Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Redazione P&D - 07/10/2018

L’eliminazione delle barriere architettoniche come mezzo di integrazione – Antonella Tamborrino

Le barriere architettoniche e sensopercettive nell’edilizia, nei mezzi di trasporto e nella segnaletica costituiscono un ostacolo alla piena integrazione sociale e personale delle persone con disabilità. Lo sviluppo della legislazione ha portato a considerare l’handicap, non più come un problema personale concernente il singolo individuo, ma come un problema delle costruzioni e delle modificazioni dell’ambiente urbano, al fine di realizzare pienamente il diritto di libero soggiorno e di libera mobilità. La stessa giurisprudenza di legittimità afferma che l’introduzione di disposizioni della più recente legislazione, per la costruzione degli edifici privati e ristrutturazione di quelli preesistenti, intese alla eliminazione delle barriere architettoniche, indipendentemente dalla effettiva utilizzazione degli edifici stessi da parte di persone con disabilità, ha segnato «un radicale mutamento di prospettiva rispetto al modo stesso di affrontare i problemi delle persone affette da invalidità, considerati ora quali problemi non solo individuali, ma tali da dover essere assunti dall’intera collettività». Di conseguenza, l’”accessibilità” diviene una qualitas essenziale degli edifici in virtù del dovere collettivo di rimuovere ogni possibile ostacolo all’espletamento dei diritti fondamentali delle persone con disabilità. La normativa nazionale prevede una serie di disposizioni di rango primario, tra cui gli artt. da 77 a 82 del d.P.R. del 6 giugno 2001 n. 380, T. U. in materia edilizia, al fine di favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati, pubblici e privati aperti al pubblico. Tali disposizioni hanno demandato la disciplina di attuazione a norme di rango secondario, che attualmente regolano anche, con una serie di prescrizioni tecniche, la materia dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Nel corso del tempo, il legislatore è intervenuto ripetutamente per approntare una disciplina puntuale della materia. Tra i primi interventi normativi possiamo annoverare la legge del 30 marzo 1971 n. 118, che prevede l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici pubblici o aperti al pubblico, nelle istituzioni scolastiche, sui mezzi di trasporto e nei luoghi di interesse sociale e la legge del 9 gennaio 1989 n. 13 che ha introdotto norme atte a favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati, rimediando all’inadeguatezza degli immobili a rispondere a criteri di accessibilità e visitabilità per tutti. La stessa Corte Costituzionale, in una sua pronuncia, dichiara che l’accessibilità all’immobile per il disabile realizza il suo diritto ad una normale vita di relazioni, che trova espressione e tutela nei precetti della Carta costituzionale, tra cui gli artt. 2 e 3, che pongono come fine ultimo dell’organizzazione sociale lo sviluppo di ogni persona umana. Tale principio di accessibilità è sancito anche dalla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, che all’art. 9 richiede agli Stati Parti di adottare tutte le misure necessarie a garantire alle persone disabili l’accesso alle strutture, alle infrastrutture, ai sistemi di comunicazione e informazione. Di conseguenza, gli Stati sono tenuti a sviluppare, promulgare e monitorare l’efficacia di standard minimi e di linee guida per l’accessibilità delle strutture e dei servizi. L’espressione «barriere architettoniche» si riferisce, genericamente, a qualunque impedimento fisico per la vita personale e sociale, tuttavia sussiste la tendenza a ricomprendere anche quelle barriere di tipo psicologico, eliminabili tramite la messa a punto di ausili individuali, che consentono di comunicare col mondo circostante. La definizione normativa di barriere architettoniche è contenuta puntualmente nell’art. 1, co. 2 del d.P.R. n. 503/1996 che le inquadra come:

ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di  chiunque  ed  in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente  o temporanea;

ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di spazi, attrezzature o componenti;

mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l'orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i  non  vedenti,  per  gli ipovedenti e per i sordi.

