Amministrazione di sostegno - Amministratore, poteri, doveri -  Redazione P&D - 19/08/2019

Indennizzo equo o iniquo? - Francesca Succu

La legge 6/2004 a 15 anni dalla sua approvazione si è dimostrata uno strumento di effettiva  garanzia/esigibilità dei diritti delle persone fragili/non autonome.
La legge ha comportato una assoluta innovazione nell’approccio alla tutela dei più deboli ed ha avuto il merito di superare la categoria astratta dei soggetti “abitualmente o parzialmente malati di mente” e considerare ciascuna persona come protagonista e soggetto del suo personale sistema di protezione giuridica. E’ l’amministratore di sostegno infatti che ha l’obbligo di dialogare con la persona beneficiaria , di agire d’ordine del Giudice Tutelare,  salvaguardando  e sviluppando l’ autonomia  della persona e  operando sempre  nel  suo esclusivo interesse.
Numerosissime sono le esperienze di AdS che consentono di affermare che  questa modalità di protezione giuridica ha portato significativi miglioramenti nella qualità  di vita di moltissime persone beneficiarie.
 Ciò nonostante ci sono alcuni aspetti, che richiedono di essere approfonditi e presi in considerazione  alla luce di fatti che spesso vengono  messi in evidenza nello svolgimento di questa delicata funzione di protezione.
 Da più di dieci anni, attraverso l’attività di informazione e consulenza che la nostra associazione svolge gratuitamente, a favore dei cittadini e delle famiglie interessate all’AdS, riceviamo segnalazioni  relative ad aspetti problematici  dell’AdS.
 Uno di questi aspetti concerne “l’equo indennizzo” (ex art.379 c.c.) previsto per gli AdS non familiari di persone beneficiarie. Alcuni anni fà  avevo incontrato  un AdS di una provincia italiana,  al quale era stato riconosciuto un equo indennizzo di 26 mila euro all’anno, perché amministrava i beni di un beneficiario che disponeva di un patrimonio immobiliare ingente e tale da   richiedere personale  amministrativo dedicato.
 A parte le eccezionalità, che possono esistere, da noi si presentano i casi più problematici di persone beneficiarie che non dispongono di beni mobili ed immobili da gestire e  sono titolari di redditi da pensione o da lavoro spesso insufficienti alle loro esigenze di vita quotidiana .
I casi più frequenti sono relativi a persone beneficiarie con pensioni di invalidità al di sotto del minimo vitale dove qualsiasi rimborso previsto  come “equo indennizzo” va ad influire negativamente sulle poche risorse di cui il beneficiario dispone, o  beneficiari  anziani che pur disponendo di risorse economiche  normalmente sufficienti, se necessitano di ricovero in una struttura sociosanitaria residenziale, non riescono a sostenere il costo impegnativo delle cure e dell’assistenza .
Negli ultimi anni c’è stato, anche nelle regioni più ricche, un progressivo impoverimento del sistema di Welfare  e nello specifico delle rette delle strutture socio-sanitarie residenziali la quota sanitaria ( prevista al  50 % del costo complessivo della retta)  è rimasta invariata ed è  cresciuta contestualmente la quota della retta socio-alberghiera a carico dell’ospite ,che ammonta a cifre  che  vanno da 50 a 100 e più euro al giorno.
 Si sa che,  se l’ospite  non dispone di reddito sufficiente a contribuire  al costo  della retta (parte socio alberghiera) vengono chiamati in causa i soggetti obbligati cioè i familiari e il Comune di residenza .
 L’assunzione di responsabilità per l’integrazione della retta, non avviene automaticamente e spesso  sia i familiari che i Comuni si rifiutano di pagare e attivano contenziosi che trovano nei Tribunali risposte differenziate, che danno ragione ora agli uni (familiari) ora agli altri (Enti locali) .
