni in conseguenza di un sinistro stradale, costituisce un comportamento colposo del danneggiato nella causazione del danno, rilevante ai sensi dell'art. 1227 c.c., comma 1, (applicabile in tema di responsabilità aquiliana in quanto richiamato dall'art. 2056 c.c.), e legittima la riduzione del risarcimento del danno; d) il conducente dell'autovettura non è destinatario della norma, che impone al trasportato di indossare la cintura di sicurezza, in considerazione della circostanza per cui all'epoca dei fatti il M. aveva raggiunto la maggiore età; in ogni caso, sebbene vi sia l'obbligo del conducente di effettuare la circolazione in condizioni di sicurezza, esula dalla normale diligenza, anche perchè trattasi di una condotta di non semplice realizzazione, il controllo costante dei passeggeri presenti sui sedili posteriori, differentemente dall'ipotesi in cui il trasportato si trovi sul sedile anteriore.Sulla base di tali premesse argomentative, la Corte territoriale - in considerazione del fatto che l'utilizzo del dispositivo avrebbe potuto diminuire la gravità e l'entità dei danni subiti dal M., il quale non sarebbe potuto fuoriuscire dal finestrino del veicolo - ha ritenuto che la condotta colposa dello stesso ha avuto un'efficienza causale, nella produzione dell'evento dannoso, in misura del 30%,riducendo conseguentemente la somma liquidata a titolo di danno non patrimoniale in favore di M.R..Ciò posto, inammissibile è il primo motivo, in quanto, come statuito dalle Sezioni Unite ormai da oltre un quinquennio (cfr. sent. n. 8053 del 7/4/2014), la riformulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione. Orbene, nel caso di specie, è indubbio che la Corte territoriale ha esaminato la questione riguardante l'uso delle cinture di sicurezza da parte di M.R. in occasione del sinistro per cui è processo...”.
Come si è avuto modo di dire l’ipotesi di cooperazione colposa del danneggiato nella produzione dell’evento dannoso è ben diversa da quella in cui il comportamento del danneggiato sia idoneo ad interrompere il nesso causale tra il comportamento del presunto autore del fatto dannoso e il fatto illecito stesso. In quest’ultimo caso il danneggiato non ha diritto al risarcimento dei danni. Esemplare applicazione di quanto detto viene fatto dal Tribunale di Pordenone nella sentenza n. 282 /2018 dove viene escluso il risarcimento dei danni ex art. 2051 c.c. perché si ritiene che il comportamento del danneggiato abbia interrotto il nesso di causalità tra la cosa in custodia e il sinistro:  “Quanto ai criteri di accertamento del nesso causale, va richiamato il consolidato orientamento della Suprema Corte (cfr. Cass. Sez. Un. 576/2008) secondo cui ai fini dell'apprezzamento della causalità materiale nell'ambito della responsabilità extracontrattuale, va fatta applicazione dei principi penalistici di cui agli artt. 40 e 41 c.p., sicchè un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (c.d. teoria della condicio sine qua non). E' pacifico che il caso fortuito possa essere integrato anche "dalla stessa condotta del danneggiato (che abbia usato un bene senza la normale diligenza o con affidamento soggettivo anomalo) quando essa si sovrapponga alla cosa al punto da farla recedere a mera occasione o "teatro" della vicenda produttiva di danno, assumendo efficacia causale autonoma e sufficiente per la determinazione dell'evento lesivo, così da escludere qualunque rilevanza alla situazione preesistente" (Cass.2479/2018). Condivisibile giurisprudenza sostiene altresì che "ai sensi dell'art. 2051 c.c., allorchè venga accertato, anche in relazione alla mancanza di intrinseca pericolosità della cosa oggetto di custodia, che la situazione di possibile pericolo, comunque ingeneratasi, sarebbe stata superabile mediante l'adozione di un comportamento ordinariamente cauto da parte dello stesso danneggiato, deve escludersi che il danno sia stato cagionato dalla cosa, ridotta al rango di mera occasione dell'evento, e ritenersi, per contro, integrato il caso fortuito (Cass. n. 12895/2016). A maggior ragione nel caso di specie dove il sinistro subito dal ricorrente poteva essere evitato tenendo un comportamento ordinariamente cauto in considerazione nel periodo invernale delle intense nevicate e delle temperature particolarmente rigide" (Cass. 2256/2017). In caso analogo a quello per cui è causa condivisibile giurisprudenza ha ritenuto che: "In tema di danno causato da cose in custodia, costituisce circostanza idonea ad interrompere il nesso causale e, di conseguenza, ad escludere la responsabilità del custode di cui all'art. 2051 cod. civ., il fatto della vittima la quale, non prestando attenzione al proprio incedere, in un luogo normalmente illuminato, inciampi in una pedana (oggettivamente percepibile) destinata all'esposizione della merce all'interno di un esercizio commerciale, con successiva sua caduta, riconducendosi in tal caso la determinazione dell'evento dannoso ad una sua esclusiva condotta colposa configurante un idoneo caso fortuito escludente la suddetta responsabilità del custode" (Cass. 993/2009)”. Resta inteso che anche nell’ipotesi prevista dall’art.2051 c.c. è possibile l’applicazione dell’art. 1227 I comma c.c..