Diritto, procedura, esecuzione penale - Punibilità, sanzioni -  Annalisa Gasparre - 28/04/2018

Incompatibile il reato di stalking con la particolare tenuità del fatto – Cass. pen. 14845/17

Con riserva di approfondimento, si propone la sentenza della Corte di cassazione che ha chiarito che la causa di particolare tenuità del fatto non è applicabile indistintamente per tutti reati.
La Corte ha affermato che «La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all’art. 131 bis cod. pen., non può essere applicata ai reati integrati da condotte plurime, abituali e reiterate, tra i quali rientra il delitto di atti persecutori la cui integrazione richiede la reiterazione della condotta tipica, ostativa “ex lege” al giudizio sulla tenuità ex art. 131 bis cod. pen.». La Corte spiega che, in ordine al diniego di concessione della causa di non punibilità denunciata dal ricorrente, è sufficiente una motivazione implicita, «poiché ai sensi dell’art. 131 bis c.p., comma 3, il comportamento abituale ostativo del beneficio è sussistente ex lege in tutti i reati che hanno per oggetto condotte plurime, abituali e reiterate, nel cui novero è compreso il delitto in questione, che include nella fattispecie tipica appunto “condotte reiterate di molestia e/o minaccia”.Infatti: “La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all’art. 131 bis c.p., non può essere applicata ai reati necessariamente abituali ed a quelli eventualmente abituali che siano stati posti in essere mediante reiterazione della condotta tipica». (Corte di cassazione (sez. V, sentenza n. 14845/2017, CED 270021).
Insomma, non può essere applicata la particolare tenuità alla fattispecie di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., semmai, in concreto, potrà essere applicata una mera attenuante (e non una causa di non punibilità) e i benefici di legge concedibili.


In tema di stalking, eventualmente, Gasparre, Il reato di stalking tra profili teorici e applicazioni giurisprudenziali. Un viaggio tra procedere e diritto, Key editore.

Cass. pen. Sez. V, Sent., (ud. 28/02/ 2017 ) 27-03- 2017 , n. 14845 – Pres. Sabeone, rel. Scotti
1. Con sentenza del 21/3/2016 la Corte di appello di Salerno, in riforma della sentenza del 10/6/23011 del Tribunale di …., appellata dall'imputato ….., ha dichiarato non doversi procedere per il reato di cui al capo B della rubrica (porto abusivo d'armi) per intervenuta prescrizione, ha concesso le attenuanti generiche, ha confermato la condanna per il reato di cui al capo A (atti persecutori ex art. 612 bis c.p. in danno di ….) e con la già ritenuta continuazione con il reato di cui al capo C (esercizio arbitrario delle proprie ragioni, così riqualificata l'originaria imputazione di tentata estorsione) ha rideterminato la pena complessivamente inflitta in mesi 10 di reclusione.
2. Ha proposto ricorso il difensore di fiducia dell'imputato, avv….., con il supporto di sei motivi.
2.1. Con il primo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) il ricorrente lamenta mancanza di motivazione su un punto specifico dedotto come motivo di gravame, inerente la richiesta di applicazione dell'istituto di cui all'art. 131 bis c.p.p.; con il secondo motivo, nella stessa prospettiva, il ricorrente denuncia error in procedendo per la consumata violazione dell'art. 125 c.p.p. , con conseguente nullità della sentenza, perchè la Corte di appello non aveva in alcun modo preso in considerazione l'istanza dell'appellante.
2.2. Con il terzo motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) il ricorrente deduce violazione di legge degli artt. 612 bis, 393 e 81 c.p. e con il quarto motivo proposto ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) lamenta mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in ordine al ravvisato concorso delle due figure delittuose.
Osserva il ricorrente che la stessa condotta (ossia la richiesta di Euro 330,00 per lasciare in pace la persona offesa) era stata addebitata all'imputato sia fra gli atti persecutori rilevanti ex art. 612 bis c.p. (capo A), sia a fondamento del reato di cui all'art. 393 c.p. (capo C); siffatta condotta, così come ricostruita nella sentenza di primo grado, nel silenzio della sentenza d'appello, non poteva essere inclusa nel quadro degli atti persecutori.
2.3. Con il quinto motivo proposto ex art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. c) il ricorrente deduce error in procedendo per violazione dell'art. 597 c.p.p. , comma 4, e con il sesto motivo proposto ex art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e) lamenta mancanza di motivazione, sempre con riferimento al trattamento sanzionatorio applicato dalla Corte.
Il Giudice di appello aveva indebitamente aumentato in violazione del divieto di reformatio in peius, la pena inflitta in continuazione per il reato sub C), da 20 giorni a 1 mese, senza nemmeno spiegarne le ragioni.
Motivi della decisione
1. Il primo e il secondo motivo con i quali il ricorrente lamenta mancanza di motivazione ed error in procedendo su un punto specifico dedotto come motivo di gravame, e cioè la sua richiesta di applicazione dell'istituto di cui all'art. 131 bis c.p.p., possono essere esaminati congiuntamente.
