Biodiritto, bioetica - Fine vita -  Valter Marchetti - 04/10/2019

Il suicidio assistito è legittimo quanto il diritto a vivere ? Due persone, due storie, due destini, un identico valore primario, quello della Vita

Brevi considerazioni  a margine del recente pronunciamento della Corte Costituzionale in materia di suicidio assistito, con uno sguardo oltre Oceano sulla vicenda della piccola Tafida.

Tafida vive, non è morta ! Perché non utilizziamo un linguaggio comprensibile a tutti ?
Ci siamo ormai affezionati tutti quanti al recente caso della piccola Tafida Raqeed. ll giudice dell’Alta Corte britannica, Alistair MacDonald, chiamato a esprimersi sulle sorti della bambina di 5 anni, a cui il London Royal Hospital vuole sospendere la ventilazione artificiale che la mantiene in vita, ha accolto il ricorso della famiglia rimandando a settembre ogni decisione. I genitori di Tafida hanno chiesto al giudice di poter trasferire immediatamente la bambina da Londra a Genova, all’Ospedale Giannina Gaslini.  Per il momento  Tafida è salva, e nessuno potrà staccare dal suo lettino il ventilatore che l’aiuta a respirare. Le condizioni della piccola, in stato di minima coscienza dal 9 febbraio scorso, dopo un’emorragia cerebrale causata dalla rottura di un’arteria nel cervello, sono al momento stabili. Quindi, Tafida è viva, sta vivendo e continua a vivere. Affermare il contrario, significherebbe dichiarare il falso, tradire il senso delle parole e della realtà: questa bambina di 5 anni non sta morendo e, soprattutto, non è “clinicamente  morta” come qualcuno vorrebbe farci credere. Ecco allora una prima considerazione: l’importanza del significato delle parole e l’utilizzo di un linguaggio corretto, non deviato e che spieghi – oggettivamente – lo stato delle cose e delle persone.


2.  L’intervento della Corte Costituzionale in riferimento al cd suicidio assistito.
La Corte Costituzionale,   “ ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli “ ( comunicato del 25/09/2019, Ufficio Stampa della Corte Costituzionale).
In attesa di un intervento del Legislatore, i giudici della Corte Costituzionale pare abbiano scelto di  subordinare  la sopra detta  non  punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa ( Legge n.219 del 2017, cd sul “testamento biologico”) in materia di consenso informato, di cure palliative e di  sedazione profonda continua, con contestuale verifica delle condizioni richieste nonché delle modalità esecutive da parte di una struttura pubblica del Sistema Sanitario Nazionale, sentito il parere del “ comitato etico territorialmente competente”.
Con riserva di soffermarmi su ulteriori approfondimenti a margine della sentenza, appena verrà resa pubblica, voglio solo anticipare alcuni quesiti.  Dove si trovano  e come sono strutturati, composti e sovvenzionati  questi “ comitati etici” cui fa riferimento la Corte Costituzionale ?  Quale sarebbe  il grado di vincolo del parere di detti comitati etici ? L’articolo 1 della Legge n.219 del 2017 richiamata dalla Corte Costituzionale, non tutela “ il diritto alla Vita e alla salute “ di ogni persona ? Ed ancora, l’articolo 2 di detta Legge non promuove e valorizza  “ la relazione di cura e di fiducia tra il paziente e medico “, una relazione che dovrebbe basarsi sul cd “ consenso informato “ ? Come si concilierà la delicatissima decisione della Corte Costituzionale con questi aspetti presenti nella normativa relativa al testamento biologico, anche sotto il profilo dell’autonomia decisionale del medico e dell’eventuale obiezione di coscienza da parte di quest’ultimo ?


3.  Il suicidio assistito di “Dj Fabo” e l’aiuto del radicale Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni: per questa particolare assistenza, Cappato ha rischiato 12 anni di carcere.

