Responsabilità civile - Ingiustizia, cause di giustificazione -  Riccardo Mazzon - 01/02/2019

La causa di giustificazione della legittima difesa in ambito civile: danni, risarcimento ed indennità - seconda parte -

Nella visione descritta nella parte prima del presente intervento, acquisteranno significato dirimente le condizioni, esplicitamente richieste dall'articolo 52 del codice penale, ma certamente applicabili all'ambito civile, della costrizione, necessità ed attualità (“non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta”: così, per fare un esempio, non sarà invocabile lo stato di legittima difesa, per difetto del requisito della necessità, quando sussiste per il soggetto aggredito la possibilità di sottrarsi agevolmente, con la fuga, all'atteggiamento minaccioso e aggressivo della controparte) nonché della proporzionalità (“sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”: ad esempio, in un caso in cui l'offesa minacciata era un colpo di ciabatta, mentre la reazione è consistita nel cagionare lesioni sul volto, sul torace e sulle braccia del soggetto che minacciava, è stato, per l’appunto, deciso che non può trovare applicazione l'art. 2044 c.c. se non vi è proporzionalità fra l'offesa minacciata e la reazione - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Esemplare, a tal proposito, risulta esser proprio la recente pronuncia già in precedente citata, stimolata da vicenda processuale nata con citazione notificata il 10.3.1995, attraverso la quale parte attrice conveniva - davanti al tribunale di Udine – controparte al fine di sentirlo condannare al risarcimento dei danni, materiali e morali – rispettivamente quantificati in L. 130 e L. 20 milioni -, subiti a cagione di un reato di violenza privata, asseritamente commesso dal convenuto citato; riferiva, in particolare, l'attore - titolare di un'azienda agricola che aveva da poco concluso la vendita di una partita di bestiame, per L. 130 milioni, con contraente che si era recato presso la sua azienda per caricare il bestiame - che il convenuto, vantando pretesi crediti nei confronti dell'attore medesimo, aveva impedito di portare a termine l'operazione predetta, minacciando l'acquirente di gravi conseguenze, assumendo che il bestiame era stato sottoposto a sequestro giudiziario; il tribunale, con sentenza, accoglieva la domanda e condannava il convenuto al risarcimento del danno richiesto.

La Corte di appello di Trieste adita dal convenuto, con sentenza depositata il 7.12.2004, rigettava la domanda: riteneva la Corte di merito che, nella fattispecie, non vi era stata alcuna minaccia, poiché alla data del 25.3.1991 già era stato concesso dal Presidente del tribunale di Udine il sequestro conservativo di questi animali in favore del convenuto, per quanto poi detto sequestro fosse divenuto efficace solo successivamente e che il convenuto si era limitato far presente all’attore che egli si sarebbe assunto le sue responsabilità, come riferito dallo stesso attore, mentre non era attendibile la deposizione della moglie dell’attore, secondo cui il convenuto avrebbe usato minacce prospettando guai giudiziari.

La Corte d'appello, in effetti, riteneva che, nella fattispecie, in ogni caso il convenuto avesse detto la verità, riferendo del sequestro conservativo sugli animali, e che, in ogni caso, egli avesse agito in presenza dell'esimente dell'autotutela, in quanto aveva impedito che, essendo già stato emesso il provvedimento di sequestro conservativo, il debitore disperdesse i suoi beni (aggiungeva la Corte che nessun danno aveva subito l'attore, poiché il convenuto aveva impedito che fossero venduti per L. 130 milioni animali che furono, poi, venduti all'incanto per  L. 146 milioni); avverso la predetta sentenza di merito, proponeva ricorso per Cassazione l'attore (presentando anche memoria; resisteva, inoltre, con controricorso, il convenuto), con unico motivo, afferente violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ex art. 360 c.p.c., n. 3, nonché omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza: in particolare, lamentava il ricorrente come non fosse stata ritenuta attendibile la deposizione della propria moglie, la quale aveva dichiarato che il convenuto, rivolgendosi al ricorrente, aveva affermato che lì tutto era sequestrato ed aveva prospettato guai giudiziari; come la deposizione del ricorrente non contrastasse con la deposizione della moglie; come il sequestro, per quanto già concesso, non fosse stato ancora eseguito (in quanto esso fu eseguito, a norma dell'art. 678 c.p.c., solo il giorno successivo ai fatti di causa, cioé il 26.3.1991); come, in ogni caso, il comportamento del convenuto integrasse un esercizio abusivo delle proprie ragioni - a norma dell'art. 393 c.p. – e, come tale, un fatto illecito; come egli avesse subito il danno consistente nel non avere la disponibilità della somma pattuita.

