Malpractice medica - Consenso informato -  Michela Del Vecchio - 09/03/2019

La CEDU tra suicidio assistito e cure palliative – Conway c/ UK (CO/6421/2016 – 5 oct. 2017)

La lettura della decisione della Corte EDU sul caso Conway spinge a riflettere ancora una volta sulla legittimità del suicidio assistito non come atto volto a privare un uomo della sua vita ma come atto volto a rispettare la sua dignità e la sua volontà.

Noel Douglas Conway era affetto da patologia degenerativa del motoneurone con una aspettativa di vita molto breve ed assenza di cure efficaci. La malattia lo avrebbe portato progressivamente alla perdita dell’indipendenza della persona di carattere motoria e cognitiva mantenendo intatte le facoltà intellettive. Conway, nel pieno esercizio del suo diritto di decidere sul percorso terapeutico assistenziale che lo aspettava con il progredire della patologia, aveva espresso la volontà di terminare la propria vita per non soffrire in termini fisici ed emotivo - psicologici.

Egli presentava pertanto un ricorso per la revisione giudiziale del divieto di assistenza al suicidio previsto dal Suicide Act 1961. Tale atto parlamentare, infatti, adottato dal Regno Unito se da un lato depenalizzava colui che falliva nel tentativo di suicidio dall’altro continuava a considerare penalmente perseguibile la persona che aiuta, consiglia o procura il suicidio.

Ebbene, nel ricorso presentato all’High Court britannica, Conway evidenziava il contrasto tra la norma del Suicide Act 1961 e il diritto al rispetto della vita privata indicato dall’art. 8 CEDU (adottato nel Regno Unito con l’ “Human Rights Act 1998). In particolare evidenziava la sproporzionalità della sanzione (e del divieto dunque) nei casi di malati terminali ormai prossimi alla conclusione della propria esistenza.

La Corte britannica respinge il ricorso richiamando i precedenti in materia (il caso Pretty in particolare e il più recente caso Nicklinson) ed evidenziando come i progressi della medicina palliativista consentono oggi di scegliere per un fine vita “dolce” e non sofferente e, dunque, nel rispetto delle norme interne (Suicide Act 1961) ed europee (art. 8 CEDU) vigenti.

Decisione quest’ultima confermata dalla Corte EDU che, peraltro, conferma una decisione già adottata nel 2013 (caso Gross c/ Svizzera – ricorso 67810/10) in cui si indica una violazione del citato art. 8 CEDU da parte della disciplina svizzera in merito al suicidio assistito.

Si continua dunque a discorrere, non solo in Italia (Corte Cost. ord. 207/2018), della legittimità del suicidio assistito quale espressione del diritto di autodeterminazione del malato terminale e rispetto della sua dignità di persona. Si ricorda che la nostra Corte Costituzionale, con la decisione citata, ha testualmente affermato che “l’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio – rinvenibile anche in numerosi altri ordinamenti contemporanei – è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile come quella del suicidio” ma è anche da osservare che “è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni (persone malate, depresse, psicologicamente o fisicamente fragili o sole, ndr) di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana”. Ciò, secondo la Corte Costituzionale, impone una riflessione da parte del Parlamento per i casi in cui la decisione di suicidio e, per impossibilità fisica ad attuare il proposito, di aiuto al suicidio “può presentarsi al malato come l’unica via d’uscita per sottrarsi, nel rispetto del proprio concetto di dignità della persona, a un mantenimento artificiale in vita non più voluto e che egli ha il diritto di rifiutare”.

Certamente la Legge 219/17 consente oggi il rifiuto al prolungamento terapeutico della vita o a trattamenti anche salvifici (rifiuto da esprimere anche con disposizioni anticipate di trattamento) ma non potrà mai il medico rispettare una decisione pur anticipatamente espressa di adottare trattamenti diretti a determinare la morte.

Evidente che il tema, di estrema attualità, richiede riflessioni ben più approfondite delle presenti ma certamente non può prescindersi, nel trattare l’argomento, dalla conoscenza del valore “dignità” della persona in relazione agli stati di fragilità e sofferenza in cui la stessa può trovarsi: a) fragilità causata da atroci dolori fisici; b) fragilità causata da fattori mistici o ideologici (che consentono anche azioni autolesive eventualmente); c) fragilità causata da un grave degrado fisico pur privo di sofferenza.

Il senso stesso poi della sofferenza è estremamente soggettivo e tale da non consentire un’analisi e conseguentemente una trattazione obiettiva delle situazioni in cui si versa in condizioni di sofferenza.

Evidente dunque, visti i progressi della medicina palliativista, che il ricorso – nella fase terminale della vita – a trattamenti non volti solo ad alleviare il dolore fisico (con oppiacei o morfine o altri rimedi stupefacenti medicalmente riconosciuti in grado di ridurre la soglia del dolore) ma anche e soprattutto la difficoltà emotiva e sociale dell’impossibilità di controllare la propria sfera fisica ed emotiva consentirebbe anche di impedire che il ricorso a trattamenti volti a porre fine alla propria vita (pur nei casi in cui questa scelta appare l’unica adottabile) celi scelte eutanasiche.

La sofferenza del malato terminale è certamente un patimento senza confini precisi ove ad una componente fisica (accertabile e possibilmente controllabile) si accompagna una componente emotiva non verificabile in quanto estremamente soggettiva e forse alleviabile solo con una mirata assistenza psicologica, familiare, sociale e anche giuridica (per minacce ambientali o esistenziali causate dallo stato di incapacitazione in cui il malato terminale versa e la cui cura potrebbe sollevare il malato da preoccupazioni e ansie).

Non esiste dunque una risposta, non esiste un rimedio (suicidio assistito o cure palliative?), esiste una persona bisognosa di aiuto nel momento di più accentuata fragilità dell’esistenza umana (l’irrimediabile approssimarsi della morte e la sua sofferenza) a cui possono essere date diverse risposte ma sicuramente non una certezza in punto di diritto (sullo “statuto del morente” si veda P. Cendon, I malati terminali e i loro diritti, Milano 2003).

La Corte EDU, nel respingere il ricorso Conway, probabilmente ha inteso evidenziare come la determinazione di suicidio possa non necessariamente essere l’unica via percorribile in relazione ad un indiscutibile progresso compiuto dalla medicina palliativa proprio nella prospettiva del rispetto della dignità del malato terminale con possibilità dunque di accompagnare dolcemente la vita al suo epilogo senza accelerarne il verificarsi.


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