Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 07/06/2019

Il godimento di un immobile del genitore da parte di uno dei figli: ricadute in ambito successorio

La vicenda riguarda la successione di un genitore che, negli ultimi anni di vita, ha consentito ad uno dei propri due figli di godere di un immobile di sua proprietà, senza che il diritto di godimento dell’appartamento fosse accompagnato da alcun titolo giuridico. Ebbene, il medesimo figlio all’apertura della successione del genitore, ha impugnato il testamento pubblico, agendo in riduzione avverso il proprio fratello asserendo di essere leso nella propria quota di legittima. E tuttavia, il convenuto, coerede che non ha usufruito dell’immobile de quo ha richiesto all’attore, in via riconvenzionale, il pagamento di un’indennità di occupazione del suindicato immobile, di proprietà del de cuius e pertanto rientrante nell’asse ereditario, oltre (naturalmente) allo scioglimento della comunione ereditaria.
L’attore, che aveva usufruito dell’immobile concesso dal defunto genitore, ha dimostrato in giudizio che il de cuius aveva versato in favore dell’altro figlio (convenuto in giudizio) una somma di denaro a titolo di “risarcimento” per il fatto che il fratello avesse fruito per molti anni di quell’appartamento, poi caduto in successione.
Proprio in riferimento a questa somma di denaro, i giudici di appello avevano respinto la domanda dell’attore volta ad ottenere l’imputazione della somma alla massa ereditaria, a titolo di ripetizione dell’indebito, ovvero quale collazione di una donazione ricevuta dal fratello germano,  sottolineando che la somma fosse intesa quale contropartita del vantaggio accordato all’altro fratello con la fruizione del bene. Con ordinanza n. 10349/2019 la Suprema Corte ha focalizzato l’attenzione sulla valutazione della effettiva portata giuridica della dazione di denaro ricevuta dal convenuto “a titolo di risarcimento” per quanto diversamente ricevuto dal fratello (ovvero per il godimento del bene). Ebbene gli Ermellini hanno, innanzitutto, chiarito che non si configura alcuna ipotesi di fatto illecito idoneo a generare una pretesa risarcitoria nella condotta di un genitore che consenta ad uno solo dei figli di poter fruire di un proprio bene. Posto tale principio, che esclude quindi ogni pretesa “risarcitoria” del fratello che aveva ricevuto la somma, i giudici di legittimità hanno affermato che bisognava qualificare giuridicamente  l’elargizione di denaro in favore del figlio: secondo la Corte, nel caso in esame, i giudici di merito avrebbero dovuto necessariamente verificare se la causa della dazione di denaro al fratello non beneficiario del godimento dell’immobile  fosse da rinvenire in un intento liberale ovvero se fosse priva di una valida giustificazione causale. Ed invero, nel primo caso si sarebbe trattato di una donazione, finalizzata ad assicurare un riequilibrio tra le posizioni dei figli, da sottoporre pertanto al regime della collazione; nel secondo caso, qualora si fosse qualificata la dazione di denaro come priva di causa, doveva allora essere inclusa nel “relictum” quale credito del de cuius.
Indagine che i giudici di merito non hanno operato.
La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza d’appello rinviando ad un nuovo esame della vicenda processuale.
In conclusione, da questo caso possiamo ricavare due indirizzi. Il primo è che ognuno è libero di far godere a chi crede i propri beni, senza che ciò comporti l’applicazione dell’impianto aquiliano dopo la sua morte. Il secondo è dato dall’importanza di inquadrare giuridicamente una dazione di denaro: nel caso esaminato, la Corte ha richiamato l’art. 783 c.c., che disciplina la donazione di modico valore, valida anche se compiuta in assenza di atto pubblico e pertanto soggetta a collazione.