Nei casi in cui  i Comuni, assumono spontaneamente o d’ordine del Giudice, l’onere di integrazione della retta di assistenza all’ospite in struttura sociosanitaria residenziale, spesso lo fanno  considerando disponibile l’intero reddito di cui la persona anziana dispone senza salvaguardare la quota (del 20%) prevista per le spese personali.  Nel caso di persone beneficiarie di AdS ,la maggior parte dei  Comuni non  riconoscono l’obbligo di  sostenere l’onere dell’eventuale equo indennizzo all’Amministratore di Sostegno.
L’equo indennizzo viene attribuito dal G.T. su richiesta motivata e documentata  da parte dell’AdS.
Manca per lo più  la  comunicazione  preventiva  alla  persona beneficiaria o ai soggetti obbligati , che si trovano a prendere atto dei  costi dell’AdS, spesso  senza comprendere la congruità  tra l’impegno richiesto e le spese attribuite per la funzione svolta.
In molti casi  viene segnalato, che le azioni  svolte dall’AdS e comunicate al G.T. a fine della determinazione dell’equo indennizzo, non trovano giustificato riscontro nella realtà dei fatti e che  si tratti, in molti casi, più che di ” equo” di “iniquo” indennizzo  a fronte di impegni  più raccontati, che effettivamente svolti dall’AdS.  e ciò in netto contrasto con il principio  di solidarietà e gratuità  dell’agire ad esclusivo benessere della persona beneficiaria.
Per quanto sia comprensibile  che tra l’AdS nominato e il G.T. ci sia un rapporto di fiducia,  sarebbe auspicabile che ci fosse maggiore vigilanza su aspetti che a differenza di quelli relazionali  possono oggettivamente essere ponderati e verificati. Sembra difficile giustificare  come possa essere attribuito ad un AdS a titolo di “equo indennizzo” il 55% del reddito di una persona beneficiaria con familiare disoccupato a carico, anche se in vista di eredità immobiliare che potrebbe essere acquisita ed alienata. Quando si parla di volontariato si parla di attività libera e gratuita e di rimborso delle spese effettivamente sostenute.
Se per  l’attribuzione dell’ “equo indennizzo” si prende in considerazione, oltre alle spese effettivamente sostenute, anche il tempo necessario a prendersi cura della persona beneficiaria e amministrare il suo patrimonio,  con il buon senso  del padre di famiglia, che valore assume l’impegno dedicato da un AdS professionista in carriera rispetto a un pensionato o ad un familiare?
Nel caso  di incongruenti indennizzi  incompatibili con la disponibilità di risorse economiche della persona beneficiaria  non sarebbe più opportuno  che le istituzioni  assumessero l’onere di integrare le risorse o non avrebbe più senso professionalizzare la funzione dell’AdS?
In alcuni Tribunali  sono stati predisposti protocolli relativi alla  determinazione dell’equo indennizzo  secondo valori percentuali sul reddito delle persone beneficiarie con margini di incrementazione progressiva fino al 10-15% del previsto.
In molti  casi viene disincentivata la disponibilità degli AdS a farsi carico delle persone fragili meno abbienti e più bisognose,  sottoposte spesso a trascurattezza o a frequenti cambiamenti e sostituzioni di AdS.
Se un professionista AdS ha in carico 40-50 beneficiari, ( casi tutt’altro che isolati  tra professionisti e loro collaboratori di studio)   l’ equo indennizzo a cosa deve corrispondere e ammontare?
Per  l’Agenzia delle entrate (risoluzione n.2/2012 avvalorata per gli avvocati dalla Commissione Tributaria della Regione Lombardia con sentenza n.2388/2018 ) l’equo indennizzo è soggetto a fatturazione,  con oneri aggiuntivi di iva  (art.3 e5 del DPR 633/72).
Da qualche tempo  arrivano all’associazione anche segnalazioni da parte di familiari di persone beneficiarie che ricevono da parte di AdS richieste in denaro per servizi non ben specificati che  hanno o non hanno a che fare con i compiti e responsabilità attribuite all’AdS  con decreto del G.T.
Chi ha il compito di vigilare sulla effettiva ed efficace tutela dei più fragili ?