Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 12/04/2019

Il varco è qui? ( Casa di doganieri di Eugenio Montale) - Leonardo Paggi

Sto correggendo le bozze del volume che abbiamo messo insieme con Fabio Dei sulla ricerca antropologica di Carla, che uscirà a maggio con l’editore di Verona ombre corte.  Normalmente queste sono operazioni accademiche più o meno dolciastre, di incensamento di un barone che sta per essere   nominato    emerito. Qui invece si tratta di rendere giustizia a un cervello che nel giro di poco tempo è stato messo a tacere dall’ Alzheimer. Chi scrive lo fa solo per manifestare affetto, solidarietà, amicizia. Nel primo caso il volume è una protuberanza   del potere della persona a cui è dedicato, nel secondo è il risultato della sua enorme fragilità. Si scrive, ma si sa che la persona di cui parliamo non potrà leggere quello che si sta dicendo. In qualche modo è un tentativo disperato di rendere giustizia, di ricreare una presenza sociale che è stata annientata. Ci si affida agli  scritti, come se la persona fosse morta. E’  un tentativo di rianimazione fatto in extremis.
Eppure quella vita continua. Le funzioni intellettuali sono state annientate, ma c’è un mondo emotivo che continua ad esistere. Molto spesso succede che le persone che vanno a trovare Carla rimangono contrariate dal fatto di non poter intavolare con lei una discussione come nel passato. E allora si scocciano, si frustrano. Non si sentono riconosciuti ed hanno una paradossale reazione narcisistica. Si convincono rapidamente che il gioco non vale la candela. Ma dei varchi(uso la parola nel senso metafisico  in cui la usa Montale) sono aperti. Carla comunica normalmente con la sua giovane badante Ana Maria su tutti i suoi bisogni elementari. Tra loro non esiste un problema di comunicazione. Carla ha sentito che il compagno con cui ha condiviso trent’anni della sua vita stava morendo. “Duccio è morto”, ha detto mezza giornata prima  che arrivasse la notizia, sollevando naturalmente un senso di compassionevole incredulità in chi l’ascoltava.
Dal  resoconto di un convegno sull’Alzheimer pubblicato sul “Corriere della sera” del 28 febbraio 2019 leggo: “Ma ci sono altri mezzi di comunicazione, spiega Masotti. Un abbraccio, stringere la mano al malato mentre gli si parla, uno sguardo diritto negli occhi, un sorriso, una foto dell’infanzia, la canzone preferita, il profumo di un fiore, il colore di un disegno, una carezza al cane , possono risvegliare ricordi e emozioni”. Viene in mente la convinzione di Wittgenstein che la funzione primaria del linguaggio non  è quella di esprimere pensieri, ma  emozioni, gesti, reazioni di riconoscimento.  Che al fondo del linguaggio ci sia una comunicazione totalmente altruistica, disinteressata, in cui non ci sono scopi da perseguire, ma solo  riconoscimento dei bisogni dell’altro. La madre dinanzi al bambino che piange non pensa, non dubita alla maniera di Cartesio, ma agisce istintivamente per consolarlo. Insomma la vita non è mai “nuda” come sostiene un foucaultismo di maniera che incontra tanto successo, forse perché diviene implicita teorizzazione della passività politica. La vita può diventare estremamente fragile, perché privata della corazza protettiva della ragione che agisce in via strumentale e costruisce concetti astratti, che poi usa aggressivamente per definire e controllare il mondo, prima quello della natura e poi quello degli uomini.
Può il diritto proteggere questa vita fragile? “Una feroce forza possiede il mondo e fa nomarsi dritto” dice Adelchi morente.  Non esiste una contraddizione radicale tra la logica del diritto, che per imporsi ha bisogno della violenza, e la logica della vita fragile che striscia a livelli minimali secondo una logica elementarissima di riconoscimento?