Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Paolo Cendon - 06/08/2018

Il fascino di Mirella Larizza

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Apro oggi il Corriere della Sera, scorro per caso i necrologi, e mi accorgo che ce n’è uno che ricorda la morte avvenuta vent’anni fa di Mirella Larizza.
Fra i nomi dei parenti vedo anche quello di Antonio, che è poi Gambaro, mio buon collega e amico (eccellente comparatista e civilista, allievo come me di Rodolfo Sacco); ritrovo poi i nomi delle sorelle di Mirella, Lidia e Silvia, le conosco tutte e due, anche se è tanto tempo che non ci vediamo. 
Poi ci sono altri nomi, la famiglia di Mirella, non li ho incontrati direttamente.

Mirella aveva fatto una bella carriera come studiosa di Storia delle dottrine politiche, aveva scritto libri importanti sul mondo francese (Comte, Fourier, l’anarchismo), era in cattedra a Milano. 
Vent’anni fa esatti, il 6 agosto del 1998, aveva messo il piede su un sasso sbagliato, durante una passeggiata su un sentiero intorno a Cortina, c’era stata una brutta caduta, era morta così ... una cosa assurda, terribile.

Io in realtà sono fermo coi ricordi a tanto tempo prima, inizio anni ’60, quando lei e io ci eravamo frequentati per un po’ di tempo a Pavia. 
Ero allora uno studente, di legge, Mirella era venuta ad abitare a Pavia con le sue sorelline, Lidia e Silvia, si era iscritta a Scienze politiche; era anche cugina di un mio grande amico, era entrata nel giro di certe festicciole da ballo di figli di famiglie perbene che si facevano in quegli anni a Pavia. 
Così ci vedevamo ogni tanto.

Frequentai Mirella un po' più assiduamente quando ci trovammo iscritti entrambi al corso di Sociologia del prof. Penati, un nome famoso allora, che faceva lezioni erudite e alquanto noiose, a Scienze Politiche. 
Avevo 22 anni allora, Mirella un paio di meno. 
Chissà perché avevo scelto questo come esame complementare, mi aspettavo molto di più, il testo da studiare era un sfilza di nomi famosi nella sociologia, un po’ l’elenco del telefono. 
Comunque avevo deciso di non cambiare.
Un motivo per restare era stato, credo, proprio Mirella. Lei era molto diligente, non perdeva mai una lezione, io invece non ci andavo mai. 
Facevo mille altre cose allora, novecento erano più divertenti che non sentire le dotte ma un po’ tetre elucubrazioni del prof. Penati, sembravamo tutti dei topi in quell’aula.

Cos’aveva di speciale Mirella?
Era una persona delicata, con degli occhi straordinari, verdi, misteriosi, un po’ timidi, riservati, malinconici, che mi avevano stregato subito.
Era magra, sottile, non alta, uno scricciolo, elegante, avevi paura di romperla guardandola.
Non so farvi un esempio, pensate al viso di Eve Marie Saint nel Fronte del porto, pensate allo sguardo di Suzy Parker, di Patricia Arquette, di Rooney Mara. 
Sapete, quelle persone che emanano qualcosa, così, per il semplice fatto che esistono: non hanno bisogno di fare niente. Occhi liquidi, un po’ sofferenti, un azzurro verde aristocratico, bagnato, un lago di Versaille, una luce segreta, fra l’acquamarina e lo smeraldo, vagamente sofferenziale, febbricitante, un incanto fuori dal tempo, aristocratico, femminile, irrequieto.
Voce bassa, pallida, profilo ottocentesco.

Non ci siamo frequentati tanto quanto avrei voluto, è mancata l’occasione, c’era pressoché sempre qualcun altro vicino a noi.
Il giorno dell’esame di sociologia lei prese trenta e lode, io fui bocciato; aveva ragione il prof. Penati, non sapevo niente. Dopo la bocciatura corsi a casa di lei, che mi accolse, mi ascoltò, condivise il mio rammarico, non disse che me l’ero meritata: fu tenera, empatica, partecipe, lieve come una piuma, intensa come un nuvola. Complice, protettiva, radiosa, magica, una cuginetta.

Mirella ciao, ti ho voluto bene --- te ne voglio ancora. Non l’avevo mai detto a nessuno.