Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Manuele Pizzi - 02/11/2019

Il grande cielo delle fragilità: la visibile meta della disinterdizione sostanziale

Riapro il libro sui Fragili del Prof. Cendon, fra le mie sottolineature e le annotazioni a margine con la matita spuntata, ripercorro  le belle pagine sul confronto tra mondo della psichiatria e  mondo dei diritto. 

Ad oggi, Amministrazione di Sostegno e Psichiatria, rappresentano due angeli muniti di una sola ala ciascuno: possono volare solo se abbracciati.  Lungi da ideologie panmedicalistiche, nelle realtà di gestione/cura delle fragilità, solo con un interscambio fecondo (anche con momenti di disputa dialettica) fra operatori sanitari/sociali ed addetti ai lavori della materia giuridica si possono conseguire duraturi risultati positivi.

Saggia critica verso gli stemmi dell'antipsichiatria, che ben si allaccia al suggerimento di pensare a modifiche delle norme sulla << responsabilità dell'incapace >>, laddove nella variegata realtà sociale, sussistano figure non strettamente biologiche della devianza, realtà composte anche da persone che non siano in grado di gestire, accortamente, la propria vita.  Come non può passare in cavalleria il gesto di un ciclotimico, che lasci cadere un vaso di fiori su un passante, burlandosi dal balcone, parimenti non vanno sottovalutati quei comportamenti, esternati da sofferenti psichici, che siano obbiettivamente idonei a generare un danno.

Nel passaggio da un approccio di tipo commiserevole ad una visione di taglio promozionale, rientra anche una nuova modalità di approccio dinanzi alla notizie di reato. Quindi, dinanzi a condotte antigiuridiche, ove soggetti agenti siano persona disabili, basta alle eventuali reazioni lassiste con pensieri del tipo: "tanto non è imputabile", "tanto è interdetto" , quasi che la condizione di fragilità/disabilità rappresentasse uno scudo penale!  L'ottica derogatoria della regola del  "chi rompe paga" rischia di generare l'apparenza dell'esistenza di un privilegio, agli occhi degli altri consociati, con la conseguenza che la persona disabile/fragile verrà vista  "come un alieno, padrone di fare ciò che vuole, immune a priori da castighi, da ogni strascico". 

Il Prof. Cendon ci offre uno strumento per interpretare le realtà fuoriuscite dai Vasi di Pandora: "una persona è fatta a chiaroscuri" dove esiste: "la parte segreta che non si conosce, che nessuno vede; la risposta del diritto verrà di conserva storia per storia".  Nel caso vengano riscontrate delle manchevolezze  nella sovranità gestionale dell'amministrato (fatte salve le specifiche previsioni nel decreto istitutivo ex art. art. 405 Cod. Civ.) nell'applicazione del principio generale di cui all'art. 410 co 1, Cod. civ., il ruolo dell'A.D.S. non si riduce a mero portavoce dell'amministrato, ma costituisce un autonoma figura, litisconsorte, nell'ambito del procedimento di volontaria giurisdizione. All'uopo, si pone come essenziale anche un "sistema di doveri di collaborazione", ove il soggetto fragile "deve essere partecipe attivo della sua cura e non porsi in posizione di mera aspettativa" (cfr. M. DEL VECCHIO - Sui doveri delle persone fragili - brevi riflessioni, 29/07/2019in P&D ). 

Dinanzi a sbagliati paradigmi della libertà a tutti i costi, davanti ad acclarati e distruttivi "eccessi ripetuti ogni giorno", nella prevedibile prospettiva di un'esistenza destinata alla rovina, la migliore risposta è quella della fermezza,  ed in una tale ipotesi l'A.D.S. interviene nell'amministrare, nel porre delle regole minime, affinchè si possa porre un argine alla deriva che incomba sulla persona fragile.

Riguardo al tema della disinterdizione, l'ordinanamento permette che la persona sotto Tutela possa adire il Tribunale per chiedere sostitutivamente l'applicazione dell'amministrazione di sostegno, l'art 406, co 2, Cod. Civ. prevede che la proposizione del ricorso per l'istituzione dell'amministrazione di sostegno sia contestuale all'istanza ex art. 429 Cod. Civ per la revoca dell'interdizione. Per la rimozione di tale strumento di tutela rigido, ai sensi dell'art. 720, co 1, c.p.c., occorre un procedimento giurisdizionale inverso, rispetto a quello diretto alla declaratoria dell'interdizione. Orbene, in un giudizio ex art. art. 414 Cod. Civ., l'accoglimento della domanda del ricorrente può avvenire solo a seguito di assunzione dell'essenziale mezzo di prova della Consulenza Tecnica d'Ufficio;  sul punto,  è da rilevare la non peregrina eventualità che in un processo per la revoca dello stato di interdizione non si possa addivenire ad una conclusione in senso positivo, laddove si formi un quadro (probatorio) sovrapponibile a quello già formato nell'istruttoria del giudizio di interdizione.

Gli attuali interdetti, nonostante la loro sovranità negoziale e gestionale risulti coperta da un giudicato formale e sostanziale, sono destinati sine die ad avere un'esistenza incardinata sul telaio rigido proprio dell'interdizione? Un'esistenza ove nel cielo non volino gli "aquiloni"?  No, la figura del Tutore deve ispirarsi alle innovazioni della L. 6/2004: l'art. 410, co 1, Cod. Civ dettato in materia di amministrazione di sostegno ha una indubbia vocazione alla disciplina di un numero indefinibile di fattispecie concrete, che non si limitino ad essere ascritte alla sola figura dell'A.D.S.

Nell'attesa di un legislatore che abroghi l'interdizione, con un contestuale aggiornamento della L. 180/1978, codificando un'idea di collaborazione istituzionale fra A.D.S. ed i servizi psichiatrici territoriali, è possibile pensare ad una figura di Tutore, che nello spirito proprio dell'amministrazione di sostegno, dia un taglio promozionale alla vita del Tutelato, individuando scampoli e spazi di valorizzazione dell' individualità, con un progressivo eclissarsi delle zone d'ombra. Una rete di sostegno flessibile, volta all'instaurazione di una nuova relazionalità, che allontani la marginalità, faccia perdere il senso dello stigma, ed allontani la marginalità: una disinterdizione sostanziale.