Amministrazione di sostegno - Finalità della legge, destinatari -  Rita Rossi - 28/09/2017

Il rifiuto consapevole dell'Ads va rispettato - Cass. civ. n. 22602/17

Al centro della più recente decisione della Cassazione in materia di Ads vi è l'affermazione del doveroso rispetto per la volontà dell'amministrando.

In particolare, il profilo considerato è quello del dissenso dell'amministrando rispetto all'apertura della misura di protezione.

Nel caso affrontato dalla Cassazione (con la sentenza n. 22602 del 27 settembre 2017)  un uomo "pienamente lucido e capace di operare le scelte di vita" benchè "in difficoltà ad esprimere vocalmente le proprie volontà", e comunque assistito dalla moglie, si ritrovava a contrastare la domanda di attivazione dell'Ads richiesta dal "figliastro" (questo il termine utilizzato dai Giudici di P.zza Cavour).

La domanda di apertura dell'Ads era stata accolta dal Giudice Tutelare di Busto Arsizio, nonostante l'opposizione dell'inteerssato.

Neppure la Corte d'appello di Milano aveva inteso ascoltare le rimostranze dell'amministrato, il quale lamentava altresì l'avvenuta nomina di un terzo estraneo alla famiglia quale ads, nonostante egli fosse ben presidiato dalla moglie, sulla base dell'interessamento spontaneo di questa.

La Cassazione risolve la situazione restituendo al ricorrente il valore della propria libertà di autodeterminazione; e lo fa richiamando le caratteristiche dell'Amministrazione di sostegno e la finalità della legge che l'ha istituita.

Questo, in sintesi, il percorso logico giuridico della S.C.:

  • la finalità dell'Ads è quella di tutelare le persone fragili con la minore limitazione possibile della capacità di agire (art. 1 della l. n. 6 del 2004);
  • la medesima Cassazione ha precedentemente chiarito che l'art. 408 c.c. contemplando la possibilità di designazione anticipata, è espressione del principio di autodeterminazione della persona, in cui si realizza il valore fondamentale della dignità umana;
  • occorre disitnguere il caso in cui l'interessato rifiuti la misura di protezione a causa della patologia psichica che l'affligge (ciò che lo rende inconsapevole del bisogno di essere aiutato) dal caso in cui detto rifiuto è consapevole poichè proviene da una persona lucida; in questo secondo caso, la volontà della persona, quand'anche oppositiva rispetto alla misura di protezione, deve essere tenuta in considerazione;
  • qualora, poi, l'interessato non presenti ombre cognitive, ma rifiuti la misura per un "senso di orgoglio ingiustificato" pur avendo necessità di un supporto, magari a causa di imepdimenti fisici, allora occorrerà considerare - prima di attivare l'Ads - se vi sia una protezione già di fatto assicurata dai familiari o dal sistema delle deleghe precedentemente attivato dal medesimo.

Alla luce di tali principi, la Cassazione conclude che i giudici territoriali avevano attivato la misura di protezione "contra voluntatem suam" e senza la doverosa preventiva verifica degli elementi di cui sopra.

Il giudice non può - conclude pertanto la Suprema Corte - imporre misure restrittive della libera determinazione della persona, ove non vi sia rischio per l'adeguata tutela dei suoi interessi, pena la violazione dei diritti fondamentali dell'autodeterminazione e della dignità.

Quelli così espressi sono principi noti ma è senz'altro apprezzabile che essi siano stati riproposti dalla Suprema Corte. In un ordinamento in cui l'interdizione è ancora viva (e purtroppo imperante presso taluni Uffici Giudiziari), è senz'altro da apprezzare la valorizzazione dei rispetto per la  dignitià e l' autodeterminazione della persona.