Deboli, svantaggiati - Persone con disabilità -  Redazione P&D - 29/10/2018

Il diritto contro ogni discriminazione – Antonella Tamborrino

Mentre, negli ordinamenti degli altri Paesi possiamo, ancora, generalmente individuare una disciplina che possiede un ambito di applicazione limitato a determinati settori della vita della persona disabile, la legislazione antidiscriminatoria vigente nel nostro ordinamento si fonda sulla previsione di un istituto di portata generale

Il nostro legislatore, con la legge del 1 marzo 2006 n. 67, rubricata “Misure per la tutela giudiziaria delle persone con disabilità vittime di discriminazioni, in conformità all’art. 3 della Costituzione, mira realizzare sul piano sostanziale e processuale il superamento di ogni discriminazione, quindi la parità di trattamento e le pari opportunità in favore delle persone con disabilità, al fine di salvaguardare e garantire il pieno godimento dei diritti civili, politici, economici e sociali. 

Tale normativa non prescrive un trattamento uguale tra normodotati e disabili, ma vieta una discriminazione che ponga il disabile in una posizione di svantaggio. Infatti, come pronunciato in giurisprudenza, affinché si configuri un’ipotesi di discriminazione, non è sufficiente la violazione di una norma posta a tutela della disabilità, ma è necessario che sia stata posta in essere una disparità di trattamento o la persona disabile versi in una posizione di svantaggio. L’intervento del legislatore, in parola, riconosce ai disabili un trattamento particolare a seconda delle situazioni per garantire un’uguaglianza sostanziale effettivamente garantita, tra normodotati e diversamente abili, disponendo, a tal fine, oltre alle libertà negative, anche libertà positive, c.d. azioni positive. 

In particolare, il legislatore con tale intervento normativo, che consta di soli quattro articoli, propone, all’art. 2, commi 2 e 3, una fondamentale distinzione tra discriminazione diretta e discriminazione indiretta cui può essere soggetta la persona disabile. Il principio di non discriminazione è affermato esplicitamente anche nell’art. 5 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone disabili, che sancisce il divieto contro ogni forma di discriminazione fondata sulla disabilità, per cui garantisce alle persone diversamente abili una protezione giuridica effettiva sulla base dell’uguaglianza con le altre persone. 

Tale protezione contro le discriminazioni è garantita a prescindere dalla sua effettiva correlazione con i diritti soggettivi e le libertà enunciati in altre disposizioni pattizie. Di conseguenza è possibile affermare l’esistenza di violazioni di tale principio generale anche se i fatti considerati lesivi non ricadano in uno degli altri articoli della medesima Convenzione, purché però la violazione possa essere deducibile, dal punto di vista discriminatorio, in una maniera autonoma. 

Al contrario, la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo (c.d. CEDU) presuppone  la violazione di un diritto da essa stessa sancito e che è stato integrato mediante l’introduzione convenzionale del Protocollo n. 12 del 2000 contenete un generale divieto di discriminazione.

In allegato il testo dell'articolo con note.