Effettivamente la Corte di appello di Salerno non ha in alcun modo argomentato in motivazione circa la reiezione dell'istanza dell'appellante, formulata in appello con i motivi aggiunti del 7/5/2015, pur avendo dato atto della sua proposizione nelle premesse della decisione.
E' appena il caso di ricordare al proposito che a tal fine non si rivela affatto pertinente il richiamo, operato nella motivazione della sentenza impugnata, alla giurisprudenza di questa Suprema Corte secondo la quale, allorchè i motivi di appello investano questioni già esaminate e decise in primo grado (salva l'ipotesi in cui rispetto a tale decisione siano state articolate specifiche censure: Sez. 3, n. 27416 del 01/04/2014, M, Rv. 25966601, Sez. 4, n. 6779 del 18/12/2013 - dep. 2014, Balzamo e
altri, Rv. 25931601), il giudice di appello può motivare per relationem alla sentenza di primo grado, sicchè le due motivazioni conformi, di primo e secondo grado si fondono, integrandosi a vicenda (Sez. 2, n. 19619 del 13/02/2014 Bruno e altri, Rv. 25992901). Infatti l'istanza in questione è stata proposta solo nel corso del giudizio di appello poichè il corrispondente istituto è stato introdotto nel nostro ordinamento con il D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28. La giurisprudenza tuttavia ammette che l'assenza dei presupposti per l'applicabilità della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto possa essere rilevata anche con motivazione implicita (Sez. 3, n. 48317 del 11/10/2016, Scopazzo, Rv. 26849901).
In questo caso tale implicita motivazione è ravvisabile nella stessa ritenuta sussistenza del reato di atti persecutori ex art. 612 bis c.p., poichè ai sensi dell'art. 131 bis c.p., comma 3, il comportamento abituale ostativo del beneficio è sussistente ex lege in tutti i reati che hanno per oggetto condotte plurime, abituali e reiterate, nel cui novero è compreso il delitto in questione. Che include nella fattispecie tipica appunto "condotte reiterate di molestia e/o minaccia.
Infatti: "La causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, di cui all'art. 131-bis c.p., non può essere applicata ai reati necessariamente abituali ed a quelli eventualmente abituali che siano stati posti in essere mediante reiterazione della condotta tipica." (Sez. 3, n. 48318 del 11/10/2016, P.M. in proc. Halilovic, Rv. 26856601; Sez. 3, n. 48315 del 11/10/2016, Quaranta, Rv. 26849801; Sez. 2, n. 23020 del 10/05/2016, P, Rv. 26704001; Sez. 5, n. 26813 del 10/02/2016, Grosoli, Rv. 26726201).
2. Possono essere esaminati congiuntamente anche il terzo motivo, con cui si deduce violazione di legge degli artt. 612 bis, 393 e 81 c.p., e il quarto motivo con cui si deduce vizio motivazionale in ordine al ravvisato concorso delle due figure delittuose.
Il nucleo della doglianza attiene al fatto che la stessa condotta (ossia la richiesta del pagamento di Euro 330,00= per lasciare in pace la persona offesa) era stata addebitata all'imputato sia fra gli atti persecutori rilevanti per configurare il delitto di atti persecutori di cui al capo A, sia quale elemento del reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni mediante minaccia alle persone di cui al capo C. Secondo il ricorrente era dubbio che la condotta specifica ascritta all' A. che aveva chiesto alla parte offesa per lasciarla in pace il pagamento di Euro 330,00= , corrispondente al valore complessivo delle birre da lui offerte alla giovane, potesse iscriversi nella fattispecie dell'art. 393 c.p., ma, una volta superato tale primo passaggio, era dubbio anche che la stessa potesse includersi anche nelle condotte che ricostruivano il quadro degli atti persecutori.
Tuttavia la giurisprudenza di questa Corte è costante nel ritenere che il delitto di atti persecutori, reato abituale di evento, finalizzato a proteggere la libertà della persona da comportamenti che ne condizionino pesantemente la vita e la tranquillità, procurando ansie, preoccupazioni e paure oppure costringendola a modificare comportamenti e abitudini, possa concorrere con altre fattispecie di reato, aventi oggetto giuridico diverso, che pure contribuiscano alla configurazione degli atti persecutori, inserendosi nella medesima cornice, quali la violenza privata ex art. 610 c.p. (Sez. 5, n. 2283 del 11/11/2014, C., Rv. 262727) o la diffamazione ex art. 595 c.p. (Sez. 4, n.51718 del 5/11/2014,T, Rv 262635).
