Persona, diritti personalità - Riservatezza, privacy -  Valeria Cianciolo - 16/05/2019

L'eredità digitale. Cosa sarà delle nostre vite on line?

Un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 15 maggio 2019 titolava: “La donna che ha sconfitto Apple e ha avuto accesso all’Iphone del marito, morto suicida.” Rachel ha il cellulare dell’ex marito, che gli aveva detto la password ma che lei ha dimenticato. Si rivolge prima ad un negozio della Apple, ma senza esito e successivamente direttamente al colosso di Cupertino. Ma trova un muro: la loro policy non consente l’accesso ai dati di un congiunto venuto a mancare.

La notizia ad un lettore disattento sembra una stravaganza. Ma non lo è.

Oggi tutti o quasi tutti, viviamo in buona parte sui social networks come Facebook o Twitter o Instagram. Ma se io dovessi morire all'improvviso il mio io digitale mi sopravvive. Le mie foto, i miei amici, i miei pensieri, le mie invettive politiche. Insomma, un pezzo della mia vita rimane congelato lì, come se io ci fossi ancora. E non è detto che io ne sarei felice. Potrei non volere che i miei eredi ne fossero a conoscenza. Ma potrebbe anche darsi che un patrimonio conservato digitalmente, abbia un apprezzabile valore economico. E' il caso del compositore americano Leonard Bernstein, le cui memorie «Blue Ink» sono contenute in un file di cui non si è mai riusciti a violare la password. Che valore avranno dal punto di vista intellettuale ed economico?

Quello dell’accessibilità alle proprietà digitali che sta suscitando negli ultimi anni un sempre maggiore interesse da parte degli operatori del diritto, è un problema sentito da più di due lustri negli Stati Uniti. E' questo dunque, il problema delle c.d. “nuove proprietà”, ossia, se possano, o meno, essere trasferite mortis causa. Tema affascinante e spinoso perchè rende meno nitidi i confini della nozione di bene come res che può formare oggetto di diritti.

L’accesso agli account on line richiede normalmente di digitare credenziali – username e password – perché sia assicurata un’identificazione univoca da parte del sistema; lo stesso utilizzo di dispositivi personali (computer, smartphone, ecc.) è spesso filtrato da password.

Di particolare rilievo, è il profilo della tutela di tali proprietà in caso di morte del titolare delle password, posto che mancando una disposizione del de cuius in ordine alle credenziali, il contenuto dei server riservati è destinato a restare inaccessibile agli eredi o anche distrutto dal gestore del provider. Il sito specializzato Deceased Account ha esaminato le condizioni generali di quarantacinque siti web, tra i più noti e utilizzati; di questi, poco meno di una ventina hanno regole ad hoc per il caso di decesso del titolare dell’account1.

Dinanzi al problema sempre più frequente, alcune società di servizi Internet come Google hanno creato dei servizi di gestione professionale delle proprietà digitali volti a garantire, alla morte del titolare, la comunicazione delle password di accesso a persone preventivamente indicate dal medesimo. Google ad esempio, consente ai detentori dei dati archiviati sui suoi server, la facoltà di stabilirne la fine in caso di decesso, optando o per la cancellazione automatica di tutti i contenuti alla scadenza di un termine stabilito dallo stesso titolare oppure designando fino a dieci persone di fiducia, alle quali il gestore invierà via e-mail le credenziali di accesso all’account del defunto.

Nel 2005 la Probate Court della Oakland County, Michigan ha ordinato al provider statunitense Yahoo di consegnare ai genitori di un giovane Marine scomparso in Iraq, tutta la corrispondenza presente nella posta elettronica del defunto, nonostante le condizioni generali d’uso di Yahoo, prevedessero l'eliminazione della casella di posta elettronica e dell’intero suo contenuto, in caso di morte del titolare. C’è chi, in Italia, ha provato a leggerla come un mandato post mortem exequendum: la clausola delle condizioni generali che prevede la distruzione dell’account e-mail del defunto, insieme al suo contenuto, sarebbe appunto un mandato «avente ad oggetto la distruzione della corrispondenza». Ma qui la distruzione è “imposta” dal provider e non è forse corretto, inquadrare la fattispecie nel mandato quando l’interesse del mandante/de cuius alla distruzione dell’account potrebbe essere anche del tutto assente.

Come fare dunque, a tutelare tali interessi ?

Le opzioni percorribili sono grosso modo le seguenti: 1) dare le password post mortem ad un beneficiario; 2) legittimare un determinato soggetto ad ottenere le credenziali dal gestore del server; 3) attribuire ad un determinato soggetto la proprietà del contenuto cui le password consentono l’accesso. I suddetti interessi possono essere in parte realizzati per atto tra vivi, ovvero realizzati per intero mediante testamento. Se la trasmissione delle credenziali si ha a mezzo di disposizione testamentaria, tale attribuzione, si configura come legato di specie a contenuto atipico. A questo punto, bisognerà fare attenzione ed interpretare correttamente le volontà del testatore, ossia, bisogna capire dalla scheda testamentearia se il de cuius ha inteso attribuire la password di accesso quale attribuzione patrimoniale complessa, intendendo lasciare al beneficiario la proprietà del contenuto del server a cui le password consentono l’accesso. In questo caso si è davanti ad un legato secondo la definizione che ne dà la migliore dottrina nel senso di “qualsivoglia attribuzione patrimoniale a causa di morte priva del carattere di universalità.2”. Si pensi ad esempio, al legato di credenziali di accesso al conto corrente, sembra comportare, in forza di relatio, un legato di somma depositata in conto concorrente

Potrebbe invece, darsi che l'attribuzione della password sia strumento di relatio al contenuto a cui la stessa consente di accedere, senza che il fiduciario abbia alcun titolo sui beni cui si accede tramite la credenziale di accesso.

Benvenuti nell'era digitale delle successioni!

1www.deceasedaccount.com

2Bonilini, Dei legati. Artt. 649-673, in Cod. civ. comm., fondato da Schlesinger e diretto da Busnelli, Milano, 2006, p. 34.