Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Cendon Paolo - 10/07/2016

Il diritto di non soffrire – Paolo Cendon

Nel momento in cui s"imbatte una legge come quella sulle cure palliative ( l.38/2010), il cultore del diritto civile - specie se abituato a vedere le cose sotto l"angolatura della responsabilità civile - può essere spinto come prima cosa a domandarsi: "E qualora al paziente le cure palliative non siano state somministrate? Ove il malato sia, in particolare, stato lasciato solo a sopportare dolori magari intensi e lancinanti, orbene, sarà possibile all"interessato chiedere e ottenere il risarcimento del danno?".

Vi sono orizzonti anche più ampi, beninteso, con cui lo studioso può essere indotto a cimentarsi. La messa in rete, anzitutto, del più vasto insieme delle leggi sula persona che, negli ultimi cinquant"anni, hanno modificato il volto del diritto italiano: giusta causa, divorzio, statuto dei lavoratori, riforma del diritto di famiglia, l. 180 di chiusura dei manicomi, interruzione della gravidanza, fecondazione assistita, volontariato, adozioni, e così via.

- La definizione, eventualmente, di un insieme più specifico, relativo all"universo di chi è malato, sta per morire, è in difficoltà a esprimere la sua volontà: soprattutto le norme della Costituzione, la Convenzione di Oviedo, il Codice deontologico dei medici, la Carta di Nizza, il Servizio sanitario nazionale, l"amministrazione di sostegno, la normativa sul"handicap, i progetti di legge sul fine vita, quello sul "Dopo di noi" di cui si sta discutendo in parlamento. È evidente che i fii conduttori, i nessi con le cure palliative, sono più d"uno.

- Un nuovo catalogo di dritti soggettivi, poi, che la legge 38 è destinata a implementare o a far sbocciare. Il diritto a non soffrire in primo luogo: non più un semplice bisogno del paziente, bensì vera e propria prerogativa. I grandi fondale della dignità, del rispetto. Il diritto all"ascolto poi, il diritto cioè che mi si chieda come sto, come ho dormito, cosa voglio, di cosa sento la necessità; cosa penso dell"effetto che producono in me queste terapie, questi farmaci. Il nodo della beneficialità, sempre più il diritto all"hospice, già oggi quello all"assistenza domiciliare.

- Più in generale un taglio nuovo e umano nel"approccio a tutto il resto dei diritti, anche quelli di stampo classico: diritto ala vita, alla cura, all"autodeterminazione, all"informazione, al non accanimento terapeutico, alla privacy. Con nuovi registri di lettura, un tempo impensabili sul piano teorico, quali che fossero i contesti applicativi: mitezza allora, garbo, premura, comunicazioni delicate, stile, urbanità, tolleranza, comprensione.

.- Infine, certo, anche gli approdi al risarcimento del danno, quando vi siano sicure negligenze, inefficienze o omissioni, nell"apprestamento delle cure palliative, imputabili alle strutture sanitarie o al singolo operatore. E si può pensare sia a profili di danno biologico, come compromissione – a seguito di sofferenze evitabili, e inutilmente patite - di attività di tipo corporeo o mentale; sia ad aspetti di danno esistenziale, quando quel dolore ingiusto abbia ostacolato nell"interessato il compimento di attività familiari, sociali, la gestione di momenti di relazionalità, magari di piacevolezza o creatività individuale; sia passaggi tipi del danno morale, intonati ai patemi d"animo, alla rabbia, alla disperazione, all"umiliazione, alla paura. Beninteso, in casi del genere anche i familiari più stretti avranno titolo ad essere risarciti: per la pena da essi sofferta nell"aver dovuto assistere impotenti a sofferenze del loro congiunto, che potevano essere evitate.