Interessi protetti - Professionista -  Redazione P&D - 18/01/2020

Il “prestigio sociale” della figura dell’Avvocato

Vorrei dare inizio a questo mio contributo senza alcuna pretesa di “denuncia sociale” quanto, più modestamente, con lo scopo condividere idealmente con Voi alcune opinioni su questioni che banalmente potreste aver ascoltato nel bar sotto casa.
Fatta questa denuncia d’intenti, ritengo sia d’uopo informare il mio Ideale Lettore di un paio di circostanze: in prima battuta, sì... sono Avvocato; in seconda istanza – seguendo l’insegnamento di Shakespeare allorché invitava ad esser fedeli a sé stessi così da non poter esser falsi con nessuno – è altrettanto vero che non è una professione nella quale mi vedevo da bambino.

Se dovessi descrivermi solamente con tre aggettivi, certamente di me direi: probo, pragmatico, provinciale.
Confesso che intrapresi gli studi universitari con l’idea di voler svolgere la carriera militare.
Figlio della classe media operaia, probabilmente anche a causa delle vicissitudini personali dell’infanzia sono stato, sin dai primi anni dell’adolescenza, “vittima” di quella visione romantica ed idealista post litteram che – per quanti ricordano gli studi delle scuole medie superiori – a tratti rievocava la corrente culturale dello “Sturm Und Drang”.

Sicché giunsi alla soglia del tragitto accademico intriso di quei “valori” che, da ingenuo diciannovenne provinciale, vedevo conseguibili solamente prestando i servigi nome della Nazione. Mi perdonerà il Lettore per questa mia breve digressione ma ne comprenderà presto la necessità. Generalmente con l’avanzare dell’età si comprende una “verità assoluta”, quella per cui chiunque di noi nasce con una sorta di “strada” già delineata, una sorta di tragitto già predisposto il cui percorso è stato disegnato a tavolino.

Non sono qui per una disquisizione filosofico-teleologica, per cui mi limito ad osservare che è probabilmente questo mio tragitto già segnato, condito da esperienze umane e culturali vicine ad ambienti distanti da quegli ideali adolescenziali, che mi convinsero a non intraprendere il percorso nel quale mi ero visto da fanciullo e di imbattermi in quel sentiero che mai avrei osato sperare ed immaginare.

Le difficoltà incontrate nella preparazione al viaggio, gli inaspettati contrattempi e alcuni brevi intermezzi mi hanno definitivamente convinto della bontà della mia scelta: diventare Avvocato.
Ed è qui che giunge il “nocciolo duro” di questo pensiero.
Chiunque tra Voi giovani Colleghi e Dottori Praticanti certamente si è ritrovato, chi più chi meno sulla scorta della propria esperienza, ad ascoltare una considerazione che alle orecchie di questo “vecchio” probo, pragmatico e provinciale suona come una “volgarità”:

l’Avvocato oggi non ha più quel prestigio sociale di un tempo

Spesso una tale esternazione viene recitata nell’ambito di un discorso di più ampio respiro, generalmente declinato in compagnia di altre considerazioni quali:

Gli Avvocati sono troppi

oppure, ancora e più “semplicisticamente”

Non si guadagna più come una volta
Generalmente tali “elucubrazioni” provengono da quanti nel corso dei decenni, in epoche non sospette, certamente inconsciamente o altre volte con sordida premeditazione, hanno piegato le

logiche ultime della missione con le più becere logiche personali, di carriera ed economiche. Giunto alle battute conclusive, a Te discreto Lettore che hai avuto la bontà di seguirmi – che tu sia Collega, Dottore o niente di tutto ciò – nel porgerTi commiato Ti lascio con due quesiti:

Davvero il prestigio sociale di un lavoro si determina dal compenso?

E se tale lavoro è intrinsecamente una missione

Il prestigio sociale di una missione può determinarsi alla luce e sotto logiche prettamente di profitto?
Il mio essere probo e pragmatico certamente non mi consente di negare che le logiche economiche e di profitto sono essenziali in questo mondo fatto di cinismo ed arrivismo, ma altrettanto mi viene da chiedermi se la patologica sofferenza del mondo forense non passi proprio da quanti, nel corso dei

decenni, hanno perso la via maestra.
Perché, per ricordare il Nostro Padre Spirituale (Calamandrei, n.d.c.) il prestigio sociale è quello che, una volta chiamati a raggiungere i più, ci consentirà di dimostrare che in quanto Avvocati siamo stati in grado di dare piuttosto che avere.

Piero Calamandrei

Per questo amiamo la nostra toga: per questo vorremmo che, quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero, al quale siamo affezionati perché sappiamo che esso ha servito a riasciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso, e, soprattutto, a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia.