Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Alceste Santuari - 07/11/2019

Il modello 231 è indispensabile per valutare le sanzioni – Cass. 43656/2019

Con la sentenza n. 43656 depositata il 28 ottobre 2019, la Corte di Cassazione, Quinta sezione penale ha ritenuto il modello di organizzazione, gestione e controllo il documento dirimente per valutare le sanzioni da comminare ad una impresa.

In entrambi i giudici di merito la responsabilità penale della persona fisica del datore di lavoro / preposto alla sicurezza si era poi ripercossa sulla responsabilità amministrativa dell’impresa. Nello specifico, i giudici di merito avevano ritenuto che la base sulla quale fondare le pretese risarcitorie di parte lesa fosse il piano operativo di sicurezza (si trattava di un caso di omicidio colposo in un cantiere di costruzioni).

La Suprema Corte ha invitato a considerare il “modello 231”, trascurato nei giudizi di merito, atteso che è a tale documento che si deve fare riferimento per valutare le sanzioni da comminare. In quest’ottica, i giudici di Cassazione hanno ribadito che in materia di reati colposi compiuti trasgredendo le disposizioni che presidiano la sicurezza sui luoghi di lavoro “compete al giudice di merito, investito da specifica deduzione, accertare preliminarmente l’esistenza di un modello organizzativo e di gestione ex articolo 6 del decreto legislativo 231/2001; poi nell’evenienza che il modello esista, che lo stesso sia conforme alle norme; infine che esso sia stato efficacemente attuato o meno nell’ottica prevenzionale prima della commissione del reato”.

Quanto rilevato dalla Quinta sezione penale conferma un principio fondamentale: laddove adottato, il “modello 231” costituisce il framework nell’ambito del quale si svolgono le attività dell’organizzazione (che ricordiamo, può essere imprenditoriale ovvero non profit). Esso disciplina, pertanto, le procedure, le modalità e gli strumenti atti a prevenire la possibilità che un preposto / responsabile della struttura possa, nell’interesse ovvero per un vantaggio dell’organizzazione, commettere qualche reato. Degno di nota il passaggio sopra richiamato laddove la Corte di Cassazione richiama la necessità che il “modello 231” sia “efficacemente attuato”, stigmatizzando, di conseguenza, quelle realtà in cui il “modello 231” risulta semplicemente adempiuto in termini formali, ma non anche in termini effettivi. Solo in questo modo – sembra di inferire dal passaggio richiamato – il “modello 231” può oggettivamente fungere da schermo protettivo e preventivo rispetto alla commissione di reati. In questo senso, si può certo affermare che l’efficacia dell’adozione del “modello 231” si realizzi anche attraverso la nomina e l’azione dell’Organismo di vigilanza, espressamente previsto dal d. lgs. n. 231/2001.

Infine, merita richiamare l’attenzione su un altro profilo che la Corte di Cassazione ha inteso segnalare. Si tratta della insufficienza – a giudizio della Quinta sezione penale – con la quale i giudici di merito hanno interpretato l’interesse o il vantaggio dell’impresa alla commissione del reato (nel caso di specie, si poteva ritenere che l’assenza di adeguate protezione sul cantiere potesse individuare una maggiore capacità di guadagno ovvero di efficienza presunta da parte dell’impresa). Al riguardo, la Corte ha evidenziato che “interesse” e “vantaggio” non costituiscono un’endiadi, essendo gli stessi concetti giuridicamente diversi e potendosi ipotizzare un interesse prefigurato come discendente da un indebito arricchimento e magari non realizzato e, invece, un vantaggio obiettivamente conseguito tramite la commissione di un reato.

In ultima analisi, la sentenza de qua testimonia, da un lato, l’importanza dell’adozione del modello 231 quale “schermo protettivo” per le attività di quanti sono chiamati a rispondere delle azioni dell’organizzazione (impresa, società pubblica ovvero ente del terzo settore). Dall’altro, la sentenza sottolinea l’importanza che il “modello 231” risulti attuato, monitorato e integrato affinché esso possa contemplare le fattispecie di presupposto reato che caratterizzano l’attività di quella specifica organizzazione.