Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Mario Iannucci - 10/06/2019

Il suicidio “assistito” di Noa e di Adam Henry - Gemma Brandi e Mario Iannucci

The Children Act è un romanzo breve scritto nel 2014 da Ian McEwan. Vi si narra la vicenda di Adam Henry, un adolescente di diciassette anni, quindi prossimo alla maggiore età, che è affetto da una grave forma leucemica. Figlio di una coppia di testimoni di Geova, di concerto con i genitori rifiuta fermamente le trasfusioni che, assieme ad adeguate terapie antitumorali altrimenti non somministrabili, potrebbero nell’immediato salvargli la vita e restituirgli probabilmente la salute. L’ospedale, considerando il rifiuto di trasfusioni e dunque di cure, ricorre al giudice. A prendere una decisione sarà Fiona Maye, giudice che, nell’Alta Corte Britannica, viene rammentata per il “divino distacco [e la] diabolica perspicacia”. Il giudice Maye, dopo avere stabilito con il sensibile Adam un profondo rapporto, decide di autorizzare le trasfusioni (rendendo possibili le cure), nonostante la “ferma” opposizione del diciassettenne e dei genitori. Le condizioni di salute di Adam, dopo le cure mediche coatte autorizzate dal giudice, migliorano sensibilmente, con l’adolescente che finisce, com’era pressoché inevitabile a partire dalla sua condizione di fragilità esistenziale e mentale, per trasformare in sentimenti di “amore” eccessivo -con tratti erotomanici- il transfert evocato da Fiona Maye, che su di lui esercita con ogni evidenza la fascinazione legata ai suoi poteri “di vita o di morte”. Fiona, cinquantanovenne in crisi sentimentale/esistenziale, disgraziatamente recedendo dalla posizione di “divino distacco” che è quella del giudice (sempre! ma in particolare con un diciassettenne in cerca di una protezione parentale), cede per pochi attimi fatali alle lusinghe amorose di Adam. Poi ritorna, con un cinismo sconcertante, sul piedistallo che compete al giudice/eroe (almeno semidio agli occhi di chiunque, specie agli occhi dell’adolescente Adam). Con Adam che riprecipita allora di nuovo nella disperazione dalla quale proviene: dopo il compimento dei 18 anni sceglie allora di nuovo di rifiutare le terapie e la vita.
    Lasciamo perdere -poiché qui ci interessa relativamente- l’esito “infausto” (di sicuro infausto per Adam, forse anche per Fiona, al di là delle apparenze) del romanzo di McEwan, ispirato peraltro da una reale vicenda giudiziaria. Esito infausto che contrae un indubbio legame con la perdita, da parte del giudice Fiona Maye, di quel buon “distacco” che, anche senza essere “divino”, dovrebbe essere parte integrante delle prerogative di ogni buon giudice. Parliamo invece di Adam Henry poiché, con ogni evidenza, la sua vicenda semiromanzata contrae una relazione molto stretta con la morte di Noa, la diciassettenne olandese che si è lasciata morire nella sua casa, “amorevolmente” accudita, in questo tragitto verso la morte, dai genitori, dai fratelli e dai medici. Noa aveva subito alcune ripetute violenze sessuali nella prima adolescenza. Secondo quanto riportano i media, Noa non aveva superato il trauma psichico di quelle violenze, i cui effetti aveva poco dopo descritto in un libro autobiografico.
    Cosa colpisce nelle due vicende, in quella di Adam e in quella di Noa? L’arcivescovo Puglia, presidente della pontificia Accademia per la Vita, intervistato nei giorni scorsi ha detto che questa vicenda “toglie il velo a una società ipocrita”. Io preciserei: la morte di Noa svela l’ipocrita cinismo delle istituzioni di fronte a un dilagante diffondersi della follia. I genitori di Adam, quando il buon giudice (non il giudice buono!) si sostituisce a loro seguendo le indicazioni del Children Act, si precipitano contenti ad abbracciare il figlio, temporaneamente risorto dopo le adeguate cure mediche, reclamate dai medici in maniera più che opportuna. Le istituzioni sociali/civili, nel caso di Adam, suppliscono (con grave colpa: lo fanno solo in modo temporaneo e parziale, senza prendersi cura “strutturalmente” dell’adolescente fragilizzato in maniera tanto grave e palese) agli effetti di profonde carenze parentali. E nel caso di Noa? Provo a immaginare la situazione psichica dell’adolescente olandese per come la mia ultraquarantennale esperienza clinica con simili pazienti mi consente di fare. Noa, persona magari già “sensibile”, viene di certo colpita profondissimamente, nello sviluppo psichico, dalle gravi violenze sessuali della fanciullezza/adolescenza. I media ci riferiscono che qualche sanitario (non so se istituzionale) ha cercato di alleviare le sofferenze psichiche di Noa, senza ottenere duraturi risultati positivi. Allora Noa ha deciso di “lasciarsi perdere”, con gli altri, gli adulti e le istituzioni, che glielo hanno consentito. La domanda però sorge spontanea, specie nel caso di Noa che auspico non sia contaminato da credenze religiose (credenze giudicate deliranti, rispetto al dato reale, dal giudice Maye nel caso di Adam Henry): è plausibile e giustificabile, da parte di coloro che sono tenuti a prendersi cura di una giovinetta con gravi turbe psichiche (che ella averte come intollerabili), consentirle di perdere ogni speranza, tirandosi indietro o addirittura assecondando il “let me leave” della giovane disperata e malata (quanta ipocrisia nel non usare questa definizione)? Diamo tutti una risposta chiara a tale interrogativo. Con la conseguenza che, se giudicheremo lecito tirarsi indietro, avremo forse la sensazione apparente di vivere in un mondo più “libero”, nel quale alle anoressiche sarà consentito di morire di fame (assistite da “amorevoli e pietosi” medici), ai gravi depressi di suicidarsi e ai deliranti di tipo paranoide (di tipo erotomanico o di ogni altro tipo) di uccidere le loro vittime. I genitori assisteranno impotenti alla morte dei loro figli, i figli a quella dei loro genitori. Non ci sarà più bisogno di psichiatri, poiché ci troveremmo, come accade nel racconto di Poe, nella società del Dottor Catrame e del professor Piuma, una società completamente rovesciata dove a imperare sarà la follia. Una follia che io giudico estremamente pericolosa. A Ivan Karamazov, che osservava che se Dio non c’è tutto è possibile, l’uomo moderno, con le sue inibizioni e la sua follia, risponde in modo chiaro: se Dio non c’è, allora niente è possibile. Con il concetto di Divinità che si sovrappone estesamente, per ogni uomo giusto, anche non credente, a quello di Legge. L’esercizio della quale necessiterebbe sempre di una grande misura e di un asintotico equilibrio, come ci rammenta il simbolo della bilancia.