Fabiano Antoniani, giovane divenuto tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale,  ha scelto il percorso del cd suicidio assistito. Le  sofferenze di un alcune persone e il loro sentirsi private della dignità sono talmente grandi da poter essere percepite solo in minima parte da chi sta loro intorno, figuriamoci dal sottoscritto che non conosceva Dj Fabo.  E’ quindi davvero  difficile, dire come ci comporteremmo in condizioni estreme, senza viverle in prima persona.
Il radicale Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, ha accompagnato Dj Fabo nel suo ultimo viaggio, aiutandolo nel compimento di questa decisione finale, rischiando addirittura 12 anni di carcere, in ottemperanza a quanto prevedeva l’art.580 del Codice Penale, articolo ora rivisto dalla Corte Costituzionale, con riserva di meglio approfondire appena la sentenza sarà resa pubblica.
Non entro  volutamente nel merito della vicenda del Dj Fabiano Antoniani, perché non la conosco personalmente e, soprattutto, perché è mia ferma convinzione che la scelta del suicidio di una persona, non debba e non possa in alcun modo essere oggetto di commenti o di giudizi.
Mi soffermo, invece, sull’aspetto e la portata generale della vicenda che ha dato seguito al recente provvedimento della Corte Costituzionale, anche a fronte dei gravissimi rischi penali in cui si è imbattuto il politico radicale Marco Cappato.
Nella fattispecie, la condotta di Marco Cappato è stata dichiarata “ non punibile “ dai giudici della Corte Costituzionale, sulla base delle argomentazioni che più sopra ho anticipato, anche in richiamo delle particolari condizioni e dei presupposti previsti e disciplinati dalla Legge n.219 del 2017, probabilmente ( ma ne avremo conferma appena la sentenza verrà pubblicata) perché Cappato “ ha aiutato a morire “  un malato gravemente sofferente, in condizioni patologiche irreversibili, comunque lucido e capace di autodeterminarsi nella scelta finale.
La recente sentenza della Corte Costituzionale si appella ad un immediato intervento del Parlamento italiano, che possa regolamentare questi temi così delicati relativi al fine Vita.

4.  Due casi, due persone, due scelte: il valore della Vita.

Da una parte c’è un uomo tetraplegico sofferente che è determinato a concludere la sua Vita; dall’altra parte, oltre Oceano, Tafida vive, seppur anche lei in condizioni cliniche gravi.
Dj Fabo vuole andarsene da questa Vita fatta di sofferenze, dove il suo  cuore e la sua mente sono “prigioniere”  di un corpo malato, infermo, inefficiente ed apparentemente inutile; Tafida è una bambina di 5 anni, che dà segnali di Vita, si aggrappa all’esistenza con le poche esili forze che l’accompagnano ogni istante.
La piccola Tafida si trova in un ospedale di Londra dove i medici ritengono che non ci siano speranze di sopravvivenza, o meglio, per l’interesse della bambina sono determinati a “staccare la spina” di quelle macchine ospedaliere che stanno aiutando Tafida nel sostegno delle diverse funzioni vitali dell’organismo; i genitori della piccola sono contrari, lottano per tenere in Vita la piccola figlia e i medici di un ospedale italiano ( il Gaslini di Genova), si sono resi disponibili per l’assistenza e le cure di Tafida.
Dj Fabo non vuole più vivere “ imprigionato”  nel suo corpo infermo e chiede aiuto per essere accompagnato in una clinica in Svizzera dove viene praticata legalmente l’eutanasia, la dolce morte; un politico italiano, noto per le sue molteplici battaglie di tutela e di conquista per i diritti civili, si rende disponibile ad accompagnare Dj Fabo nel suo ultimo viaggio.
Un uomo che desidera morire, una bambina che si aggrappa alla Vita: da una parte ci sono persone che aiutano a morire per alleviare le sofferenze di una Vita “inferma” e malata, dall’altra persone che questa Vita “ inferma” e malata  la tutelano, la preservano, la difendono a tutti i costi.
E’, anzitutto, necessario rispettare le due persone, le due storie, le due scelte.  
Nello stesso tempo, credo sia importante fare uno sforzo diverso, un passo in avanti: interrogarsi sul valore della Vita come bene assoluto ed inviolabile, associato all’esercizio della  libertà di vivere piuttosto che a quella  di morire, senza pregiudizio alcuno. Ma esiste, rispetto al diritto a vivere, un diritto a morire ?


5. Il diritto a vivere ed il  diritto a morire: il diritto ad essere curato ed assistito, senza accanimento terapeutico. La legge n.219 del 2017 è davvero conosciuta dalla collettività ?