La Suprema Corte, peraltro, respingeva il ricorso, ritenendo il motivo infondato e non senza osservare, preliminarmente, come la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per Cassazione conferisca al giudice di legittimità - non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì - la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale comunque spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge): in effetti, alla cassazione della sentenza, per vizi della motivazione, si può giungere solo quando tale vizio emerga dall'esame del ragionamento svolto dal giudice del merito, quale risulta dalla sentenza, che si riveli incompleto, incoerente e illogico, e non già quando il giudice del merito abbia semplicemente attribuito agli elementi valutati un valore e un significato difformi dalle aspettative e dalle deduzioni di parte.

Nella fattispecie, non si ravvisava, a giudizio della Corte, detto vizio motivazionale e, ribadito che il giudizio sull'attendibilità dei testi involge apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un'esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti, la Corte medesima riteneva come non fosse illogica la motivazione della sentenza impugnata, che riteneva di prestare maggiore attendibilità, nella fattispecie, alle dichiarazioni del soggetto passivo del preteso reato, piuttosto che alla moglie dell'attore: la Corte di merito aveva rilevato che, sulla base di tale deposizione, nessuna minaccia era stata fatta all’attore, il quale aveva anche riferito che il tono del convenuto era solo teso, affermando che si sarebbe assunto ogni responsabilità; in ogni caso, con motivazione congrua, il giudice di appello aveva rilevato che, effettivamente, un provvedimento di sequestro conservativo su quegli animali era stato emesso, anche se esso poi fu eseguito solo il giorno successivo ai fatti di causa.

Quanto all'ambito specifico relativo alla legittima difesa, la Suprema Corte, esplicitamente, ritiene corretta la decisione della Corte di merito che ha escluso l'esistenza - non solo del reato di minaccia ma anche - di un qualsiasi illecito civile, sotto il profilo dell'autotutela del creditore, che impedisca la dispersione dei beni del debitore, oggetto di un provvedimento di sequestro conservativo, per quanto ancora non eseguito: sancisce il Supremo Consesso che, così operando, la Corte di merito ha, in ogni caso, rilevato l'esistenza dell'esimente della legittima difesa, di cui all'articolo 2044 del codice civile.

In effetti, l'art. 2044 c.c. rinvia sostanzialmente - per la nozione di legittima difesa, quale situazione idonea ad escludere la responsabilità civile per fatto illecito -, all'art. 52 c.p., il quale richiede, a tal fine, la sussistenza, nella fattispecie, della necessità di difendere un diritto proprio – o anche altrui - contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa: quanto al caso concreto, dunque, correttamente la Corte di merito ha ritenuto che, per il creditore-convenuto, costituisse offesa ingiusta l'operazione di dispersione dei beni (tramite vendita) da parte del debitore e dell'acquirente (ormai cosciente), anche in considerazione che, tale posizione creditoria, è normativamente tutelata, dall'art. 2901 c.c., con l'azione revocatoria – e che, conseguentemente, il far presente all'acquirente i “guai giudiziari” in cui si poneva, fosse atteggiamento proporzionato alla situazione creatasi -; peraltro, è da ricordare che, tra l'azione perturbatrice della generica responsabilità patrimoniale del debitore e quella contraria dell'imputato non si era frapposto alcun lasso di tempo, sufficientemente ampio per consentire a quest'ultimo d'adire il giudice - ed ottenere, così, un provvedimento idoneo ad evitare il prodursi di una situazione di danno.