Cultura, società - Cultura, società -  Maria Beatrice Maranò - 08/10/2017

Io sono una pagina per la tua penna: Marina Ivanovna Cvetaeva

L' 8 ottobre 1892 nasceva Marina Cvetaeva, definita  "voce femminile eretica della rivoluzione russa”. Compose le sue prime poesie a sei, sette anni e la sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli: “e per tutta la vita, di seguito, ho inondato di amore sempre le persone sbagliate”, scrisse la poetessa russa nelle sue lettere (1925 -1941). Per la Cvetova, “una donna perbene non è una donna”. Mentre il marito Sergej Efron era lontano, arruolato nell’Armata Bianca lei frequentava poeti, scrittori, pittori, attori di teatro, e si infatuava di uomini e donne, nonostante questo gli rimase accanto e lo amò in un modo del tutto insolito e speciale, andando incontro, nello stesso tempo, con tutta se stessa, al primo che passava per strada, chiedendogli disperatamente, che le provasse, attraverso l’amore smisurato, che lei esisteva davvero. Era desiderosa di sfrenata tenerezza e libertà: ogni bacio sognato, in Marina Cvetaeva era un incendio dell’anima. “Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente”, scrisse a Aleksandr Vasil’evic Bachrach, un ragazzo di vent’anni di cui si era innamorata, a cui scrisse moltissime lettere. L’amore di Marina Cvetaeva è un’arte poetica, un modo di vivere fatto soltanto di parole, a volte distrattamente erotico, ma è un amore in cui, se ci si bacia, ci si ama (“io ho questa stupida convinzione: se baci, allora vuol dire che ami!”). Un amore pensato, sognato, idealizzato, fonte di immense sofferenze: ma un amore così non è altro che un “ non amore”. Questa concezione era diretta scaturigine del fatto che sua madre era stata infelice in amore e aveva rinunciato all’uomo che amava, per sposarne un altro ( suo padre) che l’avrebbe resa “una moglie”. Quell’amore non riuscito, scrisse la Cvetaeva, “predeterminò in me tutta la passione per l’amore infelice, non reciproco, impossibile. Da quel preciso istante non ho voluto essere felice e con questo mi sono condannata al non amore”. Non amava l’amore ma trascorse l’intera esistenza a ricoprire ogni cosa d’amore e a mendicare amore, come un carburante per trovare le parole, per conoscere il mondo e per sentire di esistere e per soffrire, perché Marina diventava infelice appena il sentimento amoroso si scontrava con la realtà. L’amore per lei era prima di tutto comprensione, riconoscimento, condivisione di passioni: “…voglio leggerezza, libertà, comprensione, non trattenere nessuno e che nessuno mi trattenga”. Per questo amò Boris Pasternak, amò Rainer Maria Rilke: “..è così raro che le mie mani vogliano qualcosa…posso baciarti?”; “Io ti amo e voglio dormire con Te, lo dico con altra voce, quasi nel sonno, già nel sonno”. Amò i poeti e le poetesse e chi si incendiava come lei per un verso o per l’albero al bordo della strada. Tra i suoi grandi amori Rilke: “Rainer, ieri sera sono uscita a ritirare il bucato, stava per piovere. E ho accolto fra le braccia tutto il vento, anzi, tutto il nord. E aveva il Tuo nome. (Domani sarà il sud!). Non l’ho accolto in casa, se n’è rimasto sulla soglia. Non è entrato in casa, ma mi ha portato con sé sul mare, appena mi sono addormentata.” ( da Lettere di Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke.). Quando incontrò, per lettera, il poeta, e scrittore Boris Pasternak, s’innamorò completamente. Era il 1922, lei aveva trent’anni, lui trentadue: diventarono indispensabili l’uno per l’altra. Affini, e lontanissimi, insieme. Forse fu l’unico che riuscì davvero ad amarla come lei chiedeva di essere amata; Marina e Boris si scrissero per quattordici anni, si sostennero, furono gelosi l’uno dell’altra, furono travolti l’uno dall’altra, essenziali l’uno per l’altra: “Tu mi sei affine tutto, da parte a parte, terribilmente e angosciosamente affine, come io a me stessa, senza asilo, come le montagne. (Non è una dichiarazione d’amore: di destino)”. Era sola, isolata, continuamente abbandonata e, una volta superata la giovinezza, sempre più costretta a rinunciare a tutto, tranne che a scrivere. L’amore in lei era proprio questo: un modo per andare più vicina alle cose. “L’amore è innanzitutto la nostra lontananza dalle cose, nel migliore dei casi, annullamento di questa distanza, cioè fusione”. Ogni persona e ogni sentimento le stava addosso come un vestito troppo stretto, si sentiva in una gabbia, e soffriva di avere accanto persone così ragionevoli, così rispettabili, così attente ai confini e alla vita esteriore, che le chiedevano di “sistemare le cose” oppure si dileguavano, sopraffatti dalla sfrenatezza. A lei non importava di essere né ragionevole né rispettabile, per tutta la vita oppose una coraggiosa resistenza alla rispettabilità. Una donna per bene non è una donna. Una donna per bene non è una poetessa.Ma la vera ossessione della sua vita, fu la scrittura: la vita priva di poesia, non aveva senso per lei: “trovate parole che mi incantino: credo soltanto agli incantesimi”. L'amore per la poesia e la musica le veniva dalla madre che oltre ad essere un'appassionata musicista, componeva anche dei versi e li leggeva a Marina: le sue poesie, infatti, sono anche e soprattutto musica. Suo padre, un noto filologo e critico d'arte, nonché professore dell'Università di Mosca, fondò il Museo delle belle arti (in seguito Museo Pushkin). Le sue parole ci giungono da quella Russia che “non è mai stata sulle carte geografiche della terra”, il paese dell’Estremo, quello che incontriamo “all’estremo confine del visibile”. Una sorta di Giovanna d’Arco della poetica e dell’intelligenza delle cose, in un’epoca di profondi, terribili e drammatici sconvolgimenti storici e sociali, come la rivoluzione russa. I versi erano il suo corpo. Le sue poesie sono lei stessa viva, la sua carne e la sua anima: unione di corpo e di versi; la sua poesia è tutta fuoco, entusiasmo, passione, esasperazione di sentimenti, metamorfosi di pene d’amore in grida convulse; la sua poesia è anche ritmo, uso rigoroso delle rime e delle assonanze, con armonia di suoni funzionali ai significati. Assolutamente indipendente da scuole e tendenze, dice Erhenburg, “riuniva in se la cortesia antica e lo spirito ribelle…un estremo orgoglio e un’estrema semplicità…”. Di seguito una delle sue liriche più note:

 

Io sono una pagina per la tua penna.

Tutto ricevo. Sono una pagina bianca.

Io sono la custode del tuo bene:

lo crescerò e lo ridarò centuplicato.

Io sono la campagna, la terra nera.

Tu per me sei il raggio e l’umida spiaggia.

Tu sei il mio Dio e Signore, e io

Sono terra nera e carta bianca.(Marina Ivanovna Cvetaeva)...Io sono una pagina per la tua penna

 

 




exsigma