Il diritto alla Vita è un diritto  fondamentale ed  inviolabile, uno di quei diritti “ perno”  riconosciuto indirettamente nell’art.2 della Costituzione, rappresentando “ l’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana “, come ben descritto dalla Corte Costituzionale nella sentenza n.35 del 1997.
La garanzia assoluta  accordata al bene fondamentale della Vita, è tutelata e rafforzata in sede penale dallo specifico divieto della pena di morte stabilito nell’art.27, quarto comma, della Carta Costituzionale.
Ed ancora, il diritto alla Vita è solennemente proclamato nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nel Patto internazionale sui diritto civili e politici, nonché nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Il diritto a morire, non trova altrettanta esplicita tutela nella normativa interna, europea  ed internazionale, se non in maniera “ indiretta”, attraverso pseudo-tutele giuridico-normative  in materia di consenso informato tra medico paziente o in riferimento al tema del cd “ testamento biologico” per arginare il rischio dell’accanimento terapeutico.
La legge italiana sul c.d consenso informato, meglio conosciuta ( o forse dovremmo dire  “sconosciuta”…) come la legge sul testamento biologico, la n.219 del 2017, in qualche maniera ha affrontato i temi della cura, dell’assistenza e del fine Vita dignitoso, attraverso un rapporto di fiducia e di cd alleanza terapeutica tra il paziente ed il medico; la vita è un valore, un bene fondamentale inviolabile, ma l’autodeterminazione del paziente a non curarsi o a sospendere determinati  trattamenti terapeutici ritenuti troppo invasivi, con questa legge sembrerebbe aver trovato una effettiva risposta per tutte quelle persone che hanno scelto di lasciarsi morire piuttosto che di continuare a vivere nella contingenza e nelle fatiche della malattia invalidante.
Ma la nostra collettività, le scuole, le famiglie, le associazioni sportive, gli oratori e le parrocchie, gli insegnanti, gli educatori, i professionisti, i medici, i sacerdoti…conoscono davvero i contenuti di questa legge sul c.d. testamento biologico ?


6. Informazione, conoscenza, dignità e libertà.
La piccola Tafida riuscirà a vivere, anche grazie alla tenacia dei suoi genitori, all’aiuto delle persone vicine, compresi i medici dell’Ospedale Gaslini di Genova che si sono resi disponibili ad accoglierla, assisterla e curarla.
Dj Fabio è morto, ora rimane il suo ricordo ed il percorso difficile per far valere un suo desiderio, una istanza, una libertà, forse un diritto, certamente quello di non soffrire più.
La morte fa parte della Vita, non occorrono grandi spiegazioni filosofiche per comprendere questa realtà; forse, è il caso di sottolinearlo, dobbiamo riappropriarci del bene della Vita prima ancora del senso dell’esistenza, anche per meglio accettare, prima ancora che comprendere,  l’evento naturale della morte.
Noi siamo Vita, non perfetta certo, spesso deboli e fragili, sia psicologicamente che fisicamente, talvolta soggetti a patologie che ostacolano il nostro cammino rendendolo più difficoltoso ma, non per questo, non degno di essere vissuto sino in fondo, con le forze che abbiamo; noi siamo noi, a prescindere da ciò che sappiamo fare o dire, indipendentemente dalle nostre diverse ( ricche o povere) capacità funzionali.
In queste due storie, due persone, due volti, abbiamo incontrato leggi, giudici, medici, schieramenti culturali antitetici, ma prima di tutto dobbiamo chiederci se abbiamo saputo e voluto informarci, conoscere prima ancora che giudicare istintivamente o  appellarci superficialmente ai principi della dignità e della libertà prima ancora di saper cogliere (ed  accogliere)  pienamente il bene fondamentale della Vita, “valore perno” di qualsiasi altro nostro diritto, potere, facoltà e libertà.
In conclusione, prima ancora di addentrarci  nell’analisi  di quelle che potranno essere le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale in tema di suicidio assistito, invito ciascuno di noi a riflettere   sul valore che vogliamo e sappiamo dare alla nostra Vita personale e quindi alla Vita delle persone care che ci circondano; da questo “ primo esercizio”, conseguono tutta una serie di “ corollari” che potranno certamente aiutarci nel discernere le diverse posizioni culturali, filosofiche ed etiche che ci vengono proposte da più parti.
Prima di giudicare, in un senso o nell’altro, informiamoci, diamo spazio alla conoscenza e mettiamo da parte l’istinto e la superficialità che talvolta caratterizzano i nostri punti di vista se non, addirittura, le nostre stesse decisioni.