Interessi protetti - Interessi protetti -  Riccardo Mazzon - 20/05/2019

La causa di giustificazione del consenso dell'avente diritto: disponibili i diritti all'onore e alla libertà sessuale?

Per quanto concerne i diritti all’onore, all’identità personale e alla dignità, in forza del principio personalistico e in analogia al disposto dell’art. 5 c.c., sono da considerarsi diritti disponibili per limitazioni circoscritte e secondarie ma non per la distruzione oppure per le menomazioni irrevocabili o così gravi da diminuire in modo notevole la libertà o la dignità della persona umana, nonché nei casi in cui gli atti di disposizione siano comunque contrari alla legge, al buon costume o all’ordine pubblico - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Molto discusso, in dottrina e giurisprudenza, fu il problema della disponibilità o meno della libertà personale: in passato, infatti, prevalse la tesi della assoluta indisponibilità di tale bene; nella dottrina più recente si è fatta strada una tesi che distingue, invece, in relazione al grado di violazione di libertà; in particolare, secondo questo orientamento la libertà personale è un bene solo parzialmente disponibile, nel senso che è possibile solo il consenso a restrizioni temporanee di libertà che rientrano nella normale vita di relazione, mentre non sono ammissibili abdicazioni irrevocabili o restrizioni così gravi da costituire lesioni notevoli alla dignità e libertà dell’individuo, beni comunque costituzionalmente garantiti (art. 13 Cost.): così, ad esempio, è lecito accettare alcune limitazioni alla propria libertà come il non poter scendere da un mezzo di trasporto pubblico in movimento tra una fermata e l’altra, mentre sarebbe illecito e quindi invalido il consenso a farsi segregare per lungo tempo in una stanza o a farsi incatenare e legare ad un palo; è stato, ad esempio, a suo tempo deciso che i delitti di sequestro di persona e di maltrattamenti, commessi in danno di tossicodipendenti sottoposti in comunità “chiusa” a programmi terapeutici inclusivi di restrizione della libertà e trattamenti vessatori, non sono scriminati dal consenso del ricoverato, poiché il consenso medesimo è invalido quando concerna la soppressione della libertà personale o limitazioni così gravi di sminuire in modo notevole la funzione sociale dell’individuo.

Anche la libertà sessuale, implicando atti dispositivi del proprio corpo, dovrebbe sottostare ai limiti dell’art. 5 c.c.: la stessa giurisprudenza, più volte, ha ribadito che la causa di giustificazione del consenso dell’avente diritto, prevista dall’art. 50 c.p, può avere efficacia scriminante anche rispetto alle percosse e alle lesioni perpetrate in occasione di rapporti sessuali, se il consenso viene prestato volontariamente nella piena consapevolezza delle conseguenze lesive all’integrità personale (e sempre che queste non si risolvano in una menomazione permanente che, incidendo negativamente sul valore sociale della persona umana, elida la rilevanza del consenso prestato); in particolare relativamente a fattispecie concernente pratiche erotiche sadomasochistiche, la Suprema Corte ha affermato che, anche a non voler ritenere operante il limite del buon costume, sancito dall’art. 5 c.c. in materia di atti di disposizione del proprio corpo, non basta ad escludere l’antigiuridicità del fatto il consenso dell’avente diritto espresso nel momento iniziale della condotta, essendo, invece, necessario che il consenso stesso sia presente per l’intero sviluppo di questa, onde la scriminante in esame non può essere invocata allorché l’avente diritto manifesti, esplicitamente o mediante comportamenti univoci, di non essere più consenziente al protrarsi dell’azione cui aveva inizialmente aderito; e ancora, sempre con riferimento allo stesso tema, è stato deciso che il consenso della vittima per rapporti sessuali particolari non può escludere l’eventuale sussistenza  di reati di ratto, violenza carnale, minacce e lesioni, ove questi comportamenti siano di fatto realizzati oltre una sfera di ragionevole previsione iniziale, in quanto incidono su beni personali tutelati dall’ordinamento in sé e, come tali, non disponibili a discrezione del titolare; in particolare non può invocare la buona fede o la scusante dell’orgasmo sessuale chi si abbandoni ad atti oggettivamente gravi e pericolosi in un rapporto sessuale particolare, pur accettato all’inizio dalle parti: nella specie l’imputato realizzò una serie di atti sadomasochistici come legamento della vittima, bruciature, percosso mettendo la vittima, non più consenziente, in una situazione di oggettiva impotenza, accompagnano tali atti con gravi minacce a mezzo di un coltello.

Ai fini della configurabilità del reato di violenza sessuale, in ogni caso, è sufficiente qualsiasi forma di costringimento psico-fisico idoneo ad incidere sull'altrui libertà di autodeterminazione, senza che rilevi in contrario né l'esistenza di un rapporto di coppia coniugale o para-coniugale tra le parti, e né la circostanza che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali, subendoli, laddove risulti la prova che l'agente, per le violenze e minacce poste in essere nei riguardi della vittima in un contesto di sopraffazione ed umiliazione, abbia la consapevolezza di un rifiuto implicito da parte di quest'ultima al compimento di atti sessuali; inoltre, ai fini della configurabilità del delitto di atti sessuali con minorenne, previsto dall'art. 609-quater cod. pen. è irrilevante il consenso del minore.