Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 06/09/2019

In principio erano i biscotti - M.F.

I cookies (in inglese i biscotti), ovvero quelle stringhe di testo che i siti web installano su telefonini e computer per migliorare le prestazioni di navigazione (ma che, allo stesse tempo, memorizzano le ricerche di navigazioni dell'utente ed altre informazioni sensibili), come sappiamo sono stati per Legge condizionati al consenso di noi utenti. Correva l'anno 2009 e l'Unione Europea, con una sua direttiva in tema di privacy, tentava timidamente di sfidare lo strapotere dei colossi del web. Problema di tutela dei dati risolto quindi? Nemmeno per idea: fatta la legge, trovati subito dopo una marea di inganni. Per scavalcare tutte le possibili normative sulla riservatezza dei navigatori e sulla gestione dei dati raccolti, oggi si fa ricorso al “fingerprinting” (impronta digitale) per cui le piattaforme web riconoscono chi siamo dal modo in cui abbiamo impostato il cellulare, l'iPad o il PC. Il sistema operativo che usiamo, le dimensioni del nostro schermo ...addirittura il volume del nostro altoparlante o la luminosità del nostro salvaschermo: tutto, ma proprio tutto, permette l'identificazione precisa di un dispositivo (e di chi lo usa, ovvero noi). Tutto ciò viene ben spiegato da un saggio appena pubblicato dalla professoressa di Harvard Shoshana Zuboff in cui viene teorizzato il “capitalismo di sorveglianza”. In che cosa consiste? Lo spiega l'autrice: “le nuove tecnologie prevedono che l’esperienza umana equivalga a materiale grezzo da tradurre in un insieme di dati comportamentali. Anche se alcuni dei dati sono applicati per migliorare i servizi, il resto è dichiarato come un surplus comportamentale e utilizzato per processi avanzati noti come ‘machine intelligence’ e fabbricati poi in prodotti in grado di prevedere e anticipare quello che faremo”. Lo scopo è chiaro: innanzi tutto quello di intercettare il prima possibile i nostri gusti e le nostre propensioni all'acquisto, così da poterci proporre subito determinati prodotti da acquistare. Volete un esempio pratico? Nel 2009 un signore entra in un grande magazzino della catena americana Target, fuori Minneapolis, e chiede di parlare con il direttore. Scopo della visita? Una vibrante lamentela dovuta al fatto che la figlia, ancora al liceo, riceveva da Target coupon e volantini su prodotti per neonati. “State forse cercando di spingerla a rimanere incinta?” Il direttore, preso alla sprovvista, si è prima scusato e poi, a tal punto mortificato, il giorno dopo ha richiamato il signore per scusarsi di nuovo. Ma al telefono era il cliente ad essere in difficoltà: “Ho parlato con mia figlia, non lo sapevo ...ma è davvero incinta”. Come fa un grande magazzino a sapere una cosa del genere su una ragazzina prima dei suoi stessi genitori? Risposta: con la raccolta e l'analisi dei dati che ognuno di noi semina navigando in Rete. Il suo obiettivo non è solo quindi quello di intercettare le abitudini dei propri clienti ma, soprattutto, prevenire i loro bisogni. C'è una ragione ben precisa per cui tutti i più grandi e diffusi social media sono gratis, ed è quella che la vera merce siamo noi.