Tale definizione mette in evidenza la necessità di investire di dignità architettonica le barriere e viene postulato che le esigenze connesse alla fruibilità dell’ambiente urbano e/o con le sue parti o componenti riguarda chiunque, tutti gli individui,  disabili motori e sensoriali. Inoltre, in relazione ai presupposti per poter richiedere l’eliminazione delle barriere architettoniche, la giurisprudenza di merito ha più volte affermato che non occorre la presenza o la residenza nell’edificio di persone con disabilità, essendo sufficiente la visitabilità dello stesso da parte di tutti coloro che hanno occasione di accedervi, in quanto è immanente la finalità legittima di consentire l'accesso alle persone disabili senza difficoltà in tutti gli edifici e non solo presso la propria abitazione. La Corte di Cassazione ha, inoltre, sottolineato che per quanto concerne la definizione di "barriere architettoniche" per i soggetti disabili, si deve considerare che «le opere funzionali all'eliminazione delle barriere architettoniche sono solo quelle tecnicamente necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e non quelle dirette alla migliore fruibilità dell'edificio e alla maggior comodità dei residenti». La Suprema Corte, in una sua pronuncia dell’8 febbraio 2000, specifica, ulteriormente, il concetto di barriere architettoniche definendole come «ostacolo per l’accesso ad un dato  manufatto o servizio». Uno dei più importanti interventi legislativi concernenti l’eliminazione delle barriere architettoniche è rappresentato dalla legge-quadro n. 104/1992, che integra e modifica notevolmente le prescrizioni delle precedenti disposizioni. L’apporto di tale legge, in materia di eliminazione e superamento delle barriere architettoniche, scaturisce dal combinato disposto degli artt. 1, 8, co. 1 lett. c), 23 e 24. Infatti, mentre l’art. 1, attribuisce alla Repubblica il compito di promuovere l’integrazione sociale delle persone disabili, rimuovendo quelle condizioni invalidanti che ne impediscono lo sviluppo della persona umana e il raggiungimento della massima autonomia e partecipazione alla vita della collettività e predisponendo, ulteriormente, interventi volti a superare stati di emarginazione e di esclusione sociale, l’art. 8,  co. 1, lett. c) prevede che l’inserimento e l’integrazione sociale della persona disabile si persegue mediante interventi miranti ad assicurare l’accesso agli edifici pubblici e privati e ad eliminare o superare le barriere fisiche o architettoniche che ostacolano i movimenti nei luoghi pubblici o aperti al pubblico. Di concerto, l’art.  23 regolamenta la rimozione di ostacoli per l’esercizio delle attività sportive e ricreative ed il fondamentale art. 24, rubricato «eliminazione o superamento delle barriere architettoniche», stabilisce requisiti generali per la fruizione dell’ambiente da parte delle persone con disabilità, ampliando, in maniera considerevole, il campo di applicazione delle norme tecniche per l’eliminazione delle barriere architettoniche, estendendole esplicitamente a «tutte le opere edilizie riguardanti edifici pubblici e privati aperti al pubblico che sono suscettibili di limitare l’accessibilità e la visitabilità». Tale ultimo articolo trova applicazione sia in riferimento alle ipotesi di nuova costruzione o di ristrutturazione edilizia, che, alle più numerose, ipotesi di interventi di recupero, quali la manutenzione, ordinaria e straordinaria, il restauro ed il risanamento conservativo e le c.d. “opere interne”, prevedendo una disposizione ad hoc in relazione agli edifici di particolare interesse storico o ambientale, pubblici o privati aperti al pubblico. In particolare, sia la giurisprudenza di merito che quella di legittimità, in relazione all’adeguamento di immobili preesistenti, nell’eventuale ipotesi di sottrazione del godimento di una parte comune dell’edificio rispetto a tutti i soggetti condomini, suggerisce di avvalersi del criterio dell’equo temperamento dei contrapposti interessi, al fine di valutare la priorità dell’uso della cosa comune, ex art. 1102 c.c., nella prospettiva della funzione sociale della proprietà privata, sancita dall’art. 42, co. 2 della Costituzione. Il legislatore, inoltre, ha previsto che tutte le opere realizzate negli edifici pubblici e privati aperti al pubblico in difformità dalle disposizioni vigenti in materia di accessibilità e di eliminazione delle barriere architettoniche, nelle quali le difformità siano tali da rendere impossibile l'utilizzazione dell'opera da parte delle persone con disabilità, sono dichiarate inagibili. L’accertamento della conformità, ex art. 24, co. 4-5 della l. n. 104/1992, spetta all’autorità tenuta al rilascio della concessione o dell’autorizzazione o dell’approvazione del progetto e successivamente al sindaco. Per cui, il legislatore della legge n. 104/1992 ha espressamente introdotto la sanzione del diniego del certificato di abitabilità o di agibilità. Per contro, la persona con disabilità può agire nei confronti del soggetto, pubblico o privato, che non ha provveduto all’adeguamento o all’eliminazione delle barriere architettoniche e senso percettive, con il procedimento disciplinato dalla legge del 1 marzo 2006 n. 67 che ha introdotto una generale tutela giurisdizionale contro gli atti di discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità, allorquando, per motivi connessi alla disabilità, essa è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in analoga situazione. Bisogna, tuttavia, rimarcare come l’abbattimento delle barriere architettoniche, derivante da esplicite e vincolanti disposizioni di legge, resti molto lontano dalla sensibilità diffusa di amministratori, tecnici, progettisti e cittadini, visto che si assiste, non infrequentemente, a nuove realizzazioni ancora prive delle minimali caratteristiche di accessibilità, visitabilità ed adattabilità lasciando le previsioni normative disattese. Per cui, tale legislazione, nonostante i passi avanti compiuti, incontra molte difficoltà soprattutto nell’ottica dell’affermazione del concetto di “accessibilità diffusa” mirante a rendere accessibili spazi e strutture pubbliche, non solo mediante l’abbattimento delle barriere architettoniche che ne ostacolano l’accesso ai disabili, ma anche migliorare la fruibilità di tali spazi per tutti i cittadini, in qualsiasi condizione fisica o psichica temporanea o permanente si trovino. Al riguardo, parte della più recente dottrina parla addirittura di orientarsi ad una «filosofia progettuale ab origine priva di barriere orientata alla fruibilità dell’ambiente costruito da parte di una “utenza ampliata”», per cui presupposto ineludibile  dell’abbattimento delle barriere architettoniche è il superamento delle c.d. “barriere culturali”.

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