Biodiritto, bioetica - Fine vita -  Valter Marchetti - 22/10/2019

il paziente ha il diritto di programmare il proprio essere persona anche nella fase terminale della sua Vita.- Cassazione Civile, Sez.III, n.16993 del 20 agosto 2015

Nella malattia terminale, oltre ad una corretta e tempestiva diagnosi, il medico ha l’obbligo di informare il paziente della possibilità di ricorrere alle cure palliative per il controllo del dolore:
il paziente ha il diritto di programmare il proprio essere persona anche nella fase terminale della sua Vita.

Cassazione Civile, Sez.III, n.16993 del 20 agosto 2015

Mancata diagnosi carcinoma all’utero-Danno tanatologico-Diritto alla chance di vivere e diritto ad una chance di migliore qualità di vita in fase terminale-Diritto di programmare il proprio essere persona anche in fase terminale - Diritto alle cure palliative, risarcimento del danno per le sofferenze patite.

1. Mancata diagnosi del carcinoma all’utero.
Nell’arco di 5 mesi, a seguito di diverse perdite ematiche dai genitali, una paziente viene visitata per cinque volte dallo stesso medico specialista in ginecologia il quale nel corso dei diversi controlli clinici provvede rispettivamente a controllare la spirale, a rimuovere quest’ultima, ad eseguire una ecografia, a prescrivere una terapia antibiotica e ad eseguire una ulteriore ecografia; dopo di ché la donna si rivolge ad una struttura ospedaliera dove, tramite biopsia del canale cervicale,  le viene diagnosticato il carcinoma, tumore evidentemente già presente nel corso delle visite effettuate dal primo medico specialista.

2. Secondo il giudice di merito, il medico specialista non è responsabile: “poco o nulla sarebbe cambiato circa il decorso clinico”.
Sia in primo che in secondo grado, il giudice del merito ha escluso la responsabilità del medico ginecologo che visitò per ben cinque volte la paziente, peraltro senza l’effettuazione di specifici esami diagnostici ( pap test, colposcopia e biopsia della cervice uterina), affermando che  “ i consulenti hanno confermato che secondo l’id quod plerumque accidit, poco o nulla sarebbe cambiato circa il decorso clinico, con specifico riferimento alla forma tumorale, particolarmente maligna e aggressiva “,  concludendo con l’insussistenza  del nesso causale tra l’aggravamento della malattia ed il comportamento omissivo del medico specialista in ginecologia e, conseguentemente,  con la negazione del ristoro del danno c.d. tanatologico rappresentato dalla sofferenza patita dalla paziente prima di morire durante l’agonia.

3. Il diritto del paziente a programmare il proprio essere persona anche nella fase terminale della Vita.
I giudici della Terza Sezione della Cassazione Civile, evidenziano che l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale assume rilievo causale non solo in relazione alle chance di vivere per un ( anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ma anche la perdita da parte del paziente della chance di conservare, durante quel decorso, una  “ migliore qualità della Vita “, intesa quale possibilità di programmare il proprio essere persona, e quindi in senso lato l’esplicazione delle proprie attitudini psico-fisiche in vista e fino a quell’esito.

4.  Il danno morale terminale o da lucida agonia: legittimo il risarcimento
Il danno sofferto dalla paziente deceduta è un danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico ( Sezioni Unite Cass. N.11/11/2008 n.26772 e n.26773), inteso quale danno dalla vittima subito per la sofferenza provata nel “ consapevolmente avvertire l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, per la cui configurabilità assume rilievo il criterio dell’intensità della sofferenza provata, a prescindere dall’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso della vittima richiesto per la liquidazione del danno biologico terminale “; nella fattispecie in esame, questa tipologia di danno deve ritenersi sussistente e, pertanto, dovrà essere quantificata e risarcita dal giudice di merito in sede di rinvio.  
5.  Omissione della diagnosi della patologia terminale e mancate cure palliative: il medico cagiona un gravissimo danno al paziente terminale.  
Il medico che omettere una diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale si manifesti la possibilità di effettuare solo un intervento cd palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione,  cagiona al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne, dovendo così sopportare tutte le gravi conseguenze della patologia, soprattutto le sofferenze ed il dolore che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso.
Ed infatti, è obbligo del medico fornire al paziente terminale dei trattamenti cd appropriati, finalizzati ad assicurare – per quanto possibile – la libertà dal dolore, da sintomi invalidanti di varia natura, la conservazione di una certa autonomia fisica e psichica nonché il mantenimento di un ruolo sociale, familiare e spirituale.  
Le cure palliative non sono solo un percorso che il paziente deve affrontare quando non c’è più alcuna cura mirata alla guarigione, ma rappresentano il sistema di cure più appropriato, appunto, “ quando con la progressione di una malattia cronica, l’obiettivo principale delle cure diventa non più la guarigione ma il mantenimento della miglior qualità e dignità possibile della vita “ ( P.Morino, L’articolo 2 nella prospettiva della medicina palliativa, in Forum: la legge 217/18, p.43).