Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Annalisa Gasparre - 12/12/2018

Il tutore legale dell’interdetto - Cass. pen. 29263/18

Nella configurazione del delitto di peculato, la nozione di “disponibilità” della cosa mobile attiene anche alla situazione in cui l’agente abbia il potere di gestire il bene senza averne il possesso materiale.
La figlia di un soggetto interdetto, dichiarata tutore legale, è stata condannata a un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di peculato per essersi fatta consegnare dallo zio, fratello dell’infermo e protutore del medesimo, una somma di denaro pari a 30.000,00 Euro, facente parte del patrimonio del genitore, mediante assegni bancari, facendola riversare su un conto corrente intestato a lei ed alla madre, e concedendola in prestito al compagno della madre.
Il denaro era presente su di un conto intestato allo zio, ossia al protutore, ed è stato gestito a mezzo di due assegni bancari emessi a firma di quest'ultimo e riversati sul conto corrente cointestato alla madre ed al compagno di questa; si aggiunge che ella non aveva neppure la delega ad operare sul conto corrente sul quale sono stati tratti gli assegni.
Ciò nonostante, la giurisprudenza pacificamente ritiene che nella nozione di “disponibilità” del bene dell’interdetto rientra anche la situazione in cui l’agente (il tutore) ha il potere di gestire il bene senza necessità che ne abbia il materiale possesso. Pertanto, il rilievo difensivo secondo cui l’imputata non aveva possesso diretto dei beni del genitore né delega ad operare sul conto dello zio, non è rilevante per escludere il requisito della disponibilità (che può essere alternativo, cioè, disgiunto, dall’ipotesi del possesso materiale).
Secondo il codice civile, il tutore è colui che amministra i beni dell’interdetto, mentre il protutore è colui che rappresenta l’interdetto nei casi in cui l’interesse di questo è in opposizione con l’interesse del tutore. Dunque, è il tutore, indipendentemente dalla disponibilità materiale, ad avere la “disponibilità” dei beni dell’interdetto.
Per approfondimenti: annalisa.gasparre@gmail.com. Vedi anche, su questa Rivista, (24.9.18) Peculato per il tutore: la mancata rendicontazione della gestione configura distrazione? – Cass. pen. 39982/18; (12.8.16) Amministrazione di sostegno e peculato: l’abuso del possesso - Cass. pen. 29617/16; (14.12.14) AdS: parificato al tutore, l’amministratore risponde di peculato - Cass. pen. 50754/2014.

Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 17/05/2018) 26-06-2018, n. 29263

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. PAOLONI Giacomo - Presidente -
Dott. CALVANESE Ersilia - Consigliere -
Dott. DE AMICIS Gaetano - Consigliere -
Dott. CORBO Antonio - rel. Consigliere -
Dott. SILVESTRI Pietro - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Z.B., nata a (OMISSIS);
avverso la sentenza in data 02/02/2017 della Corte d'appello di Venezia;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Antonio Corbo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dott. VIOLA Alfredo Pompeo, che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito, per la ricorrente, l'avvocato ……, che ha concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso.
Svolgimento del processo
1. Con sentenza emessa in data 2 febbraio 2017, la Corte d'appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza pronunciata in primo grado dal Giudice dell'udienza Preliminare del Tribunale di Vicenza all'esito di giudizio abbreviato, ha confermato la dichiarazione di penale responsabilità di Z.B. per il reato di peculato, commesso tra maggio e giugno 2009, e la condanna alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche e della diminuente per il rito, ma ha concesso all'imputata il beneficio della non menzione della condanna.
Secondo quanto ricostruito dai giudici di merito, l'imputata, quale tutore del padre, dichiarato interdetto, si era fatta consegnare dallo zio, fratello dell'infermo e protutore del medesimo, una somma di denaro pari a 30.000,00 Euro, facente parte del patrimonio del genitore, mediante assegni bancari, facendola riversare su un conto corrente intestato a lei ed alla madre, e concedendola in prestito al compagno della madre.
2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza indicata in epigrafe l'avvocato ……….., difensore dell'imputata, formulando un unico motivo, con il quale si denuncia violazione di legge, in riferimento all'art. 314 c.p., a norma dell'art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), avendo riguardo configurabilità del reato di peculato.
Si deduce che l'affermazione della penale responsabilità è stata di fatto collegata ad una ipotetica negligenza nell'ottemperanza ai doveri del tutore, ma omettendo di considerare che l'imputata non aveva nè il possesso, nè la disponibilità della somma indicata nell'imputazione. Si segnala che il denaro era presente su di un conto intestato allo zio, ossia al protutore, ed è stato gestito a mezzo di due assegni bancari emessi a firma di quest'ultimo e riversati sul conto corrente cointestato alla madre ed al compagno di questa; si aggiunge che ella non aveva neppure la delega ad operare sul conto corrente sul quale sono stati tratti gli assegni.
Si osserva, ancora, che, se si volesse ritenere una responsabilità dell'imputata a titolo di concorso omissivo nella condotta del protutore, si pronuncerebbe una condanna per fatto diverso da quello contestato, con violazione della regola di cui all'art. 521 c.p.p..
Motivi della decisione
1. Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito precisate.
2. Il ricorrente deduce, innanzitutto, che il peculato non sarebbe configurabile perchè l'imputata non avrebbe avuto nè il possesso, nè la disponibilità della somma indicata nell'imputazione.
2.1. Occorre premettere che, secondo l'orientamento della giurisprudenza, nella fattispecie di cui all'art. 314 c.p., la nozione di "disponibilità" della cosa mobile attiene anche alla situazione in cui l'agente ha il potere di "gestire" il bene senza averne il materiale possesso (cfr., ad esempio, proprio con riferimento a somme di denaro, Sez. 6, n. 20666 del 08/04/2016, De Sena, Rv. 268030, e Sez. 6, n. 3913 del 11/12/2015, dep. 2016, Crucci, Rv. 267168). Il Collegio condivide questo orientamento, rilevando, in particolare, che il testo dell'art. 314 cod. pen., indicando, in via alternativa, quali presupposti del reato di peculato, "il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile", e, segnatamente, impiegando la congiunzione disgiuntiva rafforzata "o comunque", fa risaltare come i due requisiti abbiano un significato non coincidente, e, anzi, come il secondo abbia una sfera di operatività più ampia.
Posto, quindi, che, ai fini della configurabilità del delitto di peculato, il presupposto della "disponibilità" del bene può sussistere anche se l'agente non abbia il "possesso" materiale dello stesso, deve esaminarsi la posizione del tutore e del protutore rispetto ai beni dell'interdetto.
A norma della disciplina del codice civile, il tutore è colui che amministra i beni dell'interdetto (cfr. spec. artt. 424 e 357 c.c.), mentre il protutore è colui che rappresenta l'interdetto nei casi in cui l'interesse di questo è in opposizione con l'interesse del tutore (cfr. spec. artt. 424 e 360 c.c.). Può pertanto ritenersi che il tutore, indipendentemente dalla disponibilità materiale, è colui che ha la "disponibilità" dei beni dell'interdetto: ed infatti, con specifico riferimento al denaro, il tutore è anche il soggetto ordinariamente legittimato, previa autorizzazione del giudice tutelare, a riscuotere capitali (art. 374 c.c., comma 1, n. 2) e ad investire gli stessi (art. 372 c.c.).
2.2. La sentenza impugnata, richiamando testualmente la sentenza di primo grado, ha rilevato che: -) l'imputata, tutore del padre, dichiarato interdetto, chiese allo zio la somma di 30.000,00 Euro, appartenente al patrimonio dell'infermo, per usufruirne per suoi scopi; -) lo zio consegnò all'imputata il denaro, prelevandolo dal conto corrente dell'interdetto, mediante assegno bancario; -) l'assegno indicato fu versato sul conto intestato all'imputata ed alla madre e poi utilizzato dal compagno di quest'ultima per una sua iniziativa imprenditoriale; -) dopo qualche mese, lo zio chiese la restituzione del denaro per sostenere spese di sistemazione della casa dell'infermo, ma l'imputata non fu in grado di rendere la somma.
2.3. Questa essendo la ricostruzione dei fatti, deve osservarsi, in primo luogo, che il denaro risulta essere stato nella disponibilità materiale dell'imputata subito prima di essere distratto in favore del compagno della madre, per una finalità del tutto estranea a quella dell'interesse dell'interdetto. In effetti, a fronte dell'indicazione di entrambe le sentenze di merito, le quali rilevano che l'assegno fu incassato sul conto corrente intestato all'imputata ed alla madre, è meramente assertiva l'affermazione contenuta nel ricorso secondo cui il denaro passò dal conto corrente dell'infermo a quello intestato alla moglie (o ex-moglie) ed al compagno di questa, e non a quello intestato anche all'imputata.
In ogni caso, poi, è indiscusso che lo zio della ricorrente emise gli assegni per le somme in contestazione, di proprietà dell'interdetto, su disposizione della donna, e che questa, in quel momento, era il tutore del patrimonio dell'infermo, e ne aveva quindi l'amministrazione. L'imputata, quindi, aveva la "disponibilità", a norma dell'art. 314 c.p., del denaro dell'interdetto; di conseguenza, l'aver chiesto allo zio di emettere gli assegni relativi a tale denaro per farlo poi utilizzare al compagno della madre per fini del tutto estranei agli interessi dell'infermo costituisce condotta attiva di disposizione e di appropriazione dell'importo corrispondente.
3. La conclusione esposta, secondo cui l'imputata realizzò una condotta attiva di appropriazione del denaro dell'interdetto di cui era tutore, mediante atti di disposizione delle somme di proprietà dell'infermo, esclude ogni rilievo alla censura concernente la correlazione tra accusa e sentenza.
Invero, questa censura è formulata sul presupposto, inesatto, che all'imputata sarebbe stata addebitata una responsabilità a titolo di concorso omissivo nella condotta del protutore.
4. All'infondatezza delle censure segue il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 17 maggio 2018.
Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2018