In peculiare aderenza alla presente fattispecie, questa Corte ha recentemente puntualizzato, come ricorda lo stesso ricorrente, che il delitto di atti persecutori, avendo oggetto giuridico diverso, può concorrere anche con quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, in cui restano assorbiti solo quei fatti che, pur costituendo astrattamente di per sè reato, rappresentino elementi costitutivi o circostanze aggravanti di esso e non anche quelli che eccedano tali limiti, dando vita a responsabilità autonoma e concorrente. (Sez. 5, n. 20696 del 29/01/2016, R, Rv. 26714801; Sez.5, 54923 del 8/6/2016, V.) In tali pronunce è stato posto in evidenza, del tutto condivisibilmente, che ai fini della configurazione del reato abituale di atti persecutori è la condotta nel suo complesso ad assumere rilevanza, sicchè l'essenza dell'incriminazione si coglie nella reiterazione degli atti, che, così cementati, si ricompongono in un comportamento criminale differenziato rispetto ai suoi elementi oggettivi; l'atteggiamento persecutorio assume quindi specifica ed autonoma offensività, che colora la condotta persecutoria nella sua tipicità, ferma restando la necessità della produzione dell'evento richiesto per la sussistenza del reato.
E quindi ben possibile - come hanno ritenuto i Giudici del merito - che fra le varie condotte moleste, unificate in una complessiva cornice persecutoria nel reato di cui all'art. 612 bis c.p., possa inserirsi anche quella che sostanzia il delitto di cui all'art. 393 c.p. attraverso la minaccia utilizzata dall'agente per esercitare un suo preteso diritto suscettibile di essere fatto valere giudizialmente.
3. Con il quinto motivo il ricorrente deduce error in procedendo per violazione dell'art. 597 c.p.p., comma 4, e con il sesto lamenta mancanza di motivazione, sempre con riferimento al trattamento sanzionatorio applicato dalla Corte. Il ricorrente siduole del fatto che il Giudice di appello ha indebitamente aumentato, in violazione del divieto di reformatio in peius, la pena inflitta in continuazione per il reato sub C, da 20 giorni a 1 mese, senza nemmeno spiegarne le ragioni.
Il Tri bunale di Nocera Inferiore aveva individuato il reato base in quello di cui all'art. 612 bis, applicando a tale titolo la pena di anni 1 e mesi 3 di reclusione; l'aumento per la continuazione ex art. 81 cpv c.p. è stato commisurato in giorni 20 per il reato di cui all'art. 393 c.p. e in giorni 10 per il reato di cui all'art. 697 c.p. ; di qui la pena complessiva di anni 1 e mesi 4 di reclusione.
La Corte di appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di cui al capo B (ex art. 697 c.p. ) e ha ritenuto l'imputato meritevole delle attenuanti generiche, negate in primo grado.
Nel calcolo della pena, la Corte ha dapprima ridotto, senza motivazione, la pena base per il reato di atti persecutori da 1 anno e 3 mesi a 1 anno e 2 mesi, ha poi aggiunto mesi 1 per la continuazione in relazione al reato di cui all'art. 393 c.p. (capo C) e ha quindi applicato sul coacervo la riduzione di 1/3 per le concesse attenuanti generiche, pervenendo così alla pena finale di mesi 10 di reclusione.
Così facendo, il Giudice di secondo grado ha aumentato, in difetto di appello del Pubblico Ministero, la pena inflitta per il reato di cui al capo C, posto in continuazione, da 20 giorni a 1 mese, sia pur poi pervenendo ad un risultato più favorevole per l'imputato in virtù sia della riduzione della pena base, sia della concessione delle attenuanti generiche.
E' stato così violato il divieto di reformatio in peius sancito dall'art. 597 c.p. , comma 4, che riguarda non solo l'entità complessiva della pena, ma tutti gli elementi autonomi che concorrono alla sua determinazione, cosicchè il giudice di appello non può modificare l'entità della componente intermedia inerente all'aumento per la recidiva rispetto a quanto statuito in primo grado (Sez. 2, n. 44332 del 15/10/2013, Rv. 257444). Secondo la giurisprudenza della Corte, infatti, viola il divieto della "reformatio in peius" di cui all'art. 597 c.p.p. , comma 4, il giudice di appello che, pur diminuendo complessivamente la pena, operi un diverso computo delle pene intermedie per effetto del vincolo della continuazione, in misura maggiore rispetto a quella fissata dal giudice di primo grado. (Sez. 2, n. 42403 del 22/09/2016, Totaro, Rv. 26797001; Sez. 3, n. 17113 del 16/12/2014 - dep. 2015, C., Rv. 26338701; Sez. 2, n. 35183 del 06/06/2013, Rv. 257744, De Marino e altri).
La rideterminazione della pena può essere peraltro agevolmente eseguita da questa Corte con un calcolo meramente algebrico: pena base stabilita per il reato di atti persecutori 1 anno e 2 mesi; giorni 20 per la continuazione in relazione al reato di cui all'art. 393 c.p., già stabilita in primo grado e illegittimamente aumentata (capo C); riduzione di 1/3 per le concesse attenuanti generiche; pena finale di mesi 9 e giorni 23 di reclusione.
4. In caso di diffusione del presente provvedimento deve essere ordinata l'omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, trattandosi di procedimento attinente al reato di atti persecutori.
P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della pena che quantifica in mesi 9 e giorni 23 di reclusione; rigetta il ricorso nel resto.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2017